Europei che non vogliono più essere europei

Di Martina Cafarella

Dal 7 al 10 Maggio, a Macerata, sono stati i giorni della Festa dell’Europa; ma negli altri Paesi dell’Unione Europea (come Strasburgo, Lussemburgo e Bruxelles) i festeggiamenti sono iniziati già dal 4 Maggio, con concerti, manifestazioni, stand informativi ed entrata libera per il pubblico agli edifici che ospitano gli organi politici dell’Unione Europea.

Io mi sono trovata a Bruxelles, totalmente inconsapevole della cosa, proprio in quei giorni. Quindi, ho afferrato al volo l’occasione, anche in ragione del fatto che le elezioni per i deputati al Parlamento erano imminenti, e ho deciso di fare un giro all’interno, tanto per vedere dove sarebbero andate a finire le persone che avrei eletto.

Inutile raccontare della grande confusione, dei numerosi banchetti che fornivano informazioni e depliant, delle bandiere disseminate ovunque, dei quiz organizzati per attirare i visitatori vari e variopinti, i bambini; e soprattutto, della famosissima aula dove siedono tutti i parlamentari, dove vengono prese le decisioni che riguardano tutti noi. Quel che ho apprezzato di più dei “festeggiamenti” è stato il mix tra entertainment, relax e informazione: nulla di troppo fuori dagli schemi, ma apprezzabilissimo il distribuire, oltre a volantini, anche dépliant sul funzionamento del Parlamento Europeo, addirittura libri. Gradito il tentativo di informare i visitatori su un organo e un’istituzione di cui, alla maggior parte, credo che sfuggano ancora le dinamiche. Sicuramente, l’ho preferito alla blanda organizzazione degli Aperitivi Europei: è stato bello vedere gente per strada a Macerata, assaggiare pietanze (quanto fedelmente cucinati?) dei Paesi stranieri, ma se la cosa non si fosse conclusa in quel carnevale di costumi e piatti tipici si fosse allargata ad altro, sarebbe stato più interessante. Per esempio, organizzare una conferenza per parlare della situazione economica, politica, sociale e perché no?, anche della cultura dei membri dell’Unione Europea. Magari allestire un cineforum sulla cinematografia nazionale. A dire la verità, quella settimana c’era quello della settimana russa. Peccato che non sia nell’Unione Europea.

È chiaro che questo è un argomento che non desta l’interesse che meriterebbe. Sono ormai cinquant’anni che facciamo parte dell’Unione, tuttavia ancora non riusciamo a sentirci europei. Colpa dei nazionalismi? Della sfiducia verso capi di governo che sembrano pensare solo ad arraffare guadagni sono per il proprio Paese o per loro stessi? Colpa della diffidenza verso la politica? O anche, peggio, del generale disinteresse per ciò che “decide chi ha il potere”?

Questa noncuranza si riflette anche sugli ultimi avvenimenti. Domenica scorsa si sono svolte le elezioni europee per gli europarlamentari a Bruxelles e i dati sono demoralizzanti: dal 2009 (anno delle precedenti elezioni), il numero di coloro che hanno votato è sceso dal 66,3% al 58,7% del totale dei votanti italiani; riguardo alla sola provincia di Macerata, invece, il distacco si fa più alto, con un iniziale 71,9% che cala al 61,4% di quest’anno, dieci punti e mezzo in meno. Ma i risultati scoraggianti vengono anche da fuori: i casi limite sono Gran Bretagna, che, oltre ad aver registrato un’affluenza bassissima alle urne (il 36%), ha anche visto trionfare il partito antieuropeista. E quello inglese non è l’unico caso: è successo anche in Danimarca, Grecia, persino in Francia.

Gli europei, insomma, non vogliono più far parte dell’Europa. Ma quanto può giovare in questo momento tirarsi indietro? Forse chi sostiene questa soluzione non lo capisce appieno.

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