CIRCOLANDO – LA “CASBA”: la periferia che resiste

Continua il nostro viaggio attraverso il mondo dei circoli maceratesi: oggi ci spostiamo in periferia, nel cuore delle “casette”, lontani dal centro storico e dalla sua atmosfera ovattata.

In una parallela di Via Severini da più di un secolo “esiste e resiste” la Pro Cairoli “Casba”: un circolo Arci che ha fatto della vocazione sociale la sua bandiera, e che oggi rappresenta un esperimento di convivenza fra tipologie di persone molto diverse per estrazione sociale, provenienza geografica e culturale.

Il circolo lascia poco spazio all’estetica: arredamento minimalista, nessuno sfarzo, nessuna ostentazione. La Casba è nuda e cruda, e non tenta di nascondere le sua anima autenticamente “working class”.

Timoniere di questa comunità è Michele Servidei, detto “Mikelì”, che a 43 anni ha scelto di rimettersi in gioco e rinnovare la Casba per far sì che questo storico microcosmo potesse continuare a vivere e a fungere ancora da punto di riferimento anche per le nuove generazioni. Un uomo generoso, semplice e che non ama i compromessi. Si è intrattenuto con noi per questa intervista mostrandosi molto disponibile e disteso. 

1) Michele, perchè la sfida di riportare in vita un circolo storico per il quartiere delle “Casette” come La Pro-Cairoli Casba? 

Perchè ho sempre pensato che questo posto fosse significativo per il rione e per tutta la Città: è un luogo che appartiene alla gente di questo quartiere sin dal 1912.Io stesso sono orgoglioso di essere cresciuto qui dentro, e come me molti ragazzi della mia età. Questo posto è stato sempre un  punto di ritrovo e di aggregazione, sia per i giovani che per i meno giovani.Dobbiamo tener presente il fatto che la generazione a cui faccio riferimento io è cresciuta senza telefonini e social network, quindi l’unico modo per stare insieme e tenersi in contatto era venire qui, o in altri posti come questo. Purtroppo un po’ di tempo fa la Casba aveva perso la sua originaria vocazione aggregativa, era ridotto ad un semplice circolo per anziani: stava morendo. Per questo ho scelto di investire tempo e risorse in questo progetto, perché non volevo veder morire tutto quello che  ha rappresentato un pezzo importante della vita mia e di molti ragazzi delle “casette”.

2) Cos’è che tiene unito un pezzo della comunità di questo quartiere tanto da spingerla a spendere gran parte della giornata all’interno di questo locale? E in particolar modo come mai vi è stato questo connubio fra gli storici associati e i nuovi giovani avventori?

Come dicevo prima, il fatto che le attività del circolo si fossero appiattite su dinamiche prettamente “da anziani”, aveva allontanato i giovani da questa realtà. Da qui è nata la mia scelta di prendere in mano la gestione del circolo: perché ci tenevo a ricreare quella collettività che è l’essenza ultima di questo posto. Grazie a questo luogo, nel dopoguerra e fino qualche decennio fa, le persone in difficoltà non venivano abbandonate: il “fondocassa” era destinato anche ad aiutare quelli che avevano perso il lavoro, o che erano stati colpiti da disgrazie familiari. Qui si svolgeva un ruolo sociale quindi, dando una risposta collettiva e solidale alle difficoltà che la vita può riservare. La solidarietà è un tratto caratterizzante, irrinunciabile per il circolo: siamo una comunità dove ci si aiuta e si sta insieme. D’altronde questo circolo, che è un circolo ARCI, tra le altre cose, naturalmente porta i segni di una chiara tendenza politica, storicamente dovuta anche al fatto che qui, a pochi passi, c’era uno storico circolo comunista che portava addirittura il nome di Antonio Gramsci. I circoli esistono per questo, non al solo scopo di fare profitto: se ci sono degli utili si investono sempre per l’associazione. Ho pensato quindi, quando sono subentrato nella gestione di questo posto poco meno di un anno fa, che per tornare a quel modello, fosse necessario “riportare” qui alla Casba anche i più giovani e tutti coloro che si erano allontanati. Se non si rinnova prima o poi si finisce con l’allontanarsi dalle persone. Ora infatti, i ragazzi posso intrattenersi qui tra biliardini, flipper, biliardi, serate musicali, e comunque apprendendo sempre dalle esperienze degli anziani: si è ricreata una comunità, e il quartiere ha di nuovo il suo punto di riferimento.

3) Precari, disoccupati, extra-comunitari: questo è lo zoccolo duro della “Casba”. Categorie che più di altre sicuramente sentono la morsa della crisi economica. Come si vive e come si combatte il disagio sociale qui?

È un brutto momento, il caro vita si fa sentire e tutti cercano di spendere il meno possibile. Però anche i più disagiati devono poter godere di momenti di svago, riposarsi, confrontarsi con gli altri: non sono solo i ricchi ad avere il diritto di divertirsi. Per questo ho scelto di avere dei prezzi accessibili: così sto bene io e stanno bene tutti. Naturalmente questo incentiva  i più giovani a venire, e per giovani intendo anche studenti universitari, qualcuno ha addirittura scelto di fare la sua festa di laurea qui! La Casba è un posto aperto a tutti, e le casette sono sicuramente un quartiere multietnico. Va da se quindi che una parte dei nostri associati sia composta da extra-comunitari: qui non abbiamo pregiudizi, a condizione che vi sia sempre rispetto reciproco. Ad esempio ci sono stati da poco i campionati del mondo di calcio, e qui abbiamo visto sempre le partite tutti insieme, in un clima di festa, senza alcun tipo di tensione.

4) La Casba è stata portata agli “onori” della cronaca locale anche per alcuni episodi legati alla piaga del gioco d’azzardo. Come rispondete a chi vi accusa di essere un posto dove “si gioca”? 

Non accetto l’etichetta di “posto dove si gioca”, perché aldilà delle ipocrisie dei benpensanti, la verità è che si gioca un po’ dappertutto. Il fenomeno del gioco d’azzardo è radicato in particolar modo tra le persone più anziane: se un giovane si trova cinquanta euro in tasca preferisce, per fortuna, andare ad un concerto, non buttarli nel gioco. Gli anziani sono difficili da controllare sotto questo punto di vista, chi gestisce un posto come questo lo deve sapere. Il gioco, ad ogni modo, è una vera e propria malattia, una cosa che trasforma le persone e le rende peggiori. Ma secondo me resta un fenomeno difficile da estirpare, perché devono essere i singoli interessati a doversi rendere conto e rimediare quando si passa un certo limite, quando si comincia a intaccare la vita degli altri con il proprio vizio.

5) Qui non siamo in centro: niente “movida”, niente discoteche, niente punti di ritrovo per studenti come piazze, scalinate e chioschi. Eppure, la Casba è un luogo vivo, giovane, dove spesso si ritrovano anche molti studenti universitari che vivono nel quartiere. E’ questo il sintomo di uno svuotamento, anche di significati, del centro e dell’idea di centro storico?

Sicuramente. La città di Macerata sta morendo, per colpa di un modo di amministrare la stessa legato a vecchie logiche e alla difesa delle rendite. Gli studenti non ci sono più come una volta e sempre più appartamenti in centro restano vuoti. Ma  tutto ciò è anche normale, dato che dopo ogni “giovedì universitario” c’è qualcuno che polemizza perché i ragazzi “fanno casino”, nonostante proprio coloro che si lamentano, in passato, si siano arricchiti sulla pelle degli studenti. La città sta morendo perché la gente non ha capito che il cuore di Macerata sono l’Università ed i suoi studenti. D’altronde, cosa possiamo aspettarci se continuiamo a pensare a Macerata solo come la “Civitas Mariae”?

pagina facebook Casba – Pro Cairoli

a cura di Roberto Viviani e Roberto Nappi

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