Intervista al pittore Gioele Pincini

A seguito della prima mostra di pittura dell’artista Gioele Pincini, organizzata in collaborazione con l’associazione studentesca LogAut nel contesto dell’Unifestival, Via Libera ha intervistato il pittore anconetano che ci ha gentilmente concesso un po’ del suo tempo.

F.G. Ciao Gioele, l’8 ottobre si è conclusa la tua prima mostra che si è tenuta al Roxy Bar di Macerata. A giudicare dalle persone che c’erano il giorno dell’inaugurazione sembra sia andata bene. Qual è il bilancio dell’artista?

G.P. In generale posso dire che il bilancio di questa esperienza sia stato positivo. È stata un’ottima opportunità dal momento che ho potuto non solo esporre i miei lavori (comunque frutto delle mie esperienze da autodidatta), ma sono anche entrato in contatto con i ragazzi dell’Accademia delle Belle Arti di Macerata i quali mi hanno dato consigli e pareri, specie dal punto di vista tecnico. Una esperienza positiva insomma.

F.G. La mostra, intitolata “Deliri Jenesi” nasce da un soggiorno in Germania, a Berlino e Jena appunto. Come mai hai scelto proprio questo Paese per sviluppare la tua arte?

G.P. Dopo la laurea triennale in filosofia sono andato a Berlino per ritrovare me stesso per così dire. Volevo immergermi in un ambiente molto stimolante che mi potesse dare «ciò che stavo cercando», anche se a dir la verità non sapevo che cosa stessi inseguendo. Inizialmente aspiravo alla gestione delle risorse artistiche. Iniziai a lavorare in una galleria d’arte come aiuto curatore dove ho potuto frequentare gli artisti del «Tacheles», una «casa dell’Arte» sorta appena dopo la caduta del Muro di Berlino, diventata poi mio punto di riferimento. Qui cominciai sempre più a voler «passare all’azione», se così si può dire: cominciai effettivamente ad esprimermi attraverso la pittura in quanto stimolato dall’ambiente e dal contatto con artisti già più o meno affermati. Ho  vissuto l’ ultimo periodo di vita di questa casa dell’ Arte, la quale, dopo esser stata rilevata da una banca di Amburgo, ha dovuto chiudere  per far posto a edifici di lusso. A Jena invece, sono andato per un impegno universitario, infatti, il contesto meno cosmopolita e più «tedesco» non si è rivelato simile a quello berlinese. Nonostante tutto, e forse proprio per reagire alla scarsa stimolazione, ho continuato con la mia esperienza artistica.

F.G. Questa tua esperienza in Germania è succeduta alla laurea in filosofia che hai conseguito presso l’Università di Macerata. Cosa ti ha spinto, dopo la laurea, a passare dalla filosofia alla pittura?

G.P. In realtà, non c’è mai stato un vero e proprio passaggio dalla filosofia alla pittura. Diciamo che le due attività si compenetrano, l’una guida l’ altra per mezzo di un’ influenza reciproca. Senza la filosofia non saprei adottare una certa visione di mondo, non sarei in grado di lasciar parlare le cose, al contrario, senza la pittura non avrei un rifugio dalla razionalità dello studio filosofico, essa mi aiuta a sentire il mondo, una armonia con il tutto che forse coincide solo con una pacificazione con se stessi nella semplice «azione della pittura».

F.G. I tuoi quadri sono caratterizzati da colori forti, forme geometriche che in alcuni casi richiamano il cubismo e da figure enigmatiche. Cosa ti ha ispirato questi “deliri”?

G.P. Questi «deliri» sono stati ispirati principalmente dal problema dell’ identità che si può cogliere ad esempio nei soggetti che i miei lavori rappresentano. I personaggi infatti sembrano aggrapparsi (attraverso le azioni da loro compiute) ad un’immagine di sé, ad una identità a cui voler assomigliare, misconoscendo il fatto di essere puri e semplici «eventi» in divenire. Cerco di spiegarmi meglio. Prendiamo ad esempio il lavoro «il delirio di San Giorgio»: Il Santo (quello della mia rappresentazione per intenderci) combatte una battaglia la cui conquista non è altro che il compimento della propria identità, e lo fa tramite l’azione violenta. Egli tenta di raggiungere una propria identità, creando quindi il proprio destino, tramite l’uccisione del drago. Compiendo l’ azione crea un destino paradossalmente già scritto: nasce qui una contraddizione tra azione individuale, la quale si esprime attraverso uno slancio sensitivo, e l’ adeguarsi ad un disegno del fato, il quale riconduce le parti ad un tutto logico. Il paradosso nasce nell’ azione stessa prodotta attraverso una intuizione intellettuale propria della santità.
Per quanto riguarda lo stile, sono stato fortemente influenzato dallo studio della filosofia classica tedesca e in particolare dal problema che si propone tra la «Parte» e il «Tutto», una questione che riguarda l’identità e che può definirsi come «il problema» della filosofia, ovvero il rapporto «Uno-Diade».
Nella lingua tedesca ci sono due modi per nominare il particolare: «die Besonderheit» delinea un particolare che ritrova la sua identità in quanto sempre correlato ad una «Allgemeinheit», ovvero ad una generalità. Al contrario la parola «Einzelnheit» delinea una particolarità chiusa in sé stessa, che pretende di essere un Tutto, come identità completa in sé e chiusa in sé.
Ho scelto di procedere attraverso questo gioco di colori in modo da poter dare la sensazione di questa discrepanza tra Particolare e Universale, costringendo l’occhio dello spettatore ad un continuo movimento di ricomposizione e sbriciolamento delle figure rappresentate, di ritrovamento e dispersione delle immagini di questi personaggi, in linea con ciò che è stato detto in precedenza degli stessi.

F.G. Hai notato differenze nell’approccio all’arte contemporanea e nelle possibilità che può avere un artista emergente tra Germania e Italia?

G.P. Assolutamente, purtroppo ho notato che generalmente la parola «pittore» viene associata alla parola «mestiere» non solo secondo l’accezione dell’ artigiano che dipinge gli interni di un casamento, ma anche nell’attività attinente l’arte. Questo la dice lunga sulla possibilità che si presenta ad un giovane che aspiri ad avvicinarsi al mondo dell’arte. In Germania vi è un rispetto ed una attenzione per il «Moderno» che non possiamo ancora trovare nel nostro Paese. Con l’accezione di modernità, intendo ciò che si esprime secondo  il «Modo» (modus) che si accorda al momento che stiamo vivendo, la misura del tempo appena trascorso e il tempo che sta per arrivare. In Germania, in particolare a Berlino, vi è la sensazione di «scrivere una pagina di storia contemporanea».

F.G. Tre delle opere esposte sono nate dalla tua permanenza a Padova. Cosa ti ha dato questa città dal punto di vista artistico?

G.P. Mi sono trasferito a Padova per completare gli studi: sto frequentando il percorso in doppia laurea che si svolge tra la città veneta e Jena che mi permetterà di acquisire un doppio titolo. Per cui mi trovo in Veneto più per motivi di studio che per motivi legati all’arte. Qui ho trovato diversi stimoli per quanto riguarda la filosofia e l’ apertura su alcune tematiche, ma a livello artistico non saprei cosa rispondere.

F.G. Quali sono i tuoi progetti ora? Tornerai in Germania?

G.P. Mi trovi al momento impreparato su questa domanda. Effettivamente ho diversi contatti per raggiungere collettivi artistici formatisi nella città di Lipsia: questa sarebbe la via più facile da seguire. Tuttavia il mio sogno sarebbe quello di rimanere e fare qualcosa per il mio Paese. Avendo viaggiato un po’ nel nord Europa ho trovato molto spesso il rispetto per tante cose ma il calore e il piacere nello stare con altri lo posso ritrovare solamente in una cultura come la nostra.

F.G. Grazie per la disponibilità e complimenti per le tue opere.

G.P. Ti ringrazio per avermi consentito di esprimere in parole quanto rappresentato graficamente.

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3 pensieri su “Intervista al pittore Gioele Pincini

  1. complimenti al pittore Pincini! Ognuno di noi dovrebbe esprimere ed esternare i propri “deliri”!che sia pittura, scrttura, musica e quanto altro.Complimenti anche al giornalista Gioacchini per le domande sintetiche ma ben mirate! un saluto a tutti gli appassionati di arte!

    1. Grazie Federica, ci fa piacere che hai apprezzato l’intervista.
      Siamo tornati ieri a parlare di arte (e decrescita) con una nuova intervista ad un altro pittore marchigiano.
      A presto!

  2. Complimenti all’artista perché non è soltanto un pittore, ma anche un filosofo che con i suoi quadri racconta il suo stato interiore ed il mondo che ci circonda dal suo punto di vista originale e mai scontato.

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