“Beato il Paese che non ha bisogno di eroi”

Di Ludovica Picciola

I ragazzi della generazione degli anni ’90 ricordano molto vagamente le lezioni di educazione civica. A vent’anni suonati si pensa “ma quelle rare lezioni riguardavano veramente l’educazione civica?!”. Ne hanno un vago ricordo perché erano molto sporadiche: un paio di ore una volta ogni tanto nel giro di nove mesi di scuola in cui si parlava di educazione alla cittadinanza sotto vari punti di vista. Un po’ di educazione ambientale, le basi del primo pronto soccorso, qualcos’altro sull’abuso di alcool e sostanze stupefacenti o disturbi alimentari. Poco o nulla di leggi o Costituzione italiana, che viene studiata principalmente nel biennio nelle scuole ad indirizzo tecnico, e nulla – ma proprio nulla! – di educazione sessuale.

L’educazione civica, per chi non lo sapesse, venne introdotta da Aldo Moro nel 1958 come materia affidata all’insegnante di storia e priva di valutazione, ma venne poi tolta improvvisamente tra il 1990 e il 1991. Da allora, sono pochi gli insegnanti coraggiosi che provano a portarne almeno un po’ nelle classi cui insegnano, e in ogni caso nei programmi ministeriali non ha molto valore.

Altra storia riguarda gli altri Paesi europei – perché in una realtà come la nostra non si può non ragionare anche in un’ottica europeista (qui il link) – e, facendo una ricerca su internet, si può vedere che nei Paesi vicini è stata adottata o come insegnamento integrato ad altre materie o come materia vera e propria. Inoltre, si nota che è una disciplina che non scompare nel corso degli anni, ma che anzi accompagna gli studenti dal primo ciclo di studi all’ultimo (dalle elementari alle superiori, in sostanza) e il suo peso varia a seconda del Paese. Un esempio è la Finlandia, dove la partecipazione attiva nella vita comunitaria è fortemente sentita e ha lo scopo di rendere gli studenti dei cittadini capaci di rispettare la natura e i diritti umani. O anche in Lettonia, Repubblica Ceca e Slovacchia in cui lo scopo è quello di rafforzare la democrazia e di promuovere il rispetto per i cittadini non nativi.

La visione globale di quel che sta accadendo nel nostro Paese e il confronto doveroso con realtà differenti fa scaturire molte riflessioni e, pensando proprio a questa generazione – quella che si è vista negata l’educazione alla cittadinanza – mi viene in mente il tran tran che passa dai bar di paese ai talk show televisivi. Quello dei “giovani privi di valori”.

Sarà vero, sarà falso? Una cosa è certa: nella stessa maniera in cui ci sono ragazzi annoiati e disillusi, ci sono anche tanti ragazzi che tirano fuori una capacità di comprensione e un interesse che, ahimè, nelle scuole raramente si vede. Dico ahimè perché ormai la scuola più che un luogo in cui si impara a vivere in comunità e a formare menti consapevoli e informate, è il luogo della repressione dell’io per eccellenza. Nella maggior parte dei casi ai ragazzi viene imposto di ripetere a macchinetta quel che studiano, gli insegnanti insegnano come automi e buona parte di quel che viene detto resta come un’impronta nella sabbia: svanisce non appena passa un po’ d’acqua.

Se formare bravi cittadini sin dai primi anni di vita non è una priorità per le Istituzioni e per chi le rappresenta localmente, come ci si può stupire di quel che la nuova generazione è diventata? Se dentro la scuola i ragazzi non hanno spazi per esprimersi liberamente e vedono i professori come chi ha il coltello dalla parte del manico, invece di vederli prima di tutto come educatori e punti di riferimento, e se non appena escono da scuola si ritrovano attorno le stesse logiche che hanno mandato l’Italia nel degrado in cui è, come si può puntare il dito contro?

L’educazione civica comprende tutto quel che un individuo dovrebbe sapere per muoversi consapevolmente nel mondo che lo circonda. Se ci fosse e se venisse accompagnata da un modo diverso di vedere le cose, di trasmettere i valori , la maggior parte dei ragazzi saprebbe bene che se qualcuno non emette la fattura o lo scontrino è anche affar loro, perché in quel caso loro pagheranno quel che prima l’evasore non ha pagato. Se ci fosse, ci sarebbero meno gravidanze inattese quindi meno aborti, oppure ci sarebbero meno bulli e molti più ragazzi che difendono la parte debole. Se le venisse dato più spazio, saprebbero tutti apprezzare più a fondo la Costituzione Italiana, e magari verrebbe loro voglia di leggere quali sono i loro diritti da cittadini, da odierni studenti e da futuri lavoratori. Sarebbe un po’ più facile tracciare il confine in cui finiscono le loro libertà e iniziano quelle degli altri ragionando in un’ottica molto più ampia, non circoscritta a quello che è concepibile nel piccolo mondo in cui sono cresciuti.

Tenendo conto di tutto questo, si può comprendere quanto una determinata educazione possa influenzare non solo l’individuo ma anche l’andamento di un Paese intero: se la democrazia è quel che è ed i partiti votati sono quelli che rappresentano i Paesi a livello internazionale, allora la formazione di coscienze critiche non è un optional, è una necessità.

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