Intervista a Filippo Davoli su Quid Culturae

Perché hai deciso di fondare Quid Culturae (mi piacerebbe conoscere l’anamnesi…)
Ci sono più motivi: 1) da quando avevo chiuso “Ciminiera”, pur tirando per così dire i remi in barca dall’ambiente letterario, mi era rimasta la voglietta sulla punta della lingua; anche perché attualmente gli strumenti letterari militanti sono sempre di meno e sempre più autoreferenziali; 2) una sorta di ostracismo – sia pure involontario – nei riguardi degli eventi che organizzavo anni addietro a Macerata e che non mi è più stato possibile organizzare – mi accendeva dentro il desiderio di tornare a fare qualcosa, anche se non sapevo bene come; 3) il ritrovarmi intorno, con mia enorme sorpresa, tanti giovani desiderosi di un confronto e di un incontro che non fosse di mera cortesia, mi ha fatto capire che era arrivato il momento di riprovarci. Perché online? Perché non abbiamo soldi per fare uno strumento cartaceo.

Che cosa ti aspetti dal progetto “Quid Culturae”?
Anzitutto mi aspetto di fare una rivista come si deve. In genere non mi preoccupo tanto della risposta (che se c’è – e in questo caso c’è anche sopra le aspettative – è chiaramente motivo di ulteriore soddisfazione); quello che mi sta più a cuore è salvaguardare l’onestà intellettuale e lo spirito di collaborazione paritetica tra me e i collaboratori. Se impegnarsi in questo progetto comporta crescere reciprocamente, io per me stesso l’obiettivo maggiore l’ho già raggiunto.

Qual è la linea editoriale di “Quid Culturae”?
Quella di dare luce e voce all’uomo nella sua interezza: per questo indaghiamo tutti i settori culturali e artistici, dalla poesia all’arte, dal cinema all’architettura, dalla musica alla filosofia, etc. Non si tratta di un vezzo: ma come ogni uomo non è fatto a compartimenti stagni, bensì presenta molte sfaccettature e “si cerca” guardando intorno a sé tutto quello che c’è, così a me pare importante offrire questo sguardo a tutto campo, per tentare un abbrivio al “quid” dell’esistenza.  

Miri ad una ricezione di tipo studentesco universitario, oppure a un pubblico più vasto? E di che tipologia? E siccome vedo tra i redattori moltissimi ragazzi, mi chiedevo se c’era un discorso a monte di comunicazione con le generazioni emergenti.
Negli anni ‘80 facevo una trasmissione radio nella fascia più ascoltata dalle casalinghe, in cui inframezzavo le canzoni con letture da Roland Barthes; e scoprivo che le signore in ascolto capivano perfettamente quello che leggevo. Certo, non bisogna cadere nell’approssimazione. Ma nemmeno nella pedanteria. Noi vogliamo fare una rivista di alta qualità contenutistica, ma offerta in un linguaggio fruibile da tutti, oltre (e se necessario contro) le autoreferenzialità incrociate e i divismi personalistici. A noi compete la ricerca e la segnalazione (l’offerta), a ogni uomo la riflessione e il godimento del bene, sia pure a livelli diversi di coinvolgimento. Quanto ai ragazzi che scrivono in QC, essendo allergico ai generazionalismi che vanno tanto di moda (ma che finiscono – in nome d’altro – per dare cittadinanza anche alla cattiva poesia…), a me piace pensare che guidino il futuro entrando oggi in possesso del presente grazie all’incontro e al confronto con la testimonianza e il supporto di chi c’era ieri e l’altroieri. La novità, semmai, è avere nello staff anziani che hanno accettato di camminare insieme ai giovani: portando il proprio bagaglio più pesante, ma non per questo pretendendo di andare in portantina…

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