Garanzia giovani: a garanzia dell’ennesimo fallimento?

Il progetto Garanzia Giovani, parte del più ampio Jobs Act (un corposo nugolo di norme e deroghe raggruppate nel D.lgs 20 marzo 2014, n. 34,  convertito in legge pochi giorni fa) sulla bocca e sulle slide di Renzi e Poletti da qualche mese, è operativo dalla simbolica data del primo maggio: è ormai passata qualche settimana ed inizia ad apparirne più chiara l’essenza, i suoi pro ed i suoi contro.
La Garanzia Giovani è il Piano Europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile, che prevede, per i Paesi Membri con tassi di disoccupazione superiori al 25%, da investire in politiche attive di orientamento, istruzione e formazione e inserimento al lavoro, a sostegno dei cd. neet. Nessun nuovo posto di lavoro, dunque, bensì un’implementazione di servizi di placement per favorire in primis l’occupabilità delle persone, incrociando domanda e offerta di lavoro.

Tutto ciò si concretizza in un sito web, lanciato nella data simbolo del il primo maggio, dove i neet fra i 15 e i 29 anni possono registrarsi per poter usufruire, entro quattro mesi, di un’azione personalizzata che si traduce in un’offerta di formazione o lavoro.
Un progetto che è costato, secondo il Ministero, un milione di euro, ma c’è chi parla di una cifra pari a 200 volte tanto (Tito Boeri su Repubblica, ad esempio): in ogni caso una cifra assurdamente elevata per un sito web, uguale a milioni di altri e che non fa nulla di diverso rispetto agli altri, oltre che per campagna promozionale che vi sta dietro. Una barca di soldi spesi per l’ennesimo specchietto per allodole: come si può pensare che una nuova forma di placement possa davvero rappresentare un miglioramento nella condizione dei nostri 6 milioni di inattivi? Cosa c’è di nuovo, rispetto a quello che i Centri per l’impiego ed il nugolo di simili strutture, virtuali e reali (penso al gran numero di uffici placement universitari, sportelli e siti web pubblici e privati che raccolgono milioni di curricula e poche offerte di lavoro, per non parlare delle agenzie per il lavoro interinale), da sempre, dovrebbero fare ma per una serie di motivi non riescono a fare?

Tutto ciò rientra nei compiti che i Centri per l’impiego dovrebbero svolgere per missione, senza fondi europei, ma che per carenze di personale, in termini qualitativi e quantitativi, non riescono a fare: mancano psicologi, esperti di marketing, informatici, mentre abbondano gli amministrativisti. Ne consegue che solo l’1,4% dei disoccupati trova lavoro grazie ai servizi dei CIOF, come anche che chi ha un curriculum appena più innovativo di quello di un tornitore o un saldatore non vi trova neanche la dicitura esatta per essere iscritto correttamente nelle banche dati: provare per credere.

In ogni caso, un sito per l’intermediazione domanda – offerta come Garanzia Giovani già c’è,  si chiama Cliclavoro, ha poco più di 20mila iscritti e 4.000 visitatori al giorno: non è un caso che che molti link di Garanzia Giovani puntino proprio lì. Il problema di Cliclavoro è semplicemente uno, difficilmente risolvibile dal neonato concorrente: potrebbe funzionare bene, se solo ci fossero più offerte di lavoro e di tipo più qualificato, dato che quasi tutte le mansioni presenti sono di stampo operaio e manufatturiero.
Ancora una porta chiusa in faccia ai più inutili dei giovani, i laureati: nessuno stupore, se ascoltiamo le parole di Poletti, che si dichiara d’accordo con Briatore quando dice che i giovani devono andare a zappare anziché all’università (vedi i primi minuti dell’intervista a Le invasioni barbariche). Parole senza dubbio simboliche e generaliste, ma sicuramente emblematiche.

Non servono grandi statisti per dire che piuttosto che creare altre scatole vuote si sarebbe speso meno per riempire le tante scatole già costruite e al momento inattive o quasi, coordinandone le funzioni e implementandone le funzionalità. Sarebbe rimasto qualcosa in più, non dico per tirare fuori lavori che non esistono dal cilindro del prestigiatore, ma almeno per ridurre drasticamente la quota dei neet in una sola mossa: sostenere la gran parte di loro, ovvero gente che lavora full time ma guadagna meno di 8.000 euro l’anno. Tantissimi inattivi – dei quali abbiamo parlato spesso – a cui è negata persino la qualifica di lavoratore: di loro non conviene tener conto, pena il dover affrontare il tema, assai sconveniente,  del poco virtuosismo e della scarsa filantropia di molti imprenditori nostrani.

Sicuramente più semplice parlare di giovani senza lavoro e imprenditori strozzati dalle tasse sul lavoro: in tal caso sì, basterebbe un bel sito e un po’ di placement in più.

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