La politica “postumana” di Casaleggio

Vorrei concedermi una piccola riflessione – si badi bene, una postilla non-politica – maturata dopo la lettura dell’articolo del Fatto Quotidiano (reperibile qui http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/27/viaggio-di-grillo-fo-casaleggio-e-guru-disse-leader-parola-del-passato/481585/ ) di un breve stralcio di opinioni tra Casaleggio, “guru” del M5S, e Grillo, come noto, suo portavoce a livello nazionale (e che consigliamo di leggere prima di procedere con questo articolo).

Il riferimento alla popolazione amish contenuto nell’intervista, così come quello alla mutazione indotta dalla tecnologia sia nell’apprendimento sia nel sesso e nella salute, mi ha particolarmente colpito. Questi passaggi, apparentemente stravaganti e non significativi, nascondono, invece, una ben precisa cornice teorica di riferimento alla quale sembra appartenere il complesso ideologico del futurologo – perché di questo si tratta – Casaleggio. Una appartenenza che può essere meglio mostrata se ci si riferisce al nuovo “spazio antropologico” inaugurato dalla riflessione postumana ed esemplarmente contenuta nel testo di K. Kelly Quello che vuole la tecnologia cui sembra condurre l’intero impianto teorico del “guru” della rete. È rintracciabile proprio in questo testo, infatti, l’analisi del rapporto tra gli amish e la tecnologia preso come paradigma per quanto riguarda la questione della innovazione (per chi volesse approfondire l’argomento è disponibile una conferenza sottotitolata in italiano dell’Autore al TED del 2009 all’indirizzo http://www.ted.com/talks/lang/it/kevin_kelly_tells_technology_s_epic_story.html in cui le affinità con il pensiero tecno-ottimista di Casaleggio sono palpabili).

Ora, se è vero che la riflessione politica che anima l’attività politica di Casaleggio vuole costitutivamente porsi in una dimensione post-ideologica, è altrettanto vero che ogni interpretazione della realtà, in un modo o nell’altro, attinge ad un complesso di idee, di valori e di pratiche che in maniera più o meno esplicita informano quelle stesse interpretazioni. Quanto detto fin ora, in conclusione, mi fa ritenere che sia proprio questa “ideologia” a nutrire il pensiero del futurologo Casaleggio tanto che la sua proposta politica può benissimo ergersi quale primo tentativo concreto di una politica effettivamente postumana.

Cosa comporta, nei fatti, questo tentativo? A mio avviso, ovviamente opinabile e che spero possa produrre così un dialogo proficuo con chi vorrà commentare l’articolo, ciò comporta scorgere nel progresso tecnoscientifico l’effettivo volano di benessere e progresso che l’uomo dovrà accettare ed accogliere. L’apprendimento dei ragazzi, il benessere e la cura della persona, così come la nostra vita sociale o sessuale, starebbe così subendo un inevitabile mutamento, una vera e propria trasformazione che renderà molto più semplice, immediata e fruibile la concreta esistenza del cittadino: ciò, di riflesso, provocherà anche la salvaguardia sempre più consapevole dell’ambiente e del non-umano. Dietro al concetto di democrazia digitale, così come dietro al concetto di gestione partecipata e diretta delle scelte politiche grazie alla Rete, si nasconde, quindi, la “fede” in una tecnica in grado di promuovere, da sé, un generale miglioramento delle condizioni di vita del cittadino.

Insomma, alla base del messaggio politico di Casaleggio si agita questa ben precisa ideologia, la quale guarda allo sviluppo tecnologico come ad un vettore inevitabile ed automatico di sviluppo che dobbiamo saper addomesticare affinché produca una mutazione positiva del nostro essere uomini. Per fare ciò, come noto, il M5S predica la “morte” della vecchia politica, una morte che a ben guardare ne rappresenterebbe, in realtà, una vitale ed autentica rigenerazione. In questo passaggio è impossibile non notare le stesse modalità con cui la filosofa D. Haraway predica la morte dell’Umanismo in favore della rigenerazione postumana dell’umano possibile mediante la tecnologia.

Una rigenerazione offerta proprio dal Casaleggio-pensiero e dalle pratiche immesse e sostenute dal Movimento che ha contribuito a fondare: non è un caso, infatti, che lo stesso rapporto di Grillo con la tecnologia cambi sensibilmente a partire dalla sua collaborazione con la Casaleggio Associati. Come si ricorderà, infatti, nei vecchi spettacoli del comico genovese la tecnologia veniva pesantemente criticata, fino a giungere alla distruzione di un computer sul palco alla fine dello spettacolo del 2000 (qui il video: http://youtu.be/4jdHN4edCqA). L’incontro con il pensiero tecnofilo di Casaleggio, probabilmente, deve aver trasformato l’approccio del comico genovese alla tecnologia tanto da diventarne voce pubblica ed aggregatore di consensi.

Ora, è proprio a questo livello teorico, prima ancora che politico, che la mia riflessione si concentra. A mio avviso, infatti, la tecnologia applicata alla politica – riflesso di quella utilizzata, in generale, nella vita – non porterà, di necessità, ad una risoluzione dei conflitti e delle problematiche della nostra contemporaneità ma semplicemente avrà l’effetto di amplificare la portata di ciò che è già presente, nel bene o nel male, nel nostro sistema comunicativo, economico e sociale. L’incapacità del singolo e della politica di riconoscere il bene comune quale oggetto della propria azione, infatti, non verrà “curata” dalla tecnologia ma, semmai, ne uscirà fortificata.

Il mutamento degli strumenti con cui l’umano opera nel mondo non implica di necessità la cura della natura alienata del senso di comunità (una alienazione egregiamente colta, comunque, nel pensiero di Casaleggio-Grillo). Prima ancora dello strumento, è il progetto del singolo che deve vocarsi al bene comune; purtroppo, non c’è alcuno strumento che sappia generare nell’uomo automaticamente tale vocazione. Di conseguenza, l’approccio postumano alla politica ed alla vita potrebbe dar linfa ad un pericoloso ottimismo che sfocerebbe nella perdita di responsabilità – politica, sociale, etica e morale – da parte del singolo. Infatti, se si assume che basti la Rete – nella doppia accezione di massa di utenti e di strutture tecniche – ad assicurare l’inevitabile giustezza delle azioni e la necessaria correttezza del metodo utilizzato nel deciderle, si avrà il risultato paradossale di affidare ad essa la propria responsabilità, perdendo nel contempo quella partecipazione attiva e quella consapevolezza che, invece, si voleva costruire e promuovere.

Ovviamente, è più che legittimo credere nel progresso salvifico che l’introduzione della tecnologia opererà nel cammino nell’umano, ma questo fatto non può essere assunto quale dogma della propria azione politica senza sottoporlo ad una adeguata analisi. Prima ancora dei contenuti politici offerti dal movimento inaugurato da Casaleggio la nostra riflessione vuole interrogarsi sulla effettività della Rete come strumento “automatico” di consapevolezza e partecipazione, come deus ex machina capace di risolvere i conflitti della nostra società. La questione arriva dunque prima della politica, cioè interessa il fondamento su cui quella politica cresce e si nutre: è a questo livello, allora, che dovrebbe concentrarsi la riflessione intorno all’ideologia postumana alla base del pensiero di Casaleggio, una riflessione che deve interrogarsi sulla accettabilità di quella posizione.

Concludendo questo articolo già eccessivamente lungo, non posso far altro che rinnovare ancora una volta l’invito a commentare e cercare di comprendere insieme se davvero siamo entrati nell’epoca del cittadino-cyborg e, soprattutto, se sia davvero così pericolosa la sua affermazione.

P. S. Per un’analisi ancora più puntuale del terreno filosofico in cui affonda le radici tale politica “postumana” rimandiamo ai testi di C. H. Gray (Cyborg citizen. Politics in the posthuman age, Routledge, New York-London 2002) e di P. Lévy (L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano 1996; Cybercultura. Gli usi sociali delle nuove tecnologie, Feltrinelli, Milano 1999).

 

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5 pensieri su “La politica “postumana” di Casaleggio

  1. Premesse generali corrette per un approfondimento, che andrebbe fatto allargando la prospettiva a tutte le nuove pratiche che traggono la forza della loro novità non dalla qualità dei contenuti, ma dall’abolizione della distinzione tra apparato e fine, cioé tra i mezzi con cui più persone si accordano per coordinare la loro azione comune e gli obiettivi su cui questa azione deve convergere e compiersi.
    Faccio notare, per rimanere nell’ambito particolare della recente storia politica italiana, che l’impostazione data dal guru Casaleggio e dal “portavoce” Grillo presenta dei parallelismi impressionanti con il grande movimento di protesta della Lega. Già questa, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, traeva il suo consenso dall’attacco alle forma istituzionale dell’amministrazione centralizzata e corrotta (slogan storico “Roma ladrona”), per opporvi il modello virtuoso dell’autonomia, dell’identità territoriale e della federazione (lega lombarda, liga veneta, ecc…), ed anche allora c’era l’ideologo e il suo braccio armato (Gianfranco Miglio e Umberto Bossi).
    Ora i poli dialiettici del conflitto non vertono più sul modo di organizzare l’apparato amministrativo, ma sul modo di organizzare l’apparato comunicativo, dal momento che l’ampiezza semantica e processuale del secondo ha assorbito il primo, grazie alla definitiva affermazione della rivoluzione informatica. L’idea più potente ed utopistica del movimento 5 Stelle è che l’orizzontalità della comunicazione possa condurre all’abolizione (per un effetto di ridondanza) della figura del leader (che astutamente Grillo nega di essere) e delle cariche intermedie. Un po’ come l’abolizione della proprietà privata era allo stesso tempo condizione per arrivare allo stadio finale della società senza classi nel progetto marxista, ora il movimento senza leader (in cui “uno conta uno”, in cui nessuno è più tenuto a rappresentare nessuno) vuol mettere spalle al muro la “vecchia” politica dei partiti in ragione della sua stessa forma. Forse è postumana come impostazione? Non lo so, ma a me sembra configurarsi come una ripetizione dei tradizionali schemi interpretativi dello storicismo dialettico, e il movimento è destinato a lasciarsi trasformare da ciò che vuole combattere, come sempre è successo ad ogni forza rivoluzionaria.

    1. Innanzitutto, grazie per il commento.

      In secondo luogo, quello che dici all’inizio del tuo intervento è assolutamente vero: il Movimento riproduce degli stilemi che certo non si inventa ma che utilizza ampiamente. Non solo la ricerca del nemico (la Casta, il Sistema, etc. ) ma anche il coinvolgimento emotivo così come il tratteggio delle debolezze che fanno identificare sempre di più il movimentista al leader. E concordo assolutamente che nell’assenza di leader indicata come vanto dal Movimento, in realtà, si perpetuino vecchi schemi di potere travestendosi di nuovo.

      Ma, ancora più in profondità, non volevo andare a sondare l’effettiva offerta politica del Movimento (che, come si nota, non è assolutamente trattata) ma l’universo valoriale di riferimento a cui attinge, visto che probabilmente da Martedì esso irromperà nei luoghi del potere influenzandone (in positivo ed in negativo) i meccanismi. Iniziare ad interrogarsi sulla visione di mondo su cui quella offerta politica si fonda, a mio avviso, inizia perciò a farsi urgente tanto più che essa, pur usando talvolta vecchi ingranaggi, davvero si sta imponendo come nuovo spazio antropologico. L’immaginario tecnofilo non rimane più limitato alla letteratura ed al cinema ma inizia a solidificarsi non solo in pratiche di vita ma anche in politiche: un fenomeno inedito, che dal mio punto di vista aspetta ancora di essere indagato.

  2. Conosci sicuramente e meglio di me tutto il processo sociologico e filosofico che ha portato, alle soglie della modernità, ad individuare nel lavoro la chiave per definire i valori ed i rapporti sociali. Ora, se è vero che l’analisi più illuminante è quella di Marx, la ragione della sua originalità consiste nella centralità che viene attribuita ai mezzi di produzione, ed al progresso tecnico che li sottende. Toyotismo e fordismo, ad esempio, configurano due paradigmi di come gestire i processi di produzione, applicandoli alla realizzazione degli autoveicoli e poi, per traslazione, ai moltissimi altri beni di consumo. Ora, se da quel modello di produzione sono scaturite le figure della rappresentanza politica e sindacale dei diritti dei lavoratori, penso che bisogna ammettere che già una volta la tecnica ha prodotto figure e pratiche come le intendi tu. La novità vera e propria sta nel fatto che, nell’era della comunicazione informatica, vengono meno i prerequisiti dell’identità di classe, della separazione della proprietà dei mezzi di produzione da chi li usa. Il mezzo di questa nuova coscienza è la periferica elettronica (o “device”), rispetto a cui l’interezza della persona viene ridotta all’espressione parziale della sua interiorità, tramite l’opinione. Non ci si comprende più a partire dall’orizzonte definito, in qualche modo imposto, della propria funzione produttiva (“che lavoro fai?”) ma dalla libertà indeterminata di modificare ad libitum il proprio avatar (“come vuoi apparire?”). Facci caso ad una cosa: Grillo vieta ai candidati di sottoporsi ai medium tradizionali, perché la TV impone la sua maschera, crea i personaggi alle sue condizioni, fissa le opinioni del singolo e gli impone una sua coerenza: la rappresentazione è il riflesso di rigorose regole di produzione, quindi c’è del valore. Al contrario, in rete si può dire di tutto, ci si può contraddire, c’è una sensazione di libertà molto più ampia: il soggetto si percepisce immediatamente come autoproduzione, la proliferazione incontrollabile di infiniti “io” sfugge alla determinazione del valore. Tutto ciò è quanto di più vicino si possa immaginare all’anarchia, non credi?

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