Ràdeche – puntata 02: Bòna nòa ‘émo portato: ecco maggio ch’è tornato

“Le tradizioni -scrive l’antropologo Giuseppe Pitrè in “Curiosità di usi popolari”, anno 1902- non sono ne la espressione d’ un individuo, né l’ effimero risultato d’una osservazione sola; ma avanzi di antichissimi culti, di riti, di cerimonie di popoli scomparsi, o formole nelle quali si chiude e consacra una verità cosmica, meteorologica, morale acquistata per via della esperienza”.
In tutte le ricorrenze popolari tradizionali della seconda metà dell’inverno, nota il Pitrè, c’è “una aspirazione continua, ardente alla dolce stagione, aspirazione vinta appena dall’avversione prepotente del nero inverno”.
È questa la voce di una civiltà che vive in simbiosi con la Natura perché senza Natura non si mangia, una civiltà per la quale l’avvicendarsi delle stagioni e il loro buon esito fanno la differenza tra la vita e la morte. Appare quindi comprensibile l’importanza, in questo contesto, dell’arrivo della primavera.

Gioiose solennità rituali in onore del risveglio della Natura e del ritorno della vita esistono da secoli in miriadi di forme diverse in tutto il mondo.
Le origini di questa usanza si perdono nella notte dei tempi e probabilmente non sono estranee alle celebrazioni relative ai Floralia, lo sfrenato ciclo di festeggiamenti in onore della dea Flora, “adorna di mille varie ghirlande” (Ovidio, Fasti), che si usava nella Roma antica tra fine aprile e inizio maggio.
In Italia è documentata fin dal XIV secolo l’usanza del canto rituale di questua del Calendimaggio, meglio conosciuto nella Marca centrale e in Umbria come Cantamaggio. Nelle nostre zone questo canto veniva eseguito nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio.
I maggianti giravano per tutta la notte per le contrade e le campagne e, in ogni casa, ogni famiglia preparava la tavola in attesa del canto. Anche se i musicanti fossero passati a notte fonda, non importava: ci si svegliava, li si accoglieva e si riceveva il maggio.
Del rituale relativo a tutti i canti di questua parlai nella scorsa puntata dedicata al canto della Passione di Cristo e qui lo riepilogo brevemente: i suonatori arrivavano in casa e chiedevano con cerimoniale cortesia il permesso di poter suonare. La famiglia riunita ascoltava il canto con rispettosa attenzione e poi arrivava il momento dei doni alla squadra di suonatori.
Non era raro che la cosa finisse a saltarello, magari cantando stornelli improvvisati all’impronta sulla casa della quale i musicanti erano ospiti.
Alla fine di tutto, la famiglia ospitante offriva doni in natura alla squadra, come ringraziamento per aver portato il buon augurio per la stagione entrante.

Nella nostra Marca, a differenza della Pasquella e della Passione, il Cantamaggio è il canto rituale di questua che più ha rischiato di scomparire: quando negli anni sessanta e settanta -i periodi più bui per la nostra musica tradizionale- bene o male gli altri canti resistevano nella memoria, anche se graduatamente sempre meno eseguiti, sul canto del maggio era già sceso l’oblio già da un po’.
Il fabrianese Oreste Marcoaldi già nel 1877 scrisse che nella sua città il canto era andato in disuso già da diversi anni, perdendo via via il suo carattere di celebrazione al ritorno della Natura per trasformarsi in mera occasione di guadagno. Con la trasformazione della civiltà contadina in civiltà industriale, quindi, venne meno la motivazione della festa.
Dunque, il Cantamaggio è scomparso?
Non del tutto. Come per il saltarello, molte varianti locali (perché, insisto, la musica popolare è un giardino di variazioni infinite) sono scomparse per sempre ed altre sono sopravvissute, grazie a donne e uomini che hanno resistito al cambiamento radicale della società iniziato con l’industria e culminato con l’avvento della televisione.
Hanno resistito e hanno conservato gelosamente quanto potevano.

L’abbiamo salvato pé’ le penne, come si usa dire.
Mentre nelle aree della Vallesina pian piano le rassegne dedicate ai canti di questua facevano uscire dall’ombra gli ultimi interpreti della tradizione e creavano terra fertile per la crescita di nuove generazioni, nell’area di Fabriano -e in misura minore anche a Matelica– il Cantamaggio è rifiorito nella seconda metà degli anni settanta, ed è rinato nel modo in cui la tradizione prevede che si tramandi l’usanza: dal più anziano al più giovane, senza l’evento traumatico di una generazione mancante nel mezzo.
In parecchie frazioni dell’area del fabrianese e in diverse aree del Piceno profondo come Offida, poi, è sopravvissuta un’altra usanza antichissima che è quella del piantare l’albero del maggio.

