La presenza e il non-esserci: l’assenzialismo di Learco Pignagnoli

La vita frenetica, la necessità di non mancare ad eventi importanti o in luoghi inderogabili, così come l’onnipresenza della comunicazione, ci sta immettendo all’interno di un circuito in cui la presenza non rappresenta più una opzione, ma una semplice ovvietà: siamo presenti il più possibile e, dove non riusciamo ad arrivare, ecco il mondo online che ci corre in soccorso e che ci permette, sempre ed ovunque, di essere presenti.

Esserci, dunque, non assomiglia nemmeno più ad un imperativo ma è lo stato naturale del nostro vivere quotidiano. A tal proposito, vorrei riportare un pensiero molto profondo del maestro Learco Pignagnoli, autore purtroppo poco conosciuto ma pensatore dell’assenzialismo, una pratica di essere – anzi, di non-esserci – che oggi potrebbe tornarci molto utile. Ugo Cornia, studioso delle opere del maestro, così descrive tale disposizione:

«L’assenzialismo è un movimento che sceglie il non esserci come pratica. Perché il non esserci al posto dell’esserci? Il non esserci è la pratica quotidiana di mancare a qualsiasi evento, anche eventi minimi di una mattina qualunque, essere assenti il più possibile a se stessi, agli altri e alle cose. Se nel corso di qualsiasi evento, anche dei più banali, qualcuno chiede “C’è Pignagnoli?” la risposta inevitabile è “No, Pignagnoli non c’è”, perché Pignagnoli non c’è mai. Pignagnoli è sempre assente. Ma l’abilità, il sentire con fiuto qualsiasi situazione come situazione in cui mancare, o essere assenti, assume in Pignagnoli il valore della profezia, cioè il fatto di non esserci già prima degli altri, che invece ci saranno ancora, il che in pratica si realizzava nel non esserci di Pignagnoli per esempio a cavallo degli anni cinquanta negli stessi luoghi in cui tutti non volevano più esserci negli anni novanta, ma nel cinquanta solo Pignagnoli era assente e mancava. Di conseguenza, – dice Cornia, – sapere dove adesso non è Pignagnoli, conoscere la miriade di eventi presso i quali Pignagnoli non è già a partire da oggi o non è stato negli anni appena trascorsi, potrebbe mostrarci luoghi o eventi ai quali vorremmo mancare nel 2030, ma oggi, per una carenza di fiuto, tutti accorriamo anche senza bisogno di esser pagati»

Una pratica molto interessante, che potrebbe condensarsi nel celebre aforisma di Pignagnoli: «Esserci o non-esserci: questo non è il problema. Non esserci è la risposta». Quindi mancare, essere assenti potrebbe forse essere uno degli antidoti principali di una società che ci condanna all’onnipresenza, alla bulimia esperienziale e alla cacofonia dei volti. Un pensiero, in verità, già espresso da un altro grande maestro dell’assenza, da un autore che ha fatto del non-esserci – in determinate situazioni, in determinati luoghi – uno dei suoi cavalli di battaglia. Parliamo di Giorgio Gaber, che nel suo testo di teatro-canzone Cosa mi sono perso recita

«non si gode mai abbastanza di quello che si perde, mai. Ma ti rendi conto, essere a casa e pensare, questa sera mi sono perso il Macbeth: che colpo ragazzi! Venerdì mi perdo La Tempesta, sono già tutto eccitato. Carmelo Bene me lo perdo martedì. No, martedì c’è un film stupendo di Coppola, ormai devo perdermi quello lì, ho fissato. Quando ce n’è due è un po’ un casino. Sabato invece sono a posto, non vado al dibattito sul nucleare, e anche lì me la godo ragazzi. Averlo saputo,  io prima non andavo e basta. E invece è di più, molto di più. Non riuscivo mica a gustarmi così l’idea di non esserci?! Ma ti rendi conto quando non andavo a vedere Ronconi? Otto ore di godimento, senza intervallo! […] Non solo godi, ma ti senti più pulito. Una disintossicazione».

Insomma, non solo non esserci, ma godere di questo non esserci. Una assenza che, di certo, non farà male a questa società ma che ci permetterà, magari, di farci trovare un po’ più presenti nei luoghi in cui, anche tra cinquant’anni, vorremmo sicuramente essere

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