Ràdeche – puntata 03: Intervista a Ennio Donati, poeta dialettale e ricercatore

di Carlo Natali.

Diamo il benvenuto in questa rubrica ad Ennio Donati di Matelica – poeta dialettale nel solco della tradizione e instancabile ricercatore e studioso della cultura materiale, della medicina popolare, delle usanze, superstizioni, pregiudizi e credenze della civiltà contadina – per una tranquilla chiacchierata informale.

C.N.: Ennio Donati, classe 1946, è noto con lo pseudonimo di “Sor Righetto” ed è autore del delizioso volume “Le confidenze de Sor Righetto” (Associazione Pro Matelica, 2006), un piccolo scrigno di rare immagini d’epoca e di agili, divertenti scritti sulla civiltà contadina di un tempo.
Il libro è uscito pochi anni addietro ma è stato in fase di gestazione per diverso tempo.
Ci racconta di come è nato il progetto di quest’opera e di come si è evoluto nella sua forma definitiva?

E.D.: Un’attività o meglio una passione che di fatto ti accompagna per tutta la vita non nasce all’improvviso, non deriva da un singolo episodio, ma cresce progressivamente nel corso della vita stessa.
Da bambino amavo frequentare la campagna e lì ho trovato quel mondo fatto di usanze, tradizioni popolari ed espressioni dialettali che mi ha via via sempre di più catturato.
Questa raccolta costituita da quindici racconti comici in dialetto matelicese parte da molto lontano; ero poco più di un ragazzo quando ascoltavo alla radio i racconti comici in dialetto spoletino del grande Alberto Talegalli (Talegalli show) che andava in onda alle ventuno; per me significava andare a letto con il sorriso generato dall’impareggiabile attore che raccontava in dialetto Spoletino le peripezie del suo Sor Clemente.
Nel corso degli studi liceali, presso il liceo Scientifico “G. Galilei” di Macerata ebbi la fortuna di incontrare un docente, uno di quelli che lasciano il segno per tutta la vita, il prof. Flavio Parrino, fine italianista, filologo e glottologo insigne. Il Prof. Parrino mi trasmise questo amore quasi maniacale per il nostro dialetto Maceratese- Fermano- Camerte. I profondi studi del Prof. Parrino nel campo della glottologia marchigiana e in particolare in quello del dialetto maceratese, accesero in me ancor più l’interesse verso la registrazione dei vocaboli dialettali e la raccolta delle usanze, delle tradizioni e dei pregiudizi della civiltà contadina della mia città, Matelica.
Dopo pochi anni, ero al primo anno di Università a Bologna nel 1965,  iniziai a scrivere il primo raccontino, “Lu vejó de Carneàle”, e così via via seguirono gli altri con lunghe interruzioni temporali, nel corso della mia vita vissuta per motivi di studio prima, e di lavoro poi, in luoghi diversi, Bologna, Milano, Ravenna, Terni e naturalmente nelle pause estive Matelica.
Dal 1964 in poi, Ennio Donati e Sor Righetto divennero uno stretto sodalizio, un unicum inscindibile.
L’opera, allora ancora inedita fu segnalata a Camerino nell’ambito del “Premio nazionale letterario biennale 2004 – 2005 Quinto de Martella per Poesia, Narrativa e Teatro dialettali” (opere inedite).
Tale soddisfazione mi ha dato l’impulso per completare il libro; nel settembre del 2006 tale opera fu pubblicata e presentata a Matelica proprio con il titolo “Le confidenze de Sor Righetto”; si tratta di una raccolta di racconti comici di fantasia, ma sempre ispirati a fatti di costume e problematiche in qualche modo reali.

C.N.: Come mai “Sor Righetto”?

E.D.: Anche il titolo del libro e lo pseudonimo “Sor Righetto” sono legati almeno in parte ad Alberto Talegalli; il suo personaggio era Sor Clemente, quindi è stato facile trovare l’ispirazione ed arrivare a Sor Righetto; scelsi il nome Righetto o Sor Righetto senza un motivo particolare; questo nome mi aveva colpito e mi piaceva perché lo sentivo adeguato al personaggio principale, un contadino con le scarpe grosse ed il cervello fino e lo chiamai Righetto o anche Sor Righetto. Lo usai soprattutto come pseudonimo dietro il quale inizialmente mi nascosi.
Certamente oggi si potrebbe sostenere che dopo il “Sor Clemente” di Talegalli, il “Sor Ansermo” del grandissimo Don Amedeo Gubinelli, a Ennio Donati effettivamente non restavano tanti nomi più efficaci di quello individuato.

C.N.: Parliamo di poesia (un argomento al quale sono particolarmente legato, un po’ per passione personale e un po’ perché è stata la via con la quale ho conosciuto per la prima volta la sua opera, leggendo un suo brano in una lettura pubblica con L’Orastrana, qualche tempo addietro).
Nelle sue composizioni dialettali scorre limpida una attitudine naturale a seguire la via degli antichi poeti popolari –laddove per esempio si sente il tradizionale modo degli antichi cantastorie, anche nella scelta delle tematiche (i luoghi del vissuto, gli eventi importanti della storia della comunità, anniversari e compleanni, etc.).
D’altro canto, il suo lavoro condivide con gli altri poeti della sua generazione lo spleen senza romanticismi di chi vede la propria storia e la propria cultura sciogliersi inesorabilmente in una globalizzazione che, se da una parte ha portato benessere, dall’altra (citando Caterina Pigorini-Beri, che già nel 1889 nell’introduzione a “Costumi e superstizioni dell’Appennino marchigiano” presagiva lucidamente l’appiattimento delle varie culture a causa della mondializzazione) ha fatto “come la falce che uguaglia tutte le erbe del prato”.
Come ha iniziato a scrivere?

E.D.: Naturalmente non posso che condividere il pensiero della grande ricercatrice Caterina Pigorini-Beri.
Devo proprio sottolineare che il mio passaggio dalla prosa dialettale alla poesia è avvenuto in età più avanzata; in quella fase della mia vita scrivevo ancora parte dei racconti di Sor Righetto, ma si era modificato lo spirito e l’obiettivo; ho continuato infatti a scrivere non più soltanto con la presunzione di strappare un sorriso, ma con l’ansia di voleva fissare sulla carta un mondo fatto di vocaboli in via di estinzione. Ero convinto spinto da una convinzione e cioè che, nell’uso della lingua dialettale, si vive tutti i giorni in un mondo che se ne va.
Anche nelle poesie si fa riferimento spesso con ironica nostalgia a questo mondo via via perduto nel tempo. Nelle poesie prevalgono i momenti più intimi di vita vissuta nella casa contadina, il ricordo per i cibi semplici di un tempo ed in generale la nostalgia per la propria città natale e la semplicità della vita degli anni di gioventù.
Anche in questo campo ho raccolto la soddisfazione di due riconoscimenti significativi nell’ambito del “Premio letterario Varano di poesia e narrativa nei dialetti delle Marche”  negli anni 2009 e nel 2011.

C.N.: Quali sono state le sue figure ispiratrici nel dedicarsi alla poesia popolare? Quali i precedenti nella sua città, Matelica?

Nel campo della poesia in dialetto matelicese, campeggia la figura di Vincenzo Boldrini (13 marzo 1862 – 23 giugno 1940) con le sue opere principali: “Crescit eundo (La crescia con l’unto) – Sonetti in dialetto marchigiano (matelicese)” [N.d.R.: Tipografia Tonnarelli, 1891; oggetto di ristampa anastatica nel 1997].
È giusto comunque citare i due grandi Amedeo Gubinelli e Quinto de Martella, entrambi nati a Matelica, ma che produssero opere egregie rispettivamente nei dialetti di Sanseverino Marche e di Camerino.

