Il petrolio d’Italia

Nella cornice della sala Ex Cinema dello Sferisterio ho avuto il piacere di fare una lunga chiacchierata con Ruben Leporoni, Laura Piccioni, Sauro Tartari e Mauricio Pasquali, organizzatori della mostra fotografica “Fabbricanti di Passioni” . Il cinquantesimo anniversario della stagione lirica dello Sferisterio di Macerata è il momento ideale per porre l’accento su ciò che normalmente esula dalle celebrazioni operistiche. Così i tecnici dell’Arena cittadina hanno ben pensato di organizzare una mostra fotografica per mettere in risalto la manualità del loro lavoro artigianale, svolto con passione e creatività.

Dietro ogni spettacolo teatrale si cela il lavoro congiunto di molte figure diverse, circa un centinaio di persone che collaborano attivamente al risultato finale, ma il cui lavoro resta per lo più “dietro le quinte”, nascosto alla vista del grande pubblico. Ci sono molte figure “comuni”, oltre agli artisti, che lavorano insieme in un vero e proprio cantiere:  si tratta di elettricisti, sarte, attrezzisti, macchinisti, tecnici, truccatori. C’è un’opera lirica da rappresentare: regista e scenografo propongono la loro idea di allestimento e gli operai, compatibilmente con le possibilità della struttura, da tavole grezze di legno tirano fuori scenografia e oggetti di scena. Oltre a creare l’allestimento, si occupano poi di montarlo e smontarlo, a volte anche in tempi molto brevi: “è un lavoro artigianale di grande creatività. Pensa quanto sarebbe bello creare un laboratorio all’interno dello Sferisterio, per fare in modo che, insieme alla falegnameria, si possano tramandare le conoscenze di generazione in generazione”, mi confessano.

I ragazzi puntano il dito sullo scarso coraggio delle istituzioni nel gestire al meglio le potenzialità di una struttura come l’Arena Sferisterio. Con la mostra intendono essere quindi di esempio e dimostrare come si potrebbero sfruttare lo spazio, i materiali, e le collaborazioni con altri enti, per creare ricchezza culturale: “è inconcepibile che una struttura come questa sia chiusa per la maggior parte dell’anno: nei magazzini sono stipati costumi e oggetti di scena che potrebbero essere esposti al pubblico. Anche questa sala ad esempio, avrebbe bisogno solo di poche modifiche, e potrebbe essere sfruttata in mille modi”. Mi accompagnano anche a fare un breve tour in platea e nelle gallerie sotto le gradinate, e mi raccontano che un tempo erano popolate da botteghe di artigiani, mentre adesso questo spazio deve fungere per forza da magazzino, perché non hanno un altro luogo dove riporre i loro strumenti e le parti degli allestimenti.

Così come molti altri in questa nostra epoca,  questi lavoratori hanno contratti a tempo determinato, e si trovano nella ben nota condizione della precarietà,  ma la passione per il loro mestiere è grande, e quindi la affrontano sempre con determinazione. “Ci hanno offerto anche di diventare una cooperativa, ma questo comporterebbe perdere il rapporto diretto con l’amministrazione, un rapporto di collaborazione costruito negli anni, che rende possibile mettere in scena la lirica stagione dopo stagione. In una cooperativa i lavoratori si farebbero la guerra l’uno con l’altro e questo impoverisce molto la cultura”. Vedendo la mostra è possibile notare come gli allestimenti siano stati notevolmente ridimensionati nel corso degli anni. I bilanci segnalano cadute economiche reali, mentre le presenze raddoppiano, facendo intravedere buone prospettive per il futuro. Ma, mi dicono con molto ardore, “ci sono molti timori ad investire perché la cultura è mercificata, è il petrolio italiano, e sarà sempre gestita secondo la logica del profitto, invece ciò che conta è il reddito”.

Sempre più entusiasmati e carichi, proseguono nel loro appello: “Visto che siamo precari , il nostro impiego è sempre oggetto di frizioni con il nostro datore di lavoro, che poi è il sindaco. Ma bisogna mettersi in testa che entrambe le parti hanno un unico obiettivo, cioè che la stagione sia fruttuosa. Non c’è conflitto tra il fatto che un lavoratore abbia un posto fisso e che la stagione abbia successo. La nostra impressione è che in questo modo la gestione dei teatri diventi sempre più appetibile per i privati. Per noi sarebbe come vendere un pezzo del nostro corpo a qualcuno: il  patrimonio collettivo non deve essere svenduto. Le autorità hanno difficoltà a comprendere che i soldi portano soldi, che investire in una struttura come lo Sferisterio porterebbe a benefici economici che si rifletterebbero anche sulle strutture circostanti, come bar, alberghi. Siamo innamorati del nostro mestiere, e per questo siamo giunti alla conclusione di allestire questa mostra, affinchè tutto il pubblico possa rendersi conto  della magia dell’allestimento, e vivere al cento per cento una notte all’opera”.

Un argomento del genere merita di essere discusso con le autorità, e per questo hanno in mente di organizzare un dibattito un proprio in questa sala, prima della fine della mostra, per sensibilizzare i cittadini, per dare allo Sferisterio la possibilità di esprimersi al massimo. La mostra è aperta fino al 10  giugno, è gratuita ed è possibile grazie alla gentile collaborazione del fotografo Massimo Zanconi, che ha offerto gratuitamente i suoi scatti.

 

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