[Contro]mondiali: il calcio sporco

Con il mondiale di calcio 2014 in pieno svolgimento, gli occhi del mondo sono puntati sul Brasile. Sui campi di calcio, sui tifosi con i volti dipinti dei colori delle loro nazionali, sui calciatori esultanti dopo una vittoria.

Il Brasile ha investito ben 13 miliardi di dollari nella ristrutturazione degli stadi, nell’accoglienza delle squadre, dei vari staff, dei giornalisti. Denaro pubblico che poteva essere speso per servizi e beni per la popolazione; invece il governo, quasi per contrappasso, ha tagliato la spesa per il trasporto pubblico, la sanità e l’istruzione.

In questa cornice non proprio idilliaca, questo campionato del mondo aveva l’intento di coinvolgere le principali città brasiliane, insieme con i loro abitanti: da Manaus, immersa nella foresta Amazzonica, a Recife, Fortaleza, Natal e Salvador de Bahia nel Nord del Paese, a  Rio de Janeiro, Porto Alegre, Curitiba, Belo Horizonte, San Paolo; fino alla città di Cuiaba ed alla capitale Brasilia. Per ora, il senso d’unità carioca è rappresentato solamente dalle manifestazioni e dagli scontri di chi vive nella miseria e si oppone all’insensatezza di questi mondiali. Queste persone – gli ultimi, i diseredati, gli abitanti delle favelas – condannano lo spreco, le spese folli, l’inutile opulenza, lo sperpero di denaro per qualcosa di cui non beneficeranno mai. Se hai appena quel poco per arrivare a domani, se vivi in una casa con tre stanze e due finestre, con la fogna a cielo aperto a due passi, lo spirito della coppa la avverti in maniera diversa. Lo spettacolo di apertura ed ogni singola partita fino alla finale non è un momento di gioia o di svago come nel resto del mondo. È uno sberleffo, uno schiaffo alla dignità.

O almeno così la pensano tutte quelle persone che manifestano in tutto il Brasile, ormai da un anno, contro le eccessive spese per l’organizzazione dei due grandi eventi sportivi: i Mondiali del 2014 già menzionate, e le future Olimpiadi del 2016 previste a Rio de Janeiro. La voce dei manifestanti è rimasta inascoltata allora, quando si manifestava per la Confederations Cup 2013, e rimane inascoltata in questi mesi. Mentre i prezzi dei beni crescevano e le infrastrutture necessarie non venivano terminate, perché si dedicavano i fondi agli stadi – che rimangono inaccessibili a molti brasiliani per i prezzi proibitivi dei biglietti o per il divieto delle autorità – . Tutto ciò è stato più che sufficiente a far dimenticare la passione calcistica a molti abitanti delle favelas.

In tutto il Paese, a San Paolo, a Fortaleza, a Curitiba, a Rio, i manifestanti gridano all’unisono “Nao Vai Ter Copa” (la coppa non ci sarà). Persino l’idolo Ronaldo è stato contestato, reo di aver appoggiato l’attività repressiva del governo.

Ulteriori proteste sono poi previste il 28 e 29 giugno e nel giorno della finalissima al Maracanà di Rio de Janeiro, il 13 luglio.

Ed il governo brasiliano ha agito in modo ambiguo: da una parte la presidentessa Dilma Rousseff ha glissato il previsto discorso inaugurale prima della partita Brasile-Croazia per evitare ogni genere di contestazione, e dall’altra la polizia ha represso in maniera dura le proteste. Addirittura Amnesty International ha parlato del pericolo di violenza indiscriminata da parte della polizia e dell’esercito. Amnesty  traccia un quadro preoccupante, in cui vengono analizzate le violazioni dei diritti umani da parte delle forze di polizia: uso indiscriminato dei gas lacrimogeni, delle granate stordenti e delle pallottole di gomma contro manifestanti pacifici, arresti arbitrari e fermi illegittimi. Molti poliziotti, come testimoniato dai video e dalle foto dei testimoni, sparavano addirittura ad altezza uomo. Una vera e propria strategia della paura, degna di un regime dittatoriale, finalizzata a stroncare ogni voce dissenziente. E sempre secondo Amnesty International, sarebbero al vaglio del parlamento brasiliano una serie di proposte di legge che rischiano di limitare ulteriormente il diritto di manifestazione pacifica.

Ma forse, al di qua dell’Oceano, al sicuro nei nostri salotti, davanti alla TV ed alla quotidiana routine, le manifestazioni in Brasile appaiono smorzate e confuse come echi lontani. Soprattutto per noi italiani, che siamo soliti lamentarci e brontolare del sistema, ma lasciamo che tutto prosegua nello stesso modo. Se però minacciassero di toglierci il campionato…

di Francesco Bolognesi

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