C.N.: Ma la sua opera non si ferma qui: è noto che lei da anni sta lavorando al progetto del vocabolario del dialetto di Matelica.
Da quel che si sa e dalle anticipazioni nel suo sito sappiamo che conterrà anche sezioni riguardanti l’etimologia (dettaglio non trascurabile, dato che è un sentiero spinoso per molti, ma che personalmente mi intriga molto).
Può darci qualche anticipazione?

E.D.: Il lavoro della elaborazione di un vocabolario dialettale è iniziato nei primi anni ’70, durante la mia permanenza lavorativa a Milano; insieme ad alcuni amici ci si è posti l’obiettivo iniziale di raccogliere e “salvare” soprattutto i vocaboli più antichi, quelli con la radice diversa dalla lingua parlata, quelli più crudamente vernacolari e quindi caduti in parte in disuso.
Successivamente, con il mio trasferimento nelle Marche, ho proseguito il lavoro da solo, con la raccolta di tutti i vocaboli possibili, tramite interviste dirette ed analisi comparate con vocabolari della stessa area dialettale.
Il vocabolario del dialetto Matelicese è in avanzato stato di elaborazione. Mi sono proposto di riportare nello stesso rudimenti di ordine fonetico, grammaticale e morfologico.
Lo studio etimologico merita, a mio parere, un approccio particolare; troppo spesso la ricerca spasmodica di una ipotesi etimologica porta fuori strada; ripeto,trattasi di ipotesi, ma queste non possono essere, come spesso accade, così poco logiche da apparire assurde.
Quindi tenendo conto che in questo campo sono un appassionato e non uno specialista, riporterò nel vocabolario gli etimi più evidenti ed in ogni caso validati dalla letteratura glottologica in materia di tardo latino, dialetti italici e lingue romanze.
Altre numerose iniziative sono in corso.
All’attività della elaborazione del vocabolario dialettale, per alleggerirne la fatica, si aggiunge quella della passione per i testi dialettali (racconti, poesie, pezzi di teatro in parte ancora inediti) e per le tradizioni, credenze, superstizioni e pregiudizi della nostra civiltà contadina.
Esempi di questa attività in corso sono presentati nel web in un blog dal titolo “Il Dialetto Matelicese di Ennio Donati (Sor Righetto)”, da me curato ed aggiornato (link). Sor Righetto, come si può notare, non mi abbandona mai.

C.N.: Infine c’è il progetto dell’Università della terza età: di cosa si tratta?

E.D.: Dal 2010 annualmente tengo lezioni all’Università degli Adulti di Matelica. Gli argomenti principali trattati sono, nel campo dialettale, la cartografia dei dialetti marchigiani, il dialetto maceratese–fermano–camerte, il dialetto matelicese, con cenni di morfologia, fonetica e sintassi; nel campo della cultura immateriale e materiale della civiltà contadina, si parla invece di credenze, superstizioni, pregiudizi, cure e medicine popolari, il ciclo della vita, il ciclo dei lavori dei campi. Un gruppo di entusiasti partecipanti è da me coinvolto nei ricordi e contribuisce in modo prezioso al ricordo ed alla raccolta di nuove informazioni.
A tale scopo è stato creato da me in Facebook un Gruppo specifico costituito per ora da circa 300 partecipanti, il cui numero è destinato a crescere, dal titolo: “Credenze e superstizioni della civiltà contadina (Marche)”.

