Enrico Berlinguer: un ricordo

di Roberto Viviani.

Trent’anni fa moriva Enrico Berlinguer, probabilmente l’ultimo grande leader della sinistra italiana, sicuramente l’ultimo grande “comunista”. Oggi più che mai la sua assenza è fortemente tangibile per coloro che si identificano in un determinato modello di sinistra. Le elezioni europee hanno consegnato al centro-sinistra italiano il più grande risultato elettorale della sua storia, perfino il 34% del 1976, ottenuto per l’appunto dal PCI guidato da Berlinguer, sembra poca cosa. Molti fra dirigenti e sostenitori del Partito Democratico hanno utilizzato questo parametro per definire la grandiosità dell’impresa raggiunta dal nuovo segretario Matteo Renzi, il volto nuovo, l’antidoto. Molte però, sembrano le differenze fra i due personaggi. Il fiorentino infatti, “scout postdemocristiano”, assume posizioni diametralmente opposte al Berlinguer pensiero. Basti già pensare alle enormi dissimilitudini nello stile comunicativo, spesso populista e condito di retaggi a tratti parrocchiali e a tratti liberisti. La sua politica di “ringiovanimento” della classe dirigente desta più di una perplessità, visti i continui ammiccamenti verso coloro che, hanno reso questa classe dirigente,irredimibile ed invisa al popolo italiano.

Berlinguer invece, uomo colto e riservato, riusciva a suscitare nei suoi elettori un fiducia figlia non delle comparsate televisive, dei facili spot, ma di una profonda coscienza dell’umanità e delle sue innumerevoli insidie. Egli nasce a Sassari il 25 maggio 1922 da famiglia benestante, legge Marx, Gramsci e Lenin, partecipa attivamente alla lotta contro il fascismo, venendo anche incarcerato a seguito della “rivolta del pane” nel 1944. Giunto a Roma, cresce politicamente sotto la guida di Palmiro Togliatti, storico segretario del Partito Comunista, del quale diventerà ben presto il delfino. Le frequentazioni con la nuova leva dei dirigenti (Cossutta, Macaluso, Barca) lo fecero crescere e maturare politicamente e gli permisero, assieme al carattere schivo, di tenere una posizione equidistante fra la generazione resistenziale da un lato e Ingrao col suo seguito di giovani dirigenti dall’altro, specialmente nel clima di lotta intestina seguita alla morte di Togliatti nel 1964. Le sue grandi capacità diplomatiche e di mediazione lo portarono ad assumere la segreteria del partito a seguito del peggioramento delle condizioni di salute del suo predecessore Luigi Longo. Negli anni più bui del nostro paese, Berlinguer ne rappresentò l’immagine più pulita, uomo incorruttibile, mai mondano, sempre al fianco degli ultimi nella lotta per i diritti. Tutto ciò, senza l’avallo del PCUS, verso il quale il segretario del PCI, mostrava sicuramente rispetto, ma mal tollerava le politiche di immobilismo e repressione nei confronti dei paesi satellite. Il progetto dell’eurocomunismo, le visioni progressiste, l’apertura verso l’ala dialogante della democrazia cristiana d’altro canto, lo rendevano inviso agli occhi dei dirigenti sovietici. Nonostante tutte queste resistenze il suo consenso in Italia aumentava esponenzialmente, aveva capito infatti, che onde evitare il ripetersi dell’esperienza cilena anche nel nostro paese, il Pci si sarebbe dovuto avvalere di quella parte della Dc, guidata da Aldo Moro. Ma di fatti, il suo sogno di portare la sinistra al governo si interruppe con l’assassinio dello stesso Moro nella primavera del 1978. Sui misteri che avvolgono questa vicenda, difficilmente si riuscirà mai a fare del tutto luce, ma va da se che gli interrogativi restino molti, e talune indagini del magistrato Ferdinando Imposimato (giudice inquirente del caso Moro), scioccanti. Chiusa la porta a centro, il tentativo di dialogo a sinistra con il Partito Socialista di Craxi falli ancor prima di nascere. Le differenze fra i due uomini erano troppo profonde per essere colmate. Se come detto prima, Berlinguer rappresentava un esempio di incorruttibilità e riservatezza, Craxi era sicuramente l’opposto, con lui possiamo tranquillamente dire che nasce la tipologia di politico mondano e appariscente, rispetto al quale oggi il cittadino italiano si sente distante, facendo si che l’interesse partecipativo alla cosa pubblica sia venuto a poco a poco scemando.

Forse è proprio questa lontananza fra la politica e le piazze che rende il ricordo di Berlinguer cosi fulgido e nostalgico. Le migliaia di persone che sotto la grande bandiera affollavano i suoi comizi, la serenità trasmessa dalle sue parole oggi sono rimaste prive di seguito, non c’è stata infatti una continuità fra la sua linea e quella dei suoi successori, la sinistra è venuta perdendo man mano le caratteristiche di coerenza e rettitudine che il suo popolo pretendeva. A lui va riconosciuta una capacità di emozionare e trasportare mai conosciuta da parte di un leader comunista. La commozione e lo sgomento provati dalle migliaia di persone accorse da tutta Italia in piazza San Giovanni il giorno del suo funerale, il 13 giugno 1984, ne sono la prova. Nella profonda assenza di guide, la sua presenza oggi sarebbe di profonda consolazione e speranza per coloro che credono ancora in un riscatto sociale. Antonello Venditti cantava: “Enrico, se tu ci fossi ancora, ci basterebbe un sorriso, per un abbraccio di un’ora”, adesso più che mai, la sua gente sorriderebbe se ci fosse un uomo come lui a rappresentarla.

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