“Extraterrestre alla pari”, una favola sulla discriminazione di genere

"Extraterrestre alla pari", Einaudi Ragazzi

Come chi guarda i classici Disney a venti, trenta, quarant’anni, senza mai saziarsene, anch’io rileggo ancora i libri di quando ero piccola. Forse per i libri ci sono più pregiudizi rispetto ai cartoni animati, perché vengono ritenuti solo “per bambini”; ma proprio come per i libri per adulti, un buon libro è un libro che ha in sé più livelli di lettura, più messaggi per persone diverse. Di libri per l’infanzia ne ho moltissimi e li conservo ancora tutti, perché sono i libri che rileggo volentieri. E anche perché alcuni sono di un valore nascosto agli occhi di chi è distratto, ma davvero sorprendente se si fa un pochino più attenzione.

Il ricordo più bello delle mie letture infantili è il mio amore (tutt’ora vivo e ardente!) per una scrittrice in particolare, l’unica, probabilmente, in tutta la mia vita, di cui io abbia cercato sistematicamente tutti i suoi libri, quando ancora non sapevo cosa vuol dire “sistematicamente”. Ho incontrato Bianca Pitzorno e il suo mondo attraverso un regalo di compleanno, “Ascolta il mio cuore”, che subito mi aveva infastidita per il titolo melenso, ma che poi mi ha bruciato e mi ha condannato a cercare tutti gli altri libri da lei pubblicati.

Sarda, classe 1942, vive a Milano. Forse pochi ne avranno sentito parlare, ma ha fatto parte dell’infanzia di molti bambini, soprattutto dei miei coetanei: ha collaborato con la RAI per un programma famoso come “L’Albero Azzurro”, bandendo qualsiasi pubblicità, curando soprattutto i contenuti, che come ha dichiarato in una recente intervista, dovevano rispettare la “piccola età” dei telespettatori, e curand

o il linguaggio, che non doveva essere “basic” come quello propugnato dalla televisione in epoca recente, ma molto più ricco e vario. Ha pubblicato più di trenta libri, tra romanzi e saggi; scrittrice fecondissima e ambasciatrice dell’UNICEF, la sua narrativa si è concentrata sempre e principalmente su due temi: l’infanzia e la condizione femminile. Spesso questi due temi sono coagulati in personaggi di bambine forti, vivaci e intraprendenti, poco disposte a sottomettersi all’educazione molto rigida impartita alle “femminucce” all’epoca della sua infanzia (parliamo di anni ’50-’60), ribelli nei confronti delle convenzioni e dei luoghi comuni, dell’ingiustizia. Il romanzo di cui voglio parlare non è uno dei più famosi, ma forse è il più rivoluzionario, anche se scritto dal punto di vista e con il linguaggio dei piccoli, ma che insegna più agli adulti che a loro.

Bianca Pitzorno

Il romanzo è “Extraterrestre alla pari”, pubblicato nel 1979 per la Einaudi Ragazzi, la stessa collana che ha pubblicato Roberto Piumini, Gianni Rodari e Mario Lodi. La trama è molto semplice: un extraterrestre, abitante di un pianeta chiamato Deneb, arriva sulla Terra per uno “scambio culturale” interplanetario di dieci anni, in cui dovrà imparare le usanze e gli stili di vita terrestri. La paura e l’eccitazione del piccolo denebiano per la sua nuova avventura, si scontrano, però, con uno scoglio apparentemente insormontabile, una questione perentoria che segnerà tutta la durata del suo soggiorno: la sua educazione. Questione sconcertante per i genitori terrestri di Mo,  il giovane alieno, dato che su Deneb i ragazzi non conoscono il proprio sesso fino ai 50 anni (un anno denebiano corrisponde a tre terrestri) e fino ad allora vengono cresciuti nella più libera espressione di se stessi, “delle loro tendenze, i loro desideri, i loro punti deboli”; Lucilla e Nicola Olivieri, invece, si trovano disorientati nell’affrontare un bambino (o bambina?) di cui non sanno come prendersi cura, così abituati a incastrare i giovani esseri umani nelle categorie di maschio e femmina fin da quando nascono, e a riservare loro attività diverse, libertà diverse, manco a dirlo, molto più limitate per le femmine. Mo, letteralmente spaesato, guarda questi limiti stupito (o stupita?) da tanta ingiustizia, tanto evidente quanto normalmente accettata ed “Extraterrestre alla pari” è la storia della sua ribellione e delle sue battaglie quotidiane contro i pregiudizi umani.

Detta così, suona tragica, ma non dovete pensare a un libro pessimista: questo romanzo è ironia, che dopo un attimo di straniamento, fa ridere a crepapelle (come l’episodio dei topi), un’ironia che colpisce soprattutto il mondo degli adulti, ipocriti e incoerenti, talmente plagiati da un mondo di pubblicità, di rotocalchi e di chiusura mentale, che non riescono ad aprire gli occhi, nemmeno di fronte all’evidenza. È un mondo chiuso, a senso unico e ottuso, in contrasto con quello dei bambini che, nonostante siano già “così maschi e così femmine a dieci anni”, è ancora sostanzialmente innocente.

Non era mia intenzione scrivere la recensione di questo libro, solo invogliarne alla lettura e il mio scopo finisce qui; e per questo lascio un estratto, sperando che vi piaccia.

“«[…]E questo non vale solo per il lavoro a maglia: ogni uomo che sceglie di somigliare in qualcosa a una donna, sulla Terra viene disprezzato dai suoi simili, e spesso anche dalle stesse donne.

Ora sei tu che devi scegliere. Se vuoi avere la loro approvazione, devi comportarti da maschio e non sgarrare mai. Se no, puoi benissimo infischiartene. Capito? »

Mo rispose che non aveva capito.

Con quale criterio avrebbe deciso, di volta in volta, quale era il comportamento richiesto a un maschio?

Su Deneb c’erano le cose che piacevano e quelle che no, i lavori manuali e quelli intellettuali, le attività sedentario e quelle che richiedevano movimento; quelle faticose e quelle di tutto riposo. Ogni individuo sceglieva azioni e atteggiamenti a seconda delle sue attitudini personali, o del momento, dello stato di salute, delle esigenze della comunità. Mai secondo il proprio sesso.[…]

In base a quale criterio, si chiedeva, potrò decidere come comportarmi da maschio?

Neanche il dottor Gil era in grado di spiegarglielo.

«Sai,» sospirava  «ho vissuto tanto tempo su Deneb che certe cose le ho dimenticate.»”

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