Vivere a quota zero euro: gli ultra-precari

Dominus è una parola latina che indica letteralmente colui che esercita un potere/dominio non solo su beni materiali, come terreni e edifici, ma anche su persone.

E dominus è il termine formale con il quale ogni praticante avvocato si deve o si dovrebbe rivolgere al professionista con il quale ha iniziato il suo percorso professionale. Quasi un simbolo del rapporto tra il giovane laureato ed il navigato professionista.

La situazione dei praticanti è, salvo qualche dovuta eccezione, drammatica. Usciti dalla facoltà di giurisprudenza con una valigia di cartone colma di sogni e aspirazioni, sono costretti ben presto a confrontarsi con la dura realtà. Nessun contratto, nessun diritto. Un percorso lungo 18 mesi e fatto di lunghe giornate di lavoro, nessuna retribuzione. Senza contare le mansioni di segreteria, i tanti “favori” resi, l’ostilità generale di un sistema che sembra dover fare a meno di loro, dopo il lungo percorso universitario. Persino il rimborso spese può divenire un miraggio, ed il più delle volte lo è.

Un sondaggio del 2013 svolto da alcuni praticanti di Genova sui loro colleghi di tutta Italia,  rivela che ben il 57 % degli intervistati non percepisce alcun compenso, con una altissima percentuale di insoddisfazione (68 %) e di insicurezza rispetto al proprio futuro inserimento nello studio dove si è lavorato (63 %).

Addirittura nella Regione Marche la percentuale di coloro che non ricevono alcuna retribuzione sale all’80%, mentre la media delle ore di lavoro sono del 32% per chi lavora meno di 7 ore, del 31% per le 7/8 ore, del 19 % tra le 8 e le 9, il 13% lavora tra le 9 e le 10 ore al giorno, mentre il restante 7 % più di 10.

Ora si dirà: ma ci sono le battaglie per l’articolo 18, le iniziative contro il precariato in generale, sono tanti i giovani disoccupati (siamo arrivati al 43%), c’è la crisi, ed altre  amenità del genere.

Bisogna rendersi conto che si sta lottando per spingere un po’ più in là la frontiera di quello che è totalmente inaccettabile, che si sta lottando contro una cultura del lavoro degenerata e storpiata dalle problematiche economiche.


Si è perso di vista il punto di partenza, quella che viene prima di tutte le altre questioni. Non si può parlare di salario minimo garantito, di giusta causa di licenziamento, di co.co.co e co.co.pro., se non si ricomincia a parlare della dimensione umana del lavoro. È questo l’aspetto che si sta perdendo e da cui ci si sta allontanando sempre di più. La precarietà, specie se nelle sue forme più gravi, è lesiva della dignità del lavoratore in quanto uomo, prima che dei diritti dell’uomo in quanto lavoratore.

Non si può permettere che una nazione, che ha sul lavoro e sulla dignità dello stesso addirittura la sua causa fondante (qualcuno ricorda l’ articolo 1 della nostra Costituzione?) dimentichi tutto ciò. È necessario salvaguardare a tutti i costi quella dimensione umana, che vede il lavoratore non come un mezzo per fare profitto, ma come un soggetto di diritto (e di diritti) che contribuisce con la sua individualità, le sue competenze, la sua volontà e determinazione  alla crescita propria ed insieme altrui. Se tutto questo sistema di valori venisse definitivamente superato, se si arrivasse al punto di dire che vale solamente ciò che è economicamente remunerativo, sarebbe il crollo dell’ultima difesa a tutela dell’individuo. Sarebbe come affermare che le idee, lo studio, la ricerca e tutti coloro che vi partecipano valgono meno di un panino di un fast-food, di una maglietta, di un telefonino. Del panino è facilmente riconoscibile il valore economico, dello spirito di un giovane laureato no. Se vogliamo che questo paese abbia un futuro, diamo un futuro a chi lo dovrà sostenere negli anni a venire. O finiremo veramente per credere che gli 80 euro in più al mese (ovviamente elargiti solo ad alcuni) siano la panacea per tutti i mali del nostro sistema laburistico.

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