Lotta per l’indipendenza: Scozia, Catalogna e Veneto

Che la Scozia non abbia mai sopportato il peso della Corona inglese su di sé non è una novità.

Tra il 13° e il 14° secolo riuscì a difendere strenuamente la sua indipendenza contro il Regno d’Inghilterra, resistendo anche nel 1653 in cui fu sottomessa al Commonwealth, con Oliver Cronwell come Lord Protettoreche sopravvisse per pochi anni prima del ripristino della monarchia. Venne però messa a tappeto definitivamente con l’Atto di Unione nel 1707 che sancì l’unione, appunto, dell’Inghilterra e la Scozia dando vita al Regno di Gran Bretagna.

Ma il popolo scozzese non si scoraggia e a distanza di 307 anni rivendica prepotentemente il suo individualismo come nazione a sè stante e non come mera appendice dell’Inghilterra. Molte le opinioni in merito avanzate da personalità importanti come lo scrittore scozzese Irvine Welsh, autore di Trainspotting, che si è dichiarato favorevole alla scissione dall’Inghilterra me

ntre l’autrice di Harry Potter, J.K.Rowling se ne dichiara fortemente contraria.

Ma alla fatidica domanda referendaria dell’8 Settembre “Should Scotland be an independent country?”, il 55.3% degli scozzesi ha risposto NO.

Un duro colpo per Alex Salmond, primo ministro scozzese che ha portato avanti la campagna a favore dell’indipendentismo, ma un sospiro di sollievo per le Borse di tutto il mondo e per il Regno Unito stesso che continua a ricoprire il suo ruolo di potenza economica nel G7 e che manterrà anche il suo seggio nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Non di certo dettagli da poco. Inoltre i sondaggi affermano che la maggioranza della popolazione ha votato NO per paura che un’indipendenza così repentina per un Paese non ancora pronto a camminare sulle proprie gambe possa compromettere gravemente la situazione economica scozzese a fronte della crisi che continua a pervadere l’Europa. Un NO di testa dunque, che però non soffoca le pulsioni da Braveheart che continuano a sopravvivere nel cuore di Salmond e degli scozzesi.

Situazione più tesa riguarda la Catalogna, la regione più ricca e trainante della Spagna, dove il ricorso all’indipendenza sta incontrando ostacoli inaspettati. La Catalogna nasce come regione soggetta alla semi-indipendenza, legittimata dalla Costituzione spagnola, poiché per la sua marcata tradizione storica gode di un grado maggiore di autonomia; infatti è consentito l’uso di una lingua diversa, il catalano, parlato localmente più del castigliano stesso. Già dall’11 Settembre, Barcellona è stata occupata da una manifestazione coloratissima e spettacolare con 1 milione e 800 mila abitanti vestiti di giallo e rosso come la bandiera locale che attendevano con ansia il giorno della consultazione che avrebbe deciso la loro sorte, il 9 Novembre 2014. Ma la voglia d’indipendenza della Catalogna nasce non tanto per rivendicazioni di tipo culturale ma prevalentemente a causa di presunte ingiustizie compiute dallo Stato centrale a suo discapito, come la finanziaria del 2015 che destina alla Catalogna l’investimento più basso degli ultimi 17 anni, mentre i fondi pro capite si sarebbero dimezzati, segnando un meno 57% rispetto al 2011.

Ma d’altra parte un eventuale esito positivo della consultazione porterebbe però con sè effetti estremamenti negativi poichè il costo per la spesa pubblica diventerebbe esorbitante e la Catalogna non potrebbe sostenerlo con l’emissione di titoli data la scarsa fiducia di cui gode a livello internazionale, con conseguente ingrossamento del deficit pubblico.

Ma a detta dei giudici spagnoli la legge infrangerebbe la Costituzione, celando un referendum mascherato che l’ordinamento concede solo al popolo spagnolo nel suo complesso e per questo è stata sospesa perché dichiarata appunto incostituzionale. La Corte Costituzionale dovrà infatti pronunciarsi in merito entro 5 mesi.

Nel frattempo però la battaglia prosegue e Arturo Mas, presidente del parlamento spagnolo, la Generalitat, ha nominato la giunta elettorale di controllo per la consultazione mentre a plaza de Catalunya, a Barcellona, i giovani attivisti pro-voto piantano le tende affermando che “Continueremo a manifestare in modo pacifico fino a raggiungere il nostro obiettivo:votare il 9 Novembre”.

L’aria d’indipendenza soffia anche sull’Italia e precisamente sul Veneto dove Luca Zaia, governatore della Regione Veneto, controbatte al governo italiano che “nessuno può impedire ai veneti di esprimersi” e per questo ha reso operativo un conto corrente dove far confluire i versamenti volontari per il finanziamento del referendum per l’indipendenza che dovrebbe raggiungere una somma di 14 milioni di euro. L’orientamento politico che supporta la questione indipendenza è per l’89% della Lega che in questo caso è riuscita a far confluire

finalmente la sua lotta per la separazione dall’Italia su una Regione vera e concreta come il Veneto rispetto alla volontà di rendere indipendente una regione fantasiosa e immaginaria che da anni chiamano Padania.

di Milena Cassano

Comments

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *