Ràdeche – puntata 01: Il canto rituale di questua della Passione

Quella dei canti rituali di questua è una tradizione radicata da secoli un po’ in tutta Italia, in special modo nel centro e nel sud, ed è legata a fili lunghissimi che si perdono nella notte dei tempi fino a raggiungere gli antichi riti precristiani di fertilità e propiziazione collegati alla celebrazione del solstizio d’inverno e al ciclo delle stagioni, con particolare attenzione alla rinascita della natura.
Parecchi di questi canti sono ancora vivi nella memoria popolare e qualcuno è addirittura ancora eseguito come in antico, qualcun altro è stato oggetto di una portentosa rinascita, a volte spontanea (clamoroso è l’esempio del Cantamaggio nel Fabrianese) e altre volte intelligentemente e amorevolmente guidata (le pluridecennali rassegne che Gastone Pietrucci dedica ai diversi canti rituali di questua nel territorio della Vallesina).

Per ciò che riguarda il solstizio d’inverno è ben documentato, in tutte le sue varianti locali -a volte più d’una come a Matelica, cosa di cui parleremo in futuro- il canto della Pasquella (6 gennaio).
Esistono anche altri canti che fanno parte dello stesso ciclo di celebrazioni, ma che sono diffusi in aree ben specifiche: un esempio per tutti è il canto di Sant’Antonio (17 gennaio), diffusissimo nell’area dell’ascolano.
Il ciclo dei canti di questua legati alla primavera è rappresentato dal canto di San Giuseppe (19 marzo), di cui in molte aree si è persa quasi del tutto memoria, dal particolarissimo “Scacciamàrzu” (31 marzo), che veniva eseguito solo dai bambini, dal canto della Passione (Pasqua) e dal Cantamaggio (30 aprile – 1 maggio).

Ognuno di questi canti, pur rispettando lo schema generale, ha la sua forma locale (nella musica tradizionale è fondamentale comprendere lo spirito di diversità che la anima in tutte le sue forme, e anche qui ritorneremo nello specifico in futuro). Oggi, dato il periodo, vi introduciamo al canto rituale di questua della Passione.
La consuetudine della Passione, vista l’estraneità palese con il calendario agricolo, nacque sicuramente da inserimenti nel calendario voluti dalla Chiesa, usando una tecnica comune per secoli che consiste nella graduale sostituzione d’una qualsiasi pratica pagana particolarmente sentita con qualcosa di analogo ma più in linea col suo pensiero (ricordiamo a questo proposito  l’uso diffusissimo di erigere santuari sopra templi pagani o la sovrapposizione di santi “specializzati”, i santi patroni, alle analoghe divinità pre-cristiane).

I canti della Passione venivano eseguiti dai musicisti questuanti la Domenica detta delle Anime Sante e in quella successiva, la Domenica della Passione (le due domeniche immediatamente precedenti la Domenica delle Palme, nella quale era vietatissimo eseguire musiche). Mentre negli altri canti la formazione della “squadra” di musicisti era variegata, i canti della Passione venivano eseguiti, nell’area mediana delle vallate dei fiumi della Marca, solitamente in tre, con organetto (o, più di recente, fisarmonica), triangolo e voci (prevalentemente maschili). Una eccezione è rappresentata dall’area del Fabrianese, dove era tradizione che anche le squadre della Passione fossero ben numerose.

Il rituale -comune a tutti i canti di questua- prevedeva che i suonatori arrivassero in casa e chiedessero con cerimoniale cortesia il permesso di poter suonare (permesso che di solito veniva negato solamente nelle case col lutto, dove comunque veniva offerto qualche dono). La famiglia si riuniva e, mentre tutta la gente ascoltava il canto e l’organetto, la vergara (la moglie de lu vergà’) si preoccupava di prendere doni in natura da dare ai suonatori. Quando l’atmosfera era propizia, si faceva spesso e volentieri anche qualche stornellata di saltarello -e curioso è il contrasto del misticismo devozionale di questi cantori che va a trascendere poi quasi sempre nella festosità carnale della danza; talmente curioso che suscitò l’attenzione di Roberto Leydi e Sandra Mantovani nell’imprescindibile “Dizionario della Musica Popolare europea” (1970), contrasto che fa riflettere non poco sul rapporto con la sfera religiosa della nostra gente di un tempo, di sicuro un po’ diversa da come ce la immaginiamo quando ci fermiamo a pensarci. Alla fine della “sonàta”, i suonatori ringraziavano e se ne andavano verso la casa successiva.

Ma ora ascoltiamo il racconto di Domenico Ciccioli, cantore popolare, raccoglitore e saldo difensore delle tradizioni della sua terra -Petriolo di Macerata- nonché perno dello storico gruppo delle tradizioni popolari maceratesi Pitrió’ mmia. L’intervista fa parte del ciclo di video-dialoghi “Cóse de ‘na ‘òta” (“cose di una volta” in dialetto del maceratese) a cura di Pitrió’ mmia e dell’Orastrana.

Una bella chiacchierata sulla Passione, su come veniva cantata, come rischiò di estinguersi, come venne salvata e come prosegue oggi, rinata.

A presto.

Carlo Natali

Comments

comments

Un pensiero su “Ràdeche – puntata 01: Il canto rituale di questua della Passione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *