Le rovine dell’Università

Quando noi del movimento studentesco discutevamo di futuro e università all’interno della Facoltà di Filosofia, sapevamo di avere a che fare con processi di medio periodo.
La “Riforma Gelmini”, che allora si combatteva (“NO alla 133!” si scriveva nelle piazze fin dall’anno prima), si andava a innestare all’interno di un quadro normativo e progettuale che già con la altrettanto fatidica “Riforma Moratti” del 2003 risultava definito.

La manifestazione degli studenti delle superiori ottobre 2010
L’assottigliamento del personale, il blocco del turnover, la riduzione dei corsi universitari e i tagli drastici ai fondi per il Diritto allo Studio (concordati con il ministro dell’economia Tremonti) erano stati preceduti nel 2009 dall’apertura dei Consigli di Amministrazione ai privati, aprendo così la possibilità di diretta ingerenza dell’interesse economico privato nel più elevato istituto di formazione nazionale.

All’interno di un’analisi inevitabilmente complessa e articolata, abbiamo sottolineato l’interazione strutturale tra più livelli politici, grazie ai quali si andava a comporre questa Università. Il Bologna Process (vedi qui) ha dettato la linea europea sulla formazione universitaria fin dal 1999, con il sistema dei crediti e della valutazione in ottica mercantilistica. Gli stati nazionali (ognuno in forma diversa) hanno quindi reso carne quei principi ispiratori.
Nel livello locale, tuttavia, questo quadro normativo avrebbe potuto essere declinato in maniera differenziata: forme alternative di welfare, coraggiosi progetti di innovazione e accorpamento, potevano e possono ancora nascere attorno alla radicale critica di questo modello meritocratico e selettivo di diffusione del sapere che dall’alto si è imposto.

Ma quali sono le conseguenze nella nostra città?
L’UniMC ha visto aumentare le sue tasse di iscrizione del 100% (da 550 euro a 1100 euro circa), a fronte di un costo delle mense universitarie pur sempre stratosferico (7 euro a persona per un pasto completo) e di un’erogazione di servizi che è rimasta identica. Nel frattempo, sono alla canna del gas le facoltà di Scienze della Comunicazione, Scienze Politiche e Filosofia a causa della difficoltà nel reperire docenti di ruolo associati o ordinari (i cosiddetti “strutturati”), e il numero complessivo degli iscritti all’UniMC è sceso dai 11.300 del 2010 ai 9400 scarsi di oggi: una perdita di 500 studenti all’anno.
Pur non avendo dati specifici, è semplice constatare che sempre meno sono gli studenti “forestieri” nella nostra città, impoverita da un’offerta didattica ridotta e comunque “cara” per uno studente emigrante di ceto medio.
Ci sono segnali di risveglio o resistenza a un processo che pare irreversibile?
Non apro il discorso sul progetto del Comune “Macerata Digitale”, le cui potenzialità non si sono espresse pienamente (per dettagli rimando Vademecum per la Carta Studenti); piuttosto, vorrei soffermarmi sulla situazione politica studentesca nella nostra Università.

Angelus Novus di Klee

Fin dagli anni ’60 la massificazione dell’Università italiana l’ha resa un luogo di produzione politica e culturale, spesso di assoluta avanguardia. Ma se nei decenni a seguire questi spazi son stati centri di formazione in senso lato (formazione culturale, sociale, esistenziale, libidinale), a partire dagli anni ’90 essa ha vissuto di grandi momenti di silenzio e alcune fasi di rivoltosa esplosione. Le pratiche contro-culturali sono rimaste centrali solo in alcune aree metropolitane (Roma, Bologna, Firenze) e in atenei medio-piccoli all’avanguardia.
L’UniMC non è uno di questi atenei.
Chi si impegna all’interno dell’Università di Macerata limita la propria azione alle elezioni universitarie (il cui peso specifico nell’interesse collettivo è pari a zero) oppure a eventi estemporanei (proiezione di film, conferenze) o interni all’UniFestival.

Non ci sono luoghi autogestiti ed è completamente assente un discorso complessivo sullo stato del nostro Ateneo: il suo lento declino e la sua trasformazione in un esamificio.
Anzi, si può dire di più: le rivendicazioni burocratico-tecniche (spostare appelli d’esame, aggiungere una data, comunicare coi docenti, modificare la programmazione dei corsi, migliorare i trasporti) si inseriscono perfettamente all’interno di questa trasformazione dell’Università in una struttura atta a fare corsi, esami e distribuire diplomi. Nulla più: nessun posto per l’engagement, per una cultura appresa diversamente (in forma orizzontale e collettiva, per es.) con tematiche differenti. Ma poco spazio anche per il divertimento destabilizzante: non quello del giovedì sera, ma piuttosto quello diffuso e radicato in luoghi cittadini, che può apparire e scomparire in qualunque momento, che si fa attorno alle perdite di tempo, alle discussioni improvvise, alla produzione di musica o altro.
Sebbene questa progressiva integrazione dell’Università nel sistema capitalistico (come produttrice di sapere asservito, esamificio e dispensatrice di diplomi) sembri compiersi sempre di più, non dobbiamo abbandonare la convinzione che una Università d’altro tipo, una contro-Università, sia sempre possibile qui e ora, nelle crepe di un sistema che non funziona per gli studenti, per la ricerca, per la città.
Il deserto va attraversato fino in fondo, per spingere la trasformazione. Parafrasando Benjamin, potremmo essere come l’Angelus Novus che
sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradio, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo.

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2 pensieri su “Le rovine dell’Università

  1. Caro Stefano, analisi pienamente condivisibile. Il deserto va attraversato fino in fondo, sempre che ci sia una terra promessa da raggiungere. E se non ci fosse? Va bene lo stesso, ci abbiamo provato

  2. Grazie Roberto, son convinto che le idee ci siano, le forze vadano trovate e la fiamma vada appiccata, in una fase in cui il populismo gauchista post-democratico ci impone un linguaggio nuovo e soprattutto ci impedisce qualunque genere di alleanza strategica con le realtà “riformiste”.

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