Quando il crimine diventa istituzione sociale

Lydia Cacho

Fare il giornalista in Messico sembra un’impresa da eroi. O accetti lo status quo come fa la maggior parte di loro, per la tua sicurezza e quella dei tuoi familiari, o lo combatti.  A testimoniare questa impari lotta è un bilancio di guerra di 74 corrispondenti uccisi. Così racconta Lydia Cacho, femminista ed attivista da sempre, scrittrice e giornalista da oltre 20 anni, al festival di Internazionale, svoltosi a Ferrara tra il 3 e il 5 ottobre scorsi. La Cacho ha raccontato, insieme a due suoi colleghi, David Rieff e Ed Vulliamy, la piaga dei cartelli in Messico, i loro rapporti con le banche, la finanza e lo Stato.

Il nome di Joaquin Guzman, detto El Chapo, a molti italiani dirà ben poco.  In realtà è un “collega” di mafiosi nostrani come Totò Riina, Messina Denaro, o un capofamiglia dei Casalesi.

Infatti El Chapo è un pericoloso malvivente, un boss del Cartello. Quasi un personaggio nato dalla penna di Cormac McCarthy, che si muove in un ambiente ostile, polveroso, che non perdona, dove la lotta per la vita è una costante. Ma non è finzione, la mafia in Messico esiste, è la realtà; una presenza continua, asfissiante come un morbo. E di personaggi come El Chapo, ve ne sono a centinaia.

Ed Vulliamy

Le principali attività dei cartelli messicani sono il traffico di droga e di essere umani – in particolare di donne e ragazze, anche minorenni – provenienti anche dall’Argentina e dalla Colombia. Che siano attività redditizie lo si comprende a pieno solo citando i suoi numeri: riescono infatti a raggiungere la cifra astronomica di circa 15 miliardi di dollari. Un business in vera regola, basato sulle leggi del libero mercato. Vigono le regole capitaliste più semplici, come quella della domanda e dell’offerta e della relativa variabilità dei prezzi. Come per il cibo, i prodotti tecnologici e le automobili, cambiano solamente i beni da vendere.

Tutto ciò avviene quasi alla luce del sole. Le autorità spesso “chiudono un occhio” o sono palesemente d’accordo con i criminali, allo scopo di evitare guai peggiori alla popolazione. Come è accaduto con la c.d. pax mafiosa a Tijuana. Dove l’intera città è caduta sotto il dominio di Guzman, con il benestare del governo. Almeno così, avranno pensato,  si starà più tranquilli.

È possibile che un problema così italico, come il rapporto tra istituzioni e criminalità organizzata, si riscontri anche dall’altra parte del pianeta, in un paese apparentemente così diverso dall’Italia? Ed è verosimile che la politica accetti passivamente la devianza sociale, senza cercare di combatterla? Di fatto c’è una sorta di impunità per i narcos che riciclano i profitti della vendita della droga, e per le banche che permettono tutto ciò, all’insegna del motto pecunia non olet. Lo stato in Messico non è assente, è distratto, agisce solamente quando ravvisa un proprio interesse, ed evidentemente non sussiste sufficiente impegno per la lotta contro i cartelli. Come dice David Rieff, non c’è pressione politica, dato che gli Stati e i governi hanno tutte le carte in regola per fare qualcosa.

David Rieff

Esiste quindi una impunità ufficiosa, costruita su tutto quanto detto prima (corruzione, scarsa incisività delle autorità, palesi trattative con le organizzazioni criminali) e sulla paura. La paura degli attentati e delle rappresaglie dei mafiosi (famigerate le azioni degli Zetas, che arrivano a decapitare chi si pone sulla loro strada) contro chi non si piega. Addirittura la stessa vicenda della Cacho, torturata e incarcerata per aver fatto luce su di un traffico di ragazzine che coinvolgeva un gruppo di politici, e poi rilasciata, dovrebbe far pensare al peggio.

Eppure c’è un segnale di ottimismo, testimoniato da quel manipolo di cronisti che ha deciso di non avere paura, di combattere quelle battaglie che altri hanno deciso di osservare da lontano, o peggio ancora, di schierarsi dalla parte sbagliata. Che è, e sarà sempre, quella di chi sfrutta la paura a suo vantaggio.

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