Lavoro e Autogestione

Pubblichiamo di seguito la versione integrale di una complessa e necessaria riflessione ricevuta questi giorni da un nostro collaboratore.
Il tema, quello delle nuove forme di mutualismo e cooperazione, è molto calzante all’interno del gruppo Socialità, Mutualismo e Spazi Liberati che da un po’ di tempo è stato creato da varie associazioni; gruppo di associazioni che ritroveremo questo venerdì alla festa della Liberazione a Corridonia.

Con l’avanzare senza soluzione della crisi, che rischia di diventare una vera e propria catastrofe per i lavoratori e per le classi sociali più deboli, si pone la necessità di riconfigurare convergenze di interessi che trovino uno sbocco organizzativo  alternativo o  complementare alla pratica sindacale. Diventa in questo modo fondamentale ricercare e sperimentare pratiche che aiutino l’emancipazione individuale e la solidarietà reciproca, insieme alla consapevolezza della necessità di una trasformazione sociale. Affinché ciò avvenga è indispensabile che i lavoratori verifichino concretamente, attraverso cioè l’esperienza diretta, di essere capaci di prendere in mano le situazioni e di sapere gestirle senza essere condannati all’immobilismo ed alla demoralizzazione a cui portano il precariato e la disoccupazione.

Ci sembra fondamentale a questo proposito condannare l’alienazione che il sistema economico vigente, cioè il capitalismo, esercita sui lavoratori rendendoli completamente estranei alle decisioni riguardanti la loro stessa sussistenza, sia nel caso che abbiano un lavoro e un reddito, o che siano alla ricerca di questo. La democrazia concerne anche da parte dei lavoratori e dei cittadini il poter controllare ed  intervenire sulle decisioni assunte a livello politico, economico ed amministrativo dalle classi dirigenti, da coloro cioè che in periodi di depressione economica come quella che stiamo vivendo, stanno  scaricando i costi della crisi attraverso richieste di sacrifici e restrizioni, su quelli che  hanno contribuito a creare ricchezza, ossia sulla massa dei salariati.

C’è bisogno urgente per le classi popolari di reagire alle ingiustizie per non morire di inedia e per rivendicare il diritto ad avere una vita dignitosa. Diventa perciò impellente l’esigenza di organizzarsi come lavoratori precari e/o disoccupati e muoversi concretamente per riprendersi il lavoro, per recuperare spazi sociali e/o  produttivi abbandonati da privati così come dal pubblico e renderli di nuovo efficienti attraverso pratiche ed interessi che siano condivisi dalla collettività, sperimentando nuove forme di mutualismo e di cooperativismo, utilizzando anche  strumenti per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, come ad esempio la pratica dello sciopero alla rovescia  già praticato nelle storiche lotte per il lavoro nella Sicilia degli anni 50 da chi una occupazione non l’aveva. La difficile situazione economica che stiamo attraversando, dimostra che questa è una crisi lunga ,feroce, dalla quale non si uscirà a breve termine e che si palesa a tutti gli effetti come una crisi strutturale, cioè sociale, politica e ambientale. Quindi è evidente che per risolvere il problema è la struttura che bisogna cambiare.  La possibilità di emancipazione individuale, la solidarietà reciproca ed il diritto ad una vita dignitosa  sono cardini fondamentali per i lavoratori, la possibilità di avere un reddito e un lavoro è troppo importante perché  rivendicazioni di questo tipo vengano tacciate di utopismo, di infantilismo, o che viceversa non le si affronti con la dovuta serietà e preparazione.

Per praticare l’eventuale autogestione da parte dei lavoratori sotto forma cooperativistica o come collettivo autorganizzato, bisognerà ovviamente avere una specifica conoscenza tecnica ed amministrativa,una disciplina interna decisa tra tutte le maestranze, un’ adeguata informazione su quello che la legislazione attuale già prevede nel caso specifico ed un obiettivo chiaro e preciso su come verrà, eventualmente, programmata la produzione d’accordo con gli interessi della collettività.

Per fare in modo che ciò abbia successo,  si necessitano la massima trasparenza , la democrazia interna  tra i lavoratori autorganizzati, nonché una opportuna rotazione degli incarichi di responsabilità, regole fondamentali per continuare l’esperienza senza cadere negli errori delle cooperative di mercato, veri  luoghi di sfruttamento di manodopera. Là dove ce ne sia la possibilità è importante  fare in modo che le amministrazioni locali siano costrette dietro pressione della cittadinanza, solidale con le maestranze, a dichiarare quel luogo o quella realtà come un bene di pubblica utilità così da vedere facilitata la trasparenza e  la gestione da parte dei lavoratori e dei cittadini e che sopratutto la proprietà del sito in questione rimanga della collettività.

La storia e l’esperienza insegnano che per la forma cooperativa sono molto pericolosi il corporativismo ed il localismo, l’isolamento spesso autoconsolatorio che porta a guardare solo ed esclusivamente ai propri interessi senza capire che il successo di una operazione del genere, in quanto difficile e rischiosa, dipende anche dalla capacità di fare sistema, dalla solidarietà attiva e  complice della cittadinanza e delle altre categorie di lavoratori, che vedono quella esperienza  come realmente di pubblica utilità e la associano ad altre realtà similari nel proprio paese o ad alcune situazioni internazionali.

Rimane doveroso sottolineare come l’ obiettivo fondamentale, per chi decide di impegnarsi a favore delle classi sociali più deboli e dei lavoratori, continui ad essere la richiesta della piena occupazione, questo consente anche la possibilità per i lavoratori precari di acquisire maggiore forza nel  rivendicare migliori e più diffusi ammortizzatori sociali, intesi come forme di sostegno al reddito. Bisogna distribuire il lavoro che c’è tra tutti coloro che hanno bisogno di vendere la propria forza lavoro, anche attraverso la sua riduzione temporale, secondo il detto lavorare meno lavorare tutti, essere capaci di creare nuove occupazioni pretendendo un nuovo intervento pubblico in economia  per soddisfare bisogni che il mercato non copre, come la cura dell’ambiente, il risanamento delle città,la tutela e la cura dei beni culturali.

La necessità di avere un reddito di base deve anche rafforzarsi reciprocamente con  la battaglia per l’aumento delle remunerazioni che in Italia continuano ad essere tra le più basse di Europa, si assiste infatti al triste fenomeno dei lavoratori poveri, coloro cioè che pur avendo una occupazione ed un salario non ce la fanno più a vivere decentemente. Bisogna assolutamente riportare l’economia al servizio della società e non viceversa, riaffermare il diritto al lavoro come miglioramento della qualità della vita dell’individuo e non come  fonte di reddito per contribuire a pagare debiti che impone il sistema.

La giusta lotta per l’ottenimento di un sostegno economico verso chi un impiego non ce l’ha, la redistribuzione del tempo di lavoro per chi è già occupato e la rivendicazione di adeguamenti salariali devono essere i cardini dell’impegno di chi non si rassegna a dover passare la propria esistenza facendo sacrifici  per contribuire a mantenere privilegi di chi li ha sempre goduti.
Il lavoro è un diritto e  un reddito è dovuto. Quindi  si facciano più campagne per coinvolgere, per sensibilizzare e  sopratutto si rivendichi il diritto/dovere, da parte dei lavoratori, di sperimentare pratiche che consentano di ottenere quella  giustizia sociale negata fino ad oggi da tutti coloro che volenti o nolenti si trovano a gestire, a governare o anche amministrare localmente un sistema politico,sociale ed  economico che si dirige verso il basso con conseguenze sempre più drammatiche.

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