Renzi e Il Gattopardo

Nel suo capolavoro Il gattopardo, Giuseppe Tommasi di Lampedusa ha fotografato, a mio avviso con perfetta lucidità, cosa si cela dietro ogni retorica del cambiamento quando questa viene propugnata da un dinamismo che viene univocamente impresso dall’alto. Tancredi, nipote del Principe di Salina, infatti afferma: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

A mio avviso, mai affermazione è così attuale come questa. Lo scenario politico odierno, infatti, mostra tutti i caratteri di un eterno ritorno di cui sembra difficile scorgere qualche mutamento. Le frasi e i modi che in questo momento costituiscono il cosiddetto “fare” assomigliano così tanto al passato che, davvero, si fa difficoltà a cogliere le differenze. Ma, questa volta, con una aggravante: potremmo dire che «Nessuna cosa è cambiata, tranne il fatto che oggi non si può più dire», prendendo a prestito un aforisma di Karl Kraus.

Se i contenuti, i modi e le frasi fossero stati detti da altri figuri – di cui, per inciso, non sentiamo alcuna nostalgia – molto probabilmente si avrebbe avuto una sollevazione popolare, paginate di quotidiani riempiti da firme autorevoli in difesa di questo o di quello. Invece, tutto tace o, peggio ancora, è accolto con tacita sudditanza. Le pochi voci fuori dal coro che ancora vogliono resistere vengono così tacciate di guardare al vecchio, di ostacolare il cambiamento, di essere contro nuovi diritti e nuove opportunità. Si dovrebbe avere, invece, il coraggio di affermare che stiamo vivendo sempre lo stesso film, dove forse sono cambiati gli attori principali ma la regia rimane la stessa.

Il Renzismo è la prosecuzione della politica degli ultimi vent’anni con altri mezzi, uno stesso canovaccio che questa volta assume le forme di una commedia brillante, piena di battute ad effetto e frasi da twittare (e, quindi, rigorosamente entro i 160 caratteri). L’imbarazzo con cui oggi molti politici sostengono candidamente cose che fino ad alcuni anni fa avversavano fieramente – modifiche art. 18, alla Costituzione e alla Giustizia –  è cosa evidente e viene da pensare che tanta acridine nasceva solo dal dover prestar fede al gioco delle parti. Il problema del Renzismo è che se queste cose, ieri, si incarnavano in un arci-nemico cui era fin troppo facile dare contro, oggi sono sostenute da una faccia buona e sorridente, da uno stile studiato ed affascinante che rende tale processo davvero pericolosissimo.

Cosa fare, quindi? È stato spesso detto che tutto questo gioco derivi da un progetto, da una oculata quanto pervasiva agenda che, in un mondo o nell’altro, attraversa non solo la politica italiana ma arriva fino a quella mondiale. A mio avviso, pur non negando in toto un tale assunto, mi sento di affermare che non è tanto la presenza di un progetto di alcuni ad essere determinate, quanto l’assenza di progetto di chi dovrebbe combatterlo. Siamo noi, infatti, a perderci troppo spesso dietro oziosi quanto inutili dibattiti sui particolari, su sfumature, quando invece si dovrebbe iniziare a pensare la vita pubblica e privata da un nuovo punto di vista.

Credo che sia giunto il momento di risvegliarsi dalla narrazione che ci è stata imposta a squillo di tromba, senza avere la paura di affermare che livellare i diritti verso il basso non significa espanderli a tutti ma toglierli ai molti, che la gestione della cosa pubblica non è affare di slogan ma di buona volontà, che la giustizia non è qualcosa di cui “non doversi far intimidire” ma il respiro stesso dell’uomo di governo. Cerchiamo tutti, nel nostro piccolo, di sforzarci per un cambiamento, quello vero, affinché si dica «Se vogliamo che tutto cambi, bisogna che nulla rimanga com’è».

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