La cerimonia del taglio dell’albero è molto antica.
Si sceglie un albero dal bosco, viene tagliato e scortecciato, viene portato nel centro del paese e piantato, spesso adornato di fiori e nastrini.
Anche questa tradizione potrebbe ricollegarsi ai sopra citati Floralia, sebbene abbia molte assonanze col cerimoniale che, sempre nella Roma antica, la corporazione dei dendrofori svolgeva all’interno del ciclo di festività relativo a Cibele ed Attis.
In questo rituale un pino veniva abbattuto, scortecciato, decorato da viole e brani di stoffa rossa e portato nel tempio della Grande Madre, all’interno di in un rituale complessivo sempre relativo al ciclo della rinascita, ma con un deciso accento sul carattere funerario e con modalità ben cruente, con una struttura che ha molti punti in contatto con parecchie tradizioni della Pasqua cattolica (ma ne parleremo in futuro).

Mentre nel fabrianese (non possiamo non citare le frazioni di Attiggio, Collamato, Argignano, San Michele e Domo di Serra San Quirico) il rituale rimane collegato a un simbolismo legato al mondo agricolo, nell’offidano invece è mutato nei secoli divenendo, con l’avvento degli arbres de la liberté durante la rivoluzione francese, simbolo di riscatto sociale che si è rafforzanto in questo senso via via fino alla prima metà del novecento con il socialismo e i movimenti contadini (Gianluca Vagnarelli, “L’albero di maggio. Memoria e simbolismo politico di un rito laico”, ISML edizioni, 2012).
A Macerata a ricordare l’albero del maggio è Domenico Spadoni in “Alcune costumanze e curiosità storiche Marchigiane”, Volume XVI della collana “Curiosità popolari tradizionali pubblicate per cura di Giuseppe Pitrè” (Torino-Palermo, Carlo Clausen, 1899), dove lo storico racconta che nei suoi tempi le autorità locali hanno spostato alla prima domenica di maggio la tradizionale celebrazione che fino a pochi anni prima si usava fare il primo di maggio alla chiesa dei Cappuccini vecchi, festa da dove i ragazzi suonando e cantando tornavano la sera con bei rami di biancospino, al grido di “jìmo a piantà’ màgghjiu!”.

Ma maggio è anche il mese dell’amore.
“Lo benedire lo fiore de pràtu, / lu pratu è béllu quànno adè fiurìtu; / lu pratu è béllu quànno adè fiurìtu, / l’amore e’ béllu quànn’è ricambiàtu.”, recita uno stornello della tradizione.
A maggio, tra il clima mite e le celebrazioni del mese mariano, non mancavano le occasioni per uscire di casa.
“Ecco maggio ch’è venuto / có’ la giacca di velluto; / ecco maggio ch’è tornato / có’ le brache di filato”: i giovani si facevano belli e uscivano (facevano comparsa), si conoscevano, parlavano (facìa l’amore).
I fidanzati, nella mattina della prima domenica di maggio, usavano fare l’infiorata di fronte alla casa della ragazza.
Poi c’era il canto.

Ricordando le parole desolate di Mario Rigoni Stern in una delle sue ultime interviste, laddove oggi stiamo zitti e ascoltiamo cantare radio, televisione e perfino il telefono, laddove cantare è diventato addirittura sconveniente se non lo si fa dall’apposito palco, allora “il falegname, il contadino, l’operaio, quello che va in bicicletta, il panettiere“, tutti cantavano.
In quel mondo, quindi, era prassi normale quella della serenata, che si faceva passando la sera, di ritorno dal lavoro, alla finestra dell’amata, e della mattinata, che si faceva al mattino; ben documentata nell’area della media valle del Chienti e del Fiastra è la serenata “alla birbantesca”, caratterizzata da una melodia particolarmente struggente (di canti d’amore e delle loro modalità qui e qui ne parlano, in dettaglio, i miei amici del gruppo Pitrió’ mmia).
Una caratteristica da evidenziare nei canti d’amore della Marca è che in essi -che siano d’amore o “a dispetto”– non è solo l’uomo a cantare.
Se sommiamo questa importante particolarità al fatto che in famiglia era la vergara (la moglie de lu vergà’, il capofamiglia) quella che gestiva e reggeva l’economia della casa, ne viene fuori una figura femminile non così sottomessa, anzi dominante per certi versi, e un modello familiare esternamente patriarcale ma internamente matriarcale.
Un substrato dell’antico culto esclusivamente femminile della dea Bona, la grande madre dei latini, diffusissimo nel Piceno anche per la corrispondenza con Cupra, la dea della fecondità?

di Carlo Natali

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