La bellezza che Resiste: diario dal campo di Marina di Cinisi

Ogni anno centinaia di ragazzi e ragazze scelgono di partecipare ai campi di volontariato sui beni confiscati alle mafie organizzati da Libera nell’ambito del progetto E!state Liberi, scegliendo di vivere un’esperienza formativa diretta di impegno contro le mafie. I campi, gestiti dalle cooperative Libera Terra, sono presenti in diverse regioni italiane (non solo al sud), e costituiscono una rete di testimonianze concrete di antimafia, ma sono anche l’espressione di un tessuto produttivo vivo e soprattutto pulito, che ha dimostrato di poter realizzare prodotti di qualità. L’obiettivo principale dei campi di volontariato sui beni confiscati alle mafie è quello di diffondere una cultura fondata sulla legalità e sulla giustizia sociale, dimostrando così che è possibile ricostruire una realtà sociale ed economica fondata sulla pratica della cittadinanza attiva e della solidarietà. Caratteristica fondamentale di E!State Liberi è l’approfondimento del fenomeno mafioso tramite il confronto con i familiari delle vittime di mafia, con le istituzioni e con gli operatori delle cooperative sociali, ai fini di un proficuo scambio interculturale.
Quest’anno ho scelto di fare quest’esperienza, trascorrendo una settimana a Cinisi, presso “Ciuri di Campo”, bene confiscato alla mafia e gestito dalla cooperativa Liberamente: un’esperienza straordinaria che ho provato a raccontare attraverso alcune brevi riflessioni con un “Diario del Campo”.

Questa terra non è come tutte le altre. Essere qui vuol dire viaggiare alla scoperta di una storia, di un’idea, di un racconto. Te ne accorgi subito. Tutto ciò che ti sta intorno sembra raccontare un pezzo di una storia, la storia dell’impegno e del sacrificio di donne e uomini che, per citare Gaber, hanno provato a “cambiare veramente la vita”.
Si perché la Sicilia è una terra di conflitti, di contraddizioni, anche stridenti: la bellezza del mare e delle scogliere, e lo scempio della spazzatura che fa capolino ad ogni angolo delle strade. Il rumore degli aerei che continuamente vanno e vengono da Punta Raisi ed il silenzio della campagna al calar della sera. Così la Sicilia è la terra della mafia, delle cosche, delle stragi, della politica corrotta e collusa, ma anche la terra dell’antimafia, della primavera di Palermo, della lotta delle mamme di Niscemi contro il Muos. La terra di Don Puglisi, di Falcone e di Borsellino, la terra di Peppino.

Essere a Cinisi vuol dire confrontarsi con la storia di Peppino Impastato e del suo sacrificio, vivendo quel territorio straordinario che lui volle difendere fino alla fine dagli scempi e dalle ingiustizie. E provando a seguire le tracce di quei “cento passi”, incontrare persone eccezionali come Mimma, Irene, Alessandro ed Elena, ed imparare da loro cosa vuol dire davvero, al di la della retorica, la parola “impegno”: l’impegno inteso come lavoro quotidiano, come denuncia, come memoria. La cooperativa Liberamente, con la sua battaglia, ha fatto di quello che era un bene di proprietà dei poteri criminali un Bene Comune, un luogo di formazione, un luogo dove si “Libera la Bellezza”. Per me, dopo questo viaggio, l’Impegno ed il Cambiamento avranno per sempre i volti di queste persone, di quelli che tutti i giorni provano a “cambiare veramente la vita”.

Non ero mai stato in Sicilia prima, ma quando sono sceso dall’aereo in quella pittoresca lingua di terra, stretta tra il mare e le montagne, che è l’aeroporto di Punta Raisi, ho sentito subito di essere a casa. “Casa”, diceva un filosofo francese, “è dove per la prima volta si è gettato uno sguardo consapevole su se stessi”. Nel mio caso, probabilmente quel luogo non è stato tanto un luogo fisico, geografico, quanto un “luogo della mente”, fatto dei libri e dei romanzi che mi hanno conquistato da ragazzino. E in molte di quelle storie, di quelle narrazioni, spesso c’era la Sicilia: nei racconti di Andrea Camilleri, ne “I Vicerè” di De Roberto, o ne “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Per questo forse, pur non essendoci mai stato fisicamente, sentivo già di appartenere un po a quella terra.
E come me, si sentivano parte di quella terra anche molti dei compagni di viaggio con cui ho condiviso questa straordinaria esperienza. Ragazzi e ragazze che, venuti da ogni parte d’Italia, hanno dato vita ad una comunità bella, appassionata ed inclusiva, che da subito ha saputo vivere il campo di Marina di Cinisi come un bene comune. Una comunità che, sono certo, non si è sciolta al momento della partenza, è che rimarrà sempre legata dal lascito di questa esperienza.

Dopo una settimana a Marina di Cinisi non posso certo dire di aver capito la Sicilia ed i siciliani, ma forse una cosa l’ho capita: ho capito cos’è quella bellezza di cui Peppino tanto parlava, quella bellezza che, mi piace pensare, è stata la ragione ultima della sua battaglia. La bellezza del paesaggio, della cultura e delle tradizioni, del dialetto, la bellezza della campagna. Una bellezza che chi non ha mai visitato questa terra forse non può capire, una bellezza che è Bene Comune. Una bellezza che è sempre minacciata e di cui occorre prendersi cura. Una bellezza che però, anche quando riparti, non ti abbandona. Una bellezza che, nonostante tutto, Resiste.

Roberto Nappi | Campo di Marina di Cinisi

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