L’art.18 e il ricatto della produttività

Molti non hanno compreso la vera finalità dell’abolizione dell’articolo 18. Non è la tanto sbandierata flessibilità, peraltro già anche oggi ampiamente possibile grazie al contratto a tempo determinato, alle innumerevoli forme contrattuali atipiche di lavoro parasubordinato e all’indebolimento del suddetto articolo 18 attuato dalla riforma Fornero con la possibilità di licenziamento per motivi economici.
Non è nemmeno per la tanto decantata estensione di diritti a chi non li ha: il principio di uguaglianza è sacrosanto, ma non si capisce perché per estendere diritti ad alcuni, bisogna toglierli ad altri.

La vera motivazione dietro l’abolizione dell’articolo 18 è impronunciabile per chi la propugna (sfollerebbe qualsiasi consenso) ed incomprensibile per chi la osteggia: produttività, termine con il quale qualsiasi economista avrà sicuramente una certa familiarità. Il ragionamento è semplice e lo capirebbe anche un bambino: un lavoratore costantemente sotto ricatto di licenziamento è per forza più produttivo. E magari se ha famiglia a carico ti lavora anche di sabato e domenica.

L’intera riforma ha l’obiettivo di spostare gli equilibri di potere tra lavoratore e datore di lavoro a favore di quest’ultimo. Anche l’introduzione del controllo da remoto, con cui l’imprenditore potrà installare telecamere sui posti di lavoro per controllare i propri dipendenti, risponde essenzialmente all’esigenza di incremento della produttività, in sfavore dei diritti di privacy dei lavoratori, ma soprattutto della loro dignità.

Lavoratori che lavorano di più e che sono più produttivi, significa più efficienza (altro termine noto agli economisti) delle imprese, quindi più competitività ed investimenti privati. Certo, non fa una piega.

Saremo quindi un’Italia più tedesca? Neanche per sogno! Saremo un’Italia un po’ più cinese. Cosa puoi aspettarti da uno Stato che non investe in istruzione, formazione e ricerca? Che non favorisce lo sviluppo di startup, con una burocrazia ai limiti dell’incredibile e una tassazione opprimente? E’ lavorando su queste leve che la competitività va ricercata per competere con i Paesi virtuosi e non con la Cina, procedendo al ribasso sul piano dei diritti dei lavoratori. Vedrete che gli investimenti privati arriveranno, eccome se arriveranno.

Dan. C.

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