Gezi Park un anno dopo: dalla difesa dei beni comuni la nuova frontiera della democrazia

di Roberto Nappi.

Esattamente un anno fa la Turchia si guadagnò le prime pagine dei giornali mondiali in seguito all’esplosione di un movimento di protesta popolare e antigovernativo che, partito dal parco di Gezi a Istanbul, per diversi mesi sarebbe divampato attraverso centinaia di città turche. Oltre 8000 feriti e 9 cittadini uccisi nei violenti scontri di piazza, 90 diverse manifestazioni in 48 province, oltre 2000 arresti ufficiali compiuti dalla polizia. Il bilancio di quelle manifestazioni del giugno 2013 è stato quello di una rivoluzione: un movimento di protesta che non solo sconvolse una nazione spingendo il presidente Erdogan ad abbandonare il paese per 3 giorni, ma che ha dato il via ad una “primavera turca” che, come dimostrano gli scontri e le tensioni di questi giorni in cui ricorre l’anniversario di quella rivolta, resiste ancora e non cede “all’inverno della repressione”.

Non è un caso infatti che nel primo anniversario di quegli eventi il governo turco abbia vietato ogni tipo di manifestazione e di commemorazione, quasi a voler cancellare anche il ricordo di quel movimento, scagliando quella che suona come una “damnatio memoriae” rispetto ad uno dei momenti più importanti della storia recente di quel paese. I tentativi di radunarsi nelle strade e celebrare l’anniversario della rivolta di Gezi Park sono stati infatti repressi con i metodi brutali da “macelleria messicana” che caratterizzano ormai l’operato della polizia turca, ma ciò non ha scoraggiato gli attivisti legati alla “piattaforma di Gezi”.

Ad un anno dai fatti di Piazza Taksim quell’esperienza rappresenta sicuramente ancora un esperimento di democrazia senza precedenti per la Turchia, in parte vicino alla fenomenologia di quelle “primavere arabe” che molti altri paesi mediorientali hanno conosciuto negli ultimi anni, ma in parte caratterizzata da elementi ulteriori, che rendono l’esperienza di Gezi Park molto vicina, per forme e sostanza, a movimenti di contestazione e denuncia sociale come quello degli “indinados” spagnoli.

Inoltre nella fisionomia del movimento nato a Piazza Taksim vi è un elemento particolarmente significativo: questo sentimento popolare che ha spinto milioni di persone in strada, che contesta il potere anche davanti alle sue manifestazioni più autoritarie, è stato ispirato dalla battaglia di un centinaio di ambientalisti a difesa di un piccolo parco con poche decine di alberi al centro di Istanbul, Gezi Park appunto. Infatti è proprio a partire dal tentativo di contrastare la decisione delle autorità cittadine di distruggere il parco per costruire un centro commerciale che si innescò, come in una reazione a catena, quell’ondata di manifestazioni che sconvolse la Turchia a partire dalla fine di Maggio del 2013: quando la polizia tentò di sgomberare con metodi paramilitari il gruppo di attivisti che aveva occupato il parco, partì, alimentato da appelli e richieste d’aiuto lanciate sui social network, un movimento di solidarietà rispetto a quella piccola rivolta che ben presto assunse le forme di una rivoluzione.

Gezi Park: pochi alberi, una delle rare “aree verdi” del centro di Istanbul, ma ben presto divenuto il simbolo del desiderio di democrazia di un popolo intero, di un popolo che nella “piattaforma di Gezi” ha poi definitivamente cristallizzato la narrazione della Turchia del futuro, contro le scelte a tratti clericali (come sui temi dei diritti civili) e a tratti ultra-liberiste (sui temi economici e sociali) del governo di Erdogan. In tal senso, l’esperienza turca rappresenta la dimostrazione di come dalla difesa dei beni comuni (quali possono essere un parco, una piazza, una foresta, un territorio, un ecosistema) possano aprirsi nuove frontiere per il progresso democratico delle società: non a caso dalla battaglia “locale” di qualche attivista è scaturita poi una piattaforma che rivendica la tutela della libertà di stampa, la libertà di accedere ad internet ed ai social network senza restrizioni imposte dal governo, la tutela dei diritti sindacali e l’estensione dei diritti civili.

Da questo punto di vista, l’esperienza di Gezi Park si colloca nel quadro di tutte quelle esperienze rivoluzionarie che hanno visto nascere dalla difesa dei beni comuni nuove pratiche democratiche e partecipative: gli zapatisti del Chiapas in lotta per la difesa della “madre terra”, le lotte per l’acqua in Bolivia ed in Equador. Esperienze diverse, ma accomunate da un elemento: il tentativo di cambiare le cose e costruire una società più giusta partendo dalla difesa dei beni comuni rispetto agli interessi e ai fini del profitto. Infatti è questa l’essenza di ciò che chiamiamo beni comuni: beni di cui non possono appropriarsi ne i privati ne lo stato e che appartengono a tutta la comunità nel suo insieme, e che sono indispensabili per l’esercizio dei diritti fondamentali di tutti i cittadini.

Lo spirito di Gezi Park ancora oggi è vivo nella coscienza dei turchi, e ancora oggi fa paura al potere autoritario di Erdogan e ai poteri economici che lo sostengono. Probabilmente le cose non cambieranno nel breve periodo in Turchia, come ha dimostrato la forte affermazione del partito di Erdogan alle ultime elezioni amministrative d’autunno, ma sicuramente l’esperienza di Gezi Park resterà un tassello importante nel cammino di questo paese verso una vera svolta democratica.

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