C.N.: Recentissimamente la Marca centrale sta vivendo un crescente fenomeno di recupero della propria musica tradizionale da parte delle giovani generazioni. Anche nella stessa Matelica, oltre allo storico gruppo folkloristico, ho conosciuto un gruppo di nuova formazione –il Cantamaggio Matelicese– che approccia alla tradizione popolare in modo radicale, tornando a camminare tra la gente, staccandosi dal palco e dalla distinzione netta tra chi suona e chi usufruisce della musica, meccanismo che personalmente non amo molto.
Questo è un mio parere assolutamente personale che voglio chiarire, prima che chi legge possa pensare che sono contrario ai gruppi folkloristici: non sia mai! Sono stati loro che, più volte, in epoche in cui sembrava che la modernità dovesse davvero ingoiare tutto, a salvare il salvabile nell’unica forma in cui era possibile farlo.
Infatti non posso fare a meno di notare che quando queste formazioni scendono dal palco, sia metaforicamente che fisicamente, spesso e volentieri è lì che le vediamo nella forma migliore, la vera forma della musica tradizionale popolare.
Per cui –concludo– credo che il nemico della musica tradizionale sia più che altro il palco.
Chiedendo scusa per la digressione (alla quale credo che prima o poi dedicherò un capitolo a parte), torno a noi per chiederle: cosa pensa del ritorno della musica tradizionale tra le nuove generazioni?

E.D.: Niente da dire sull’opera preziosa dei Gruppi Folkloristici. Le nuove generazioni sono attratte dalla musica tradizionale e ciò è veramente positivo.
In generale questa opera è tanto più preziosa, quando più ci si pone l’obiettivo irrinunciabile di  mantenere la spontaneità di informazione e d’espressione, tramandando con genuinità i testi originali, così come li conoscevano i nostri padri.
Condivido pienamente sulla necessità di scendere solo metaforicamente dal palco per evitare approcci poco rigorosi e poco rispettosi della tradizione. Si tratta di cultura da rispettare e va rispettata.
Non è accettabile che Gruppi di musica tradizionale, tra i più affermati, presenti spettacoli di successo con canti contadini cantati con stile blues, soul o spiritual, richiamandosi a improponibili “contaminazioni” musicali; per non parlare poi di antichi canti contadini, raccolti in una determinata zona dialettale e poi  “tradotti” in un altro dialetto.
Io terrei presente che bisogna evitare la tentazione presuntuosa di pensare che un canto o altro testo incominci ad esistere appena il ricercatore lo abbia individuato. Il canto esisteva già, era già in vita, vita che non gli ha donato il ricercatore; quindi il solo compito è solo quello di salvarlo così com’è e di non farlo morire, altrimenti si crea nel tempo un danno culturale inimmaginabile. I lettori non me ne vogliano per queste affermazioni, che spero invece siano interpretate come protettivi atti d’amore verso le nostre tradizioni culturali.
Voglio allontanare ogni dubbio di presunzione da parte mia, ricordando che non sono uno specialista, ma un appassionato studioso e ricercatore.
Per evitare quindi ogni rischio desidero sottolineare, con un pizzico di umorismo legato alla mia formazione, che sono solito “parlare di ingegneria con i glottologi e di glottologia con gli ingegneri”.

C.N.: Completamente d’accordo.
Ma sull’argomento “contaminazione” – un po’ perché mi sento parte in causa e un po’ per dire la mia – credo che, quando essa è dichiarata, ha il suo senso d’esistere. D’altronde la contaminazione non ha lo scopo di tramandare: è un atto d’amore, un modo di omaggiare il passato guardando al futuro. Personalmente mi preoccupano di più i suonatori che propongono una tradizione plausibile all’occhio e all’orecchio del profano, ma inventata di sana pianta.

Grazie, Sor Righetto.

È sempre un piacere e c’è sempre gran bisogno di persone come lei in questa bella Marca spesso senza amor proprio.

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Un pensiero su “Ràdeche – puntata 03: Intervista a Ennio Donati, poeta dialettale e ricercatore

  1. Mi è piaciuto l’approccio dell’intervistatore Carlo Natali.
    Curiosità e amore per la materia sono stati il filo conduttore dell’intera intervista.
    Ho apprezzato anche il modo con il quale è stato stemperato e motivato in parte un mio intervento al limite della polemica riguardante la “contaminazione” dei testi.
    Un grande grazie oltre la soddisfazione e l’onore della ospitalità in questa rubrica.
    Ennio Donati

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