Lo strano casi dei due soldati italiani in India

Lo scorso 2 giugno, come molti sapranno, è stata la festa della Repubblica. Si celebra in questo giorno la scelta del popolo italiano (e per la prima volta si può parlare nel nostro paese di suffragio universale) nell’ormai lontano giugno 1946 della forma repubblicana, in luogo di quella monarchica, in vigore fin dall’unità d’Italia. E ci sta in questo giorno un po’ di retorica sulla patria, sul dovere, sull’onore.

E in quel 2 giugno appena trascorso hanno palato di onore, di patria, di dovere, di obbedienza agli ordini impartiti anche due persone che da ben due anni sono saliti, loro malgrado alla ribalta internazionale: i due marò italiani Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.

Lungi dal voler analizzare a fondo i fatti o dall’attribuire colpe e responsabilità agli enti italiani coinvolti, se ne vuole sottolineare l’assurdità e soprattutto la strumentalizzazione dell’intera vicenda! I due militari operavano insieme a quattro compagni per interessi di un privato a bordo di una petroliera italiana (privata); sicuramente per proteggere i marinai e l’equipaggio dall’attacco di pirati e terroristi, ma in sostanza operavano come se fossero stati dei vigilanti privati, alla stregua di mercenari (a quale stipendio poi?). Il “pasticciaccio brutto” all’origine di questa vicenda è stata senz’altro favorito da un altro pasticcio, questa volta legislativo: stiamo parlando della Legge n. 130 del 02.08.2011, che tratta di misure e provvedimenti urgenti contro la pirateria, dando la possibilità al personale militare di prestare servizio a bordo delle navi mercantili battenti bandiera italiana, che transitano in acque internazionali individuate, a protezione delle stesse. E la stessa legge ne parla in termini di “guardie giurate”! Restano però imprecisati diversi particolari tutt’altro che secondari, come a chi spetti il comando dei soldati e come si debba comportare il capitano (civile) della nave.

Alla luce di tali mancanze e lacune, non appare comunque chiaro come possano essere rimasti uccisi i due pescatori. Come è stato possibile scambiare l’avvicinamento di un peschereccio per un atto di pirateria – ed i pescatori stessi per un pericolo? Ammesso che sia andata così, l’onore dei soldati e dell’Italia tutta richiedeva come tributo di sangue le vite di due uomini, che vivevano del mare e che del mare sono morti?

E per quale motivo il nostro Paese ha speso così tanto sia in termini materiali, per le cauzioni, per le spese legali ed il rientro a casa dei due militari, sia in termini di sforzi diplomatici? Forse non tutti sanno che gli italiani detenuti all’estero sono più di 3.000 (di cui quasi 2.400 in attesa di giudizio), e parecchi sono “ospiti” nelle patrie galere di Paesi che sembrano dimenticare l’esistenza di diritti umani anche per i detenuti. In Venezuela e Brasile non sono insolite violenze e torture, in Asia e Nord Africa sono molte le nazioni dove la macchina della giustizia non sempre si muove secondo le proprie regole. E che dire di Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, che da ben quattro anni sono rinchiusi nel carcere di Varanasi (in India, come i due marò), condannati perché avrebbero ucciso l’amico e compagno di viaggio Francesco Montis? L’attenzione mediatica, si sa, predilige i casi che fanno più scalpore, ma non andrebbero compiuti sforzi maggiori per Tomaso ed Elisabetta, e per tutti gli altri cittadini italiani nella loro situazione?

Mi chiedo infine come sia possibile trattare da eroi, come difensori della patria due soldati che si giustificano dicendo di aver agito secondo gli ordini, di aver fatto il proprio dovere, come se questo potesse esimerli (ed esimere noi tutti) dal valutare la vera responsabilità delle loro azioni. Hannah Arendt sarebbe d’accordo nel dire che è nell’incapacità di pensare, nel cieco obbedire ai superiori, alle leggi e agli ordini che si può compiere il male peggiore, senza la necessaria consapevolezza di quel che si sta realizzando.

Allora sarebbe giusto – proprio per quei valori democratici su cui si fonda la nostra Repubblica, e che troppo spesso rimangono lettera morta per l’indifferenza e la superficialità di governanti e governati – aiutare anche tutti quegli italiani detenuti all’estero che si proclamano innocenti, ma che non portano una divisa e non parlano di onore, patria e dovere. Perché una democrazia che tratta in maniera così impari i propri cittadini, e che tratta come eroi due uomini che nulla hanno fatto per essere definiti tali, non merita di essere definita tale.

di Francesco Bolognesi

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