Ràdeche – puntata 04: Faccia smitriàta!

di Carlo Natali

Tra le poche cose che oggi si ricordano dell’Abate Federico Troili di Ancona, Segretario di Stato del Papa vissuto in pieno XVII secolo, c’è il fatto d’esser stato il committente della famosa Annunciazione del Guercino (1662) per la chiesa anconetana di San Francesco ad Alto, oggi in San Domenico.
Fu amante dell’arte, il nostro Abate.
E visto che il passo è breve, fu anche poeta (passatempo non raro tra i suoi pari), autore del volume “Trattenimenti virtuosi” (Serafini, Ancona, 1667) nonché discreto grafomane.
Suo fratello Tomaso diede infatti alle stampe nel 1668 una raccolta di sue lettere tra le quali ce n’è una, indirizzata a tale Scipione Battaglini, dove si scusa per aver dismesso l’abitudine di rispondere agli auguri di buone feste, definendosi “Abbate smitriato”.
Smitriato: dove ho già sentito questa parola?
Forse quand’ero piccolo, in paese, e sono sicuro che ha a che fare col dialetto. Ma cosa significa?

Cipriano Piccolpasso

La decorazione delle ceramiche in un disegno di Cipriano Piccolpasso (1524 – 1579) da "I tre libri dell'arte del vasajo"

Consultando la recente nuova edizione a cura di Stanislao Tamburri e Massimo Tamburrini del “Glossario dei dialetti di Macerata e Petriolo” di Giovanni Ginobili trovo che smitriàta corrisponde all’aggettivo invetriata, da cui “faccia smitriàta”, cioè sfacciato, sfrontato.
A Petriolo Domenico Ciccioli del gruppo Pitrió’ mmia non ha mai sentito faccia smitriàta ma mi conferma che mitrià’ o smitrià’ si dice dell’applicare la smaltatura (mìtria in dialetto) alla terracotta, da cui mitriàtu o smitriàtu.
La smaltatura, al di là della tecnica utilizzata e delle sostanze aggiunte, è fondamentalmente un rivestimento vetroso, da cui il verbo invetriare in dialetto, presumo, diventa per caduta della vocale iniziale (aferesi) e assimilazione progressiva ‘mmitrià’ e mitrià’. Il prefisso s- è relativamente rilevante, dato che nel nostro dialetto, come nell’italiano, non sempre ha significato privativo (es.: màta = fango, smatà’ = infangare).
Ancora a Petriolo Nelly Mariani mi dice invece che faccia smitriàta è epiteto usato per indicare una faccia dura, su cui sembra essere stato passato lo smeriglio, quindi sinonimo di smirijàta.
Lo smeriglio (smirìju nel glossario del Ginobili), mi dice sempre Nelly, è sinonimo di cote (cóta, sempre dal Ginobili), voci ancor vive che indicano l’accessorio per affilare la falce fatto di pietra abrasiva naturale: le due parole sono sinonimi in quanto lo smeriglio (Hercynite) è uno dei materiali usati per realizzare tali arnesi.

Anche un vecchio amico di Macerata, un casettà’ (abitante dell’orgoglioso borgo delle Casette, già Borgo San Giovanni Battista) che vuole rimanere anonimo, mi conferma che smitriàtu è parola ancora conosciuta in città, ma soltanto nella variante “faccia smitriàta” per indicare una persona sfacciata e maleducata, senza riferimenti al vetro o ad altro e senza saper spiegare da dove venga.
Infine, non posso non menzionare i deliziosi quadretti d’infanzia che Loredana Tomassini scriveva in schietto dialetto fermano una decina di anni fa per il periodico fermano Corriere News, dove l’aggettivo ricorreva spesso.
A questo punto la domanda è: si tratta di un vocabolo che da termine tecnico relativo alla ceramica o a strumenti da taglio per l’agricoltura diventa una metafora nel parlato comune oppure sono parole originariamente ben distinte che col tempo sono state oggetto di attrazione paronimica, fenomeno di etimologia popolare per cui s’attribuisce un significato analogo a due termini che invece si somigliano solo formalmente?

Parliamone.

I motivi per cui a una faccia “invetriata” dovrebbe corrispondere una persona sfacciata personalmente mi sfuggono, dato che solitamente il vetro è usato come metafora di fragilità o trasparenza.
Ma il vetro è anche espressione figurata della impenetrabilità.
Il procedimento dell’invetriatura serve per impermeabilizzare i recipienti in terracotta e magari proprio la metafora dell’impermeabilizzare potrebbe essere alla fonte del significato della ipotetica “faccia invetriata” marchigiana, così simile a quello della “faccia di tólla” (latta) diffusissimo nell’Italia del nord.
Inoltre, la metafora non si allontanerebbe neanche tanto dall’interpretazione di ‘mmitriàta come similitudine di smirijàta.

Potremmo fermarci qui, ma un elemento a favore dell’ipotesi di paronimia ci viene da un passaggio contenuto in un saggio del grandissimo Dante Cecchi (in “Studi Maceratesi XXIII, La valle del Fiastra tra Antichità e Medioevo”, Macerata, 1990), dove lo studioso ricorda che “faccia smitriàta” era un epiteto comune rivolto dagli adulti ai bambini scapestrati, trovandone l’origine nel medioevo, quando per certi reati minori gli Statuti comunali prevedevano che i colpevoli venissero esposti alla gogna “portando in capo una specie di cappello di carta in cui era scritto il loro reato”.
Mitrietur
o mitriatur nel latino degli antichi Statuti.
Quindi un cappello bello grande, con tanto spazio per scrivere, a forma di mitria.

La mitria, mitra o mitera (per i dettagli rimando al vocabolario della lingua italiana degli Accademici della Crusca e al Vocabolario Etimologico del Pianigiani, consultabili in rete), è un copricapo dalla caratteristica forma allungata di antichissima origine frigia che, passando attraverso la Grecia (μίτρα), arrivò a Roma forse attraverso il culto orientale di Mitra, divinità assai popolare tra l’élite politica e militare tra il I secolo a.C. e il III secolo d.C.
Verso il VIII secolo divenne un accessorio sempre più presente in ambito ecclesiastico -dove lo troviamo tuttora- e curiosamente sono di poco più tarde le testimonianze scritte relative all’usanza della gogna.
Gli aggettivi mitriato, mitrato e miterato riferiti a colui al quale è stata apposta la mitria -che sia alto prelato o che sia delinquente- li troviamo tranquillamente nel vocabolario della Crusca.
Ma una conferma ulteriore alla faccia smitriàta della quale ci stiamo occupando è contenuta nel prezioso volume “Modi di dire proverbiali e motti popolari italiani, spiegati e commentati” (Roma, Tipografia Tiberina, 1875) dove Ludovico Passarini scrive che quando qualcuno viene vilipeso a torto, si dice che a costui è stato messo un fiore sul cappello, concludendo: “a me par chiaro che il modo par derivato dall’indicato uso della mitera detta per ironia o antifrasticamente cappello. A uno sfacciato, svergognato, e che ha perduto il pudore il popolo dice: va’ via, faccia smitriata; cioè svergognato”.
Dunque forse l’Abate Troili da una parte si riferiva a una qualche sua condizione personale relativa al mestiere che esercitava (della quale, non conoscendo la sua biografia, siamo all’oscuro) e dall’altra magari forse ci scherzava sopra usando una parola ben diffusa tra il popolo e che, facendo una breve ricerca in rete, troviamo documentata e ancor viva in area maceratese e fermana così come in Umbria e nell’anconitano?
A pensarci bene, non mi interessa più: piuttosto voglio tornarmene a Macerata per un’ultima cosa.

Macerata, Piaggia della Torre

Macerata, Piaggia della Torre

Cecchi scrive che il luogo deputato all’esposizione alla gogna, in città, era proprio sotto la cinquecentesca Torre Civica, sul lato sinistro della Piaggia della Torre, che è la via che scende dalla piazza principale alla chiesa di Santa Maria della Porta.
Guardiamola oggi, la Piaggia.
Il mio amico casettà’ mi fa notare che soltanto il lato destro è stato ripavimentato di recente, mentre il lato verso il muro de li smitriàti rimane curiosamente com’era in antico.
Si ha come l’impressione che quel luogo non susciti tanta simpatia.
In effetti Dante Cecchi ricorda che, quand’era ragazzo, i vecchi consigliavano di non passare su quel lato della Piaggia perché portava male ma nessuno sapeva spiegare il motivo.
Era un ricordo ancestrale legato al fatto che proprio sugli anelli di quella parete venivano legati, incatenati e smitriati, i condannati di cui sopra, che lì venivano portati dopo un lungo giro di fustigazione lungo le vie attorno alle mura della città e infatti guarda caso, conclude Cecchi, ”ancor oggi i vecchi maceratesi, invece di dire che un tale abita in via Francesco Crispi, dice «su pé’ li frustati»”.
Ironia della sorte vuole che l’antichissima chiesa di Santa Maria della Porta, proprio lì sotto a lu mùru de li smitriàti, era gestita nel XIII secolo dalla stessa confraternita che aveva cura dell’ospedale, una organizzazione religiosa consacrata al culto della Passione di Cristo chiamata Confraternita dei Flagellati.

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Carlo Natali

About Carlo Natali

Mi chiamo Carlo Natali e faccio parte del laboratorio di musica e poesia l'Orastrana, attivo nell'area del maceratese sin dal 1993. Nell'Orastrana, insieme a Mauro Rocchi, Claudio Rocchi e Thomas Graber, realizzo readings musicali dove uniamo la ricerca sui testi della tradizione della Marca centrale a un contesto musicale contemporaneo. Collaboro con lo storico gruppo delle tradizioni popolari maceratesi Pitrió' mmia, del quale gestisco insieme a mia moglie Katuscia la pagina web e coi quali portiamo avanti il progetto "Cóse de 'na 'òta" (cose di una volta, in dialetto maceratese), una serie di video-dialoghi su tradizioni e storie nella campagna maceratese che potete trovare interamente in rete, Faccio anche ricerca nel territorio, a modo mio e in maniera del tutto indipendente.