Il lavoro (precario) al tempo del jobs act

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Ed ancora: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.”

Molti di voi avranno riconosciuto le parole racchiuse tra virgolette: non si tratta del programma politico dell’ennesimo velleitario partitino di sinistra, ma dei primi commi degli articoli 1 e 36 della nostra Costituzione, la legge fondamentale dello Stato italiano.

In un mondo che, negli ultimi venti anni, è profondamente e radicalmente cambiato, la classe politica italiana – tutta o quasi – non ha saputo leggere in tempo quello che stava accadendo, con il risultato che molti settori del nostro Paese non sono all’altezza dei tempi nuovi.

Il mondo del lavoro non sfugge a queste considerazioni. Dal pacchetto Treu al jobs act attualmente in discussione in Parlamento, sembra esistere un filo conduttore che lega i provvedimenti presi in quest’ambito.

Nel 1997, il primo governo Prodi introduce i primi elementi di precarizzazione del mercato del lavoro. Oggi, Matteo Renzi e Maurizio Poletti giungono a presentare un provvedimento che presenta molte, troppe analogie sinistre con gli interventi degli ultimi anni.

Le criticità del jobs act sono molte: dalla cancellazione di quel che resta dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (già modificato dalla legge Fornero) alla questione del reintegro, fino ad arrivare alle disposizioni in materia di demansionamento e controllo dei dipendenti.

Tutto, o quasi, si inserisce in scia agli altri interventi normativi che lo hanno preceduto. Ogni volta che si è messo mano al mondo del lavoro, si è detto che l’obiettivo fosse la lotta alla disoccupazione ed al precariato.

La realtà, invece, ci dice che il tasso di disoccupazione supera il 10%; quasi un ragazzo su due non ha un lavoro ed i contratti a tempo indeterminato sono, ormai, una chimera.

Si capisce, quindi, come sia necessario un cambio di rotta radicale rispetto a quanto si è fatto negli ultimi anni ed a quanto si sta per fare oggi. Riprendendo uno slogan caro a Matteo Renzi, bisognerebbe cambiare verso.

A questo proposito, il contratto di inserimento a tutele crescenti può essere un primissimo punto di partenza. Purché le tutele siano davvero presenti e crescano in tempi ragionevoli: dettagli che il governo non ha ancora esplicitato. E purché, soprattutto, siano cancellate le oltre quaranta tipologie di contratti di lavoro attualmente esistenti.

Ma ancora più importante, significativa e necessaria sarebbe l’introduzione, anche nel nostro paese, di una forma di reddito minimo, che consenta ad ogni donna e ad ogni uomo di pianificare con maggiore serenità la propria vita.

Soluzioni del genere esistono in quasi tutta Europa. Che sia questa la differenza tra la precarietà italiana e la flessibilità europea?

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