Ràdeche – puntata 06: Una storia paesana

di Carlo Natali

Qui a Via Libera Macerata mi chiedono di parlare di Petriolo e della Festa delle Cantinette, che si terrà a breve.
Per me, ve lo dico subito, è molto difficile farlo, dato che si tratta del mio paese e di un evento nel quale negli ultimi tempi sono stato coinvolto. Ho anche parecchi dubbi su quanto possa essere opportuno parlare della Festa all’interno di una rubrica come Ràdeche.
Poi ho incontrato Mara e Vincenzo della locale Pro Loco, che m’hanno raccontato la storia di come tutto ebbe inizio e che hanno condiviso con me alcune considerazioni sociologiche molto interessanti, e così ho cambiato idea.

La Cantina di Arsì'

La Festa delle Cantinette è oggi un evento che attira in paese migliaia di persone all’anno.
Mara e Vincenzo mi raccontano che lo spunto iniziale nasce nella primavera del 2006 sotto forma di un’idea lanciata là sul tavolo con assoluta leggerezza, durante un aperitivo pomeridiano al Bar Centrale del paese.
I due, oggi sposini freschi freschi, sono al loro primo appuntamento. Vincenzo non si presenta e, vabbè, Mara rimane a chiacchierare con le amiche. A un certo punto l’argomento diventa del genere: a Petriolo non succede mai nulla e manca un qualcosa, un evento che parli del paese e di com’è fatto, coinvolgendo i giovani, e che lo faccia dentro alle mura del castello, dentro lu castéllu.
Petriolo è un castrum o castellum sito a sud dell’antico distretto di Fermo, a sua volta parte di un’area vastissima che comprende l’intera Marca e l’Umbria, molto ricca di fortificazioni e assai turbolenta in epoca altomedioevale. Tra il VI e il VII secolo -secoli in cui, come dice il Bartolazzi di Montolmo, “si scriveva pochissimo e moltissimo si distruggeva”– un Anonimo Ravennate compone una descrizione del mondo intitolata Cosmographia, dove nell’Italia Centrale si menziona una provincia castellorum di cui gli storici, dal settecento ad oggi, hanno molto dibattuto se potesse corrispondere o no al Piceno. Tra le cui rocche c’è il nostro castellu de Pitriolu, come si legge in una pergamena del 1119. Ma perdonatemi la digressione: è solo che, capirete, trovo affascinante sentire che ancora oggi il centro storico venga chiamato dai petriolesi lu castéllu.
Torniamo al Bar. Passa un giovane assessore dell’epoca, a cui sottopongono scherzando la pensata, e lui risponde che, ok, si può fare, ma bisogna legarla alle feste patronali.
A Petriolo, dovete sapere, i patroni sono due: San Marco e San Martino. Entrambi i culti dei Santi derivano dall’alto medioevo, ma mentre per il primo i festeggiamenti sono molto sentiti, per San Martino l’affezione è stata sempre un po’ più fredda: insomma, a Sa’ Mmàrcu i petriolesi ci tengono di più. Come succede a Camerino con San Venanzo e Sant’Ansovino, è inutile chiedere il perché: nessuno saprà spiegarvelo, è cuscì e bbàsta.
I vecchi una volta addirittura usavano dire con non dissimulato orgoglio a quelli di Macerata: “Sa’ Gnulià’ lu vóstru, Sa’ Mmàrcu lu nóstru”, come a dire “sì, Macerata grànne, per carità, San Giuliano rispettabilissimo, per carità, ma San Marco è uno degli Evangelisti. Ed è patrono nostro”.
Ma riandiamo da Mara e Vincenzo. È settembre e troviamo i due già fidanzati. Li chiama l’assessore e dice loro: “Vi ricordate di quel discorso di qualche mese fa? Vi va ancora di farlo?”.
I due non se lo fanno ripetere e, coscienti che da soli si fa poco e con San Martino alle porte, vanno a proporre l’idea alla Pro Loco. Là qualcuno rimane spiazzato,  qualcun altro suggerisce di cogliere l’occasione per riproporre l’antica ricetta popolare de lu cuticùsu, qualcun altro ancora è più in sintonia e abbraccia la proposta senza remore.
In breve le proposte convergono e finalmente si concretizza l’idea di tornare a festeggiare il patrono d’autunno, e di farlo in maniera semplice e sincera, attraverso una festa che parli ai più giovani facendo tornare a rifluire la vita dentro le mura del castello attraverso l’antico appuntamento del calendario agricolo con il primo assaggio del vino. Dice il proverbio, infatti, che “A Sa’ Mmartì’ ‘gni mùsto è vi’”, ossia a San Martino il mosto è già vino.
Le prime edizioni delle Cantinette, ricordano Mara e Vincenzo, sono stati anni di grandi lavori dove sono state liberate con fatica intere cantine, qualcuna utilizzato da anni come ripostiglio e qualcun’altra completamente abbandonato.

L'Associazione Combattenti e Reduci

Vincenzo sorridendo mi racconta dei primi tempi e dei momenti in cui vengono ripulite i primi locali messi a disposizione dai petriolesi, ricorda gli anziani che s’affacciano alle porte, incuriositi, e raccontano ai giovani come si lavorava lì, cosa c’era e come funzionava. Già da quei momenti i ragazzi del paese capiscono che quella piccola festa può diventare un modo di ricordare e raccontare a chi non sa, trasformando il ricordo pur rispettandone lo spirito e giocare un po’ con l’assonanza tra tradizione e tradimento.

La bellezza, ricorda Vincenzo, è che a quel punto si mette in moto un meccanismo: più l’opera di ripulitura delle cantine prosegue e più gente si unisce, più ragazzi arrivano e più quella che era una semplice castagnata evolve e cresce grazie alle loro proposte, più gli anni passano e più ai ragazzi si uniscono cittadini più adulti che, anche loro, consigliano, propongono, fanno.
Anzi, sono proprio loro che ai più giovani dicono di continuare, che li sostengono nei momenti di sconforto, perché sentono che l’evento significa qualcosa per il paese, ne sentono lo spirito: non è una festa qualsiasi, una scusa estemporanea slegata dal contesto socioculturale, una moda effimera.

Un altro passo importante è stato quello di ottenere l’autorizzazione ad utilizzare, durante la Festa, la Cantina de Arsì’, cantina storica una volta conosciuta come la Cantina de Sisti. Questa, appena fuori le mura, è stata attiva da tre generazioni e fu l’ultima a chiudere tra le cantine storiche della Provincia di Macerata. È una stanzetta ancora arredata con l’umiltà e la sobrietà di un tempo, a cui tutto il paese è tuttora legatissimo.
Insomma l’evento, nel giro di poche edizioni, è cresciuto ed è è diventato per la piccola comunità un motivo di aggregazione, la sala da pranzo di casa trasformata in palcoscenico dove per tre giorni l’anno il paese intero è come sotto la luce di un faro e ognuno cerca di dare il meglio di sé, mettendo là un pezzo di cuore senza fare finta di essere qualcun altro.
Questo, c’è da notare, ha stimolato in parecchi petriolesi una riflessione intergenerazionale sul senso di comunità e di appartenenza, è diventata metafora d’una lotta contro la decadenza del centro storico -la malattia che colpisce tutti i nostri castelli da qualche decennio a questa parte- nonché ha contribuito a far rinascere all’interno del paese, specie nelle generazioni più giovani, una presa di coscienza e una attenzione per le proprie radici che ultimamente hanno portato alla realizzazione di seminari sul saltarello locale e alla riproposta dell’antico canto rituale di questua del Cantamaggio, con una partecipazione e in interesse da parte del pubblico che solo qualche anno addietro sarebbero stati inimmaginabili.
Ma torniamo alla Festa. Da quelle prime, pioneristiche edizioni, passa il tempo e la Festa evolve. Il confronto con sempre più persone di età diverse e con le Associazioni sposta l’asse dell’evento e lo focalizza sempre più verso il recupero graduale della tradizione popolare: nel versante del cibo oltre a lu cuticùsu arrivano la trippa, li frascarélli, le frittelle, mentre i generici pizza e birra vanno gradatamente scomparendo; nel versante della musica arrivano e si mescolano con gli artisti gli stornelli e il saltarello marchigiano.
Quest’anno, per dire, la domenica verrà interamente dedicata alla tradizione popolare marchigiana.

La Cantina de li Marchesi Catalani

Antonio Pascuzzo, produttore musicale, cantante dei Rosso Antico nonché di recente direttore artistico del Festival del Jazz di Atina, una sera, prima si suonare alla Festa delle Cantinette di Petriolo, chiede di poter mangiare tra la gente, dentro alla festa stessa e non dentro un ristorante o cos’altro. A cena, dice a Vincenzo una cosa che lo segna in particolar modo: “Si respira un’aria tale che sembra abbiate invitato diecimila persone a casa vostra”.
La sala da pranzo di casa trasformata in palcoscenico, dicevamo prima. A me ricorda tantissimo le véje che si facevano una volta in campagna, dove una famiglia metteva la casa, si scansavano i tavoli e si ballava.

Ecco, dice Mara, le Cantinette noi in paese le vediamo fondamentalmente come una opportunità per parlare di convivialità e di recupero dei rapporti umani, ma non dimentichiamo che è anche occasione per poter rivalutare il modello sociale del piccolo paese, in totale controtendenza rispetto alla mania di accorpamento che oggi va per la maggiore, come se il problema fosse il cosa e non il come.
La piccola comunità, oggi che la tecnologia ha riempito l’intervallo culturale che -dando per buono l’assunto che l’unica direzione possibile sia in avanti- la faceva rimanere per qualche verso alcuni passi indietro rispetto alla città, è il posto dove famiglia e amici sono due parole che spesso si sovrappongono, dove è molto difficile rimanere nella solitudine, dove nessuno è un fantasma che passa inosservato perché tutti si conoscono, dove questa condizione ti spinge sempre a confrontarti.
Il cliché della piccola comunità dove tutti sanno tutto di tutti (“Lu paese è pìcculu, la jènde mormora e le fregne se rsà'”, dice il titolo di una commedia dialettale del grande pollentino Aldo Pisani), da difetto sembra qui diventare pregio, perché sei sempre come a casa, e a casa c’è sempre qualcuno che ti aiuta.
Son ragazzi ottimisti, Mara, Vincenzo, La Pro Loco di Petriolo e tutti gli altri. C’è da ammirarli. Non è facile, di questi tempi. Una generazione di ventenni e trentenni che, posso dire, ha fatto la differenza a Petriolo e anche fuori, vista la proliferazione di feste dall’analogo spirito nei dintorni.
Ben venga, questa proliferazione, finché servirà a parlare della nostra terra a chi la visita e a chi la vive.

Prima di chiudere, voglio spendere due parole su lu cuticùsu, a cui ho accennato poco sopra.
Lu cuticùsu è una zuppa di fave la cui presenza è testimoniata in quest’area da tempo immemorabile che si fa con la fava ‘ngréccia, un condimento di profumi dell’orto a seconda dell’uso della famiglia in cui è tramandata la ricetta, e un battuto di sardelle salate.
Quando dico “a seconda dell’uso della famiglia” intendo dire che, come in ogni ricetta popolare, non esiste una ricetta definitiva e assoluta modificando la quale si tradisce l’essenza del piatto: questo è un approccio recente. Tutte le ricette popolari, cucina povera, fanno largo uso di ingredienti di risulta ed è normale che abbiano, più che una ricetta, delle indicazioni generiche di base che venivano modificate a seconda di quello che c’era disponibile, tramandate poi nelle singole famiglie, col miglioramento delle condizioni di vita, come “la versione de casa” (a questo proposito, qui potete trovare la versione che s’è tramandata a casa nostra, tramite mio nonno).
“Sebene si dice vulgarmente che la fava si dà agl’homini grossi, nientedimeno la va piacendo a molti”, scrive Costanzo Felici da Piobbico nella serie di preziosissime lettere che tra il 1565 e il 1572 mandò all’Aldrovandi a Bologna, di recente raccolte e stampate (Ed. Quattroventi, Urbino, 1986) sotto il titolo “Del’insalata e piante che in qualunque modo vengono per cibo del’homo”. In queste lettere, tra l’altro, viene ricordato l’uso antico della fava secca, che nel maceratese è detta ‘ngréccia.
La fava ‘ngréccia – dove ‘ngréccia significa raggrinzita- è la fava messa a seccare a suo tempo che si consumava prevalentemente nei mesi d’inverno -in cui non c’era molto altro- e in tempo di vigilia.
De lu cuticùsu ne parla il grande padre della ricerca sulla tradizione popolare nelle Marche, Giovanni Ginobili, nel volume “Costumanze marchigiane” (Macerata, 1949). La parola cuticusus è documentata nel trecento nell’accezione di pruriginoso e deriva dal latino cutis, che significa pelle, da cui proviene l’italiano cute e anche cotica, termine di origine tardo latina che indica la cotenna del maiale, cóteca nel maceratese.
C’è infine un termine infantile che indica il fare solletico, ancora vivissimo dalle nostre parti, ed è “fare cotica”: essendo lu cuticùsu piccante, pizzicùsu, non è difficile immaginare perché lo chiamarono così.

Visto che si parla di vino, vi saluto lasciandovi con una intervista che ho realizzato tempo addietro, dove il gruppo delle tradizioni popolari maceratesi Pitrió’ mmia racconta la vendemmia e la cantina come venivano fatti un tempo.

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