I mille giorni di J.F.K.

Il 22 novembre del 1963, a Dallas, in Texas, veniva ucciso il trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, Jonh Fitzgerald Kennedy. Cinquantun anni dopo gli spari di Dealy Plaza, resta forte il fascino del mito kennedyano, e ancora molto rimane di quella straordinaria stagione politica che vide proprio nei fratelli Kennedy e in figure come quella di M. L. King la sua più ambiziosa espressione. Una stagione che è rimasta incompiuta, spezzata, come le vite dei suoi protagonisti, ma che ancora oggi illumina il cammino degli U.S.A. Gli assassinii dei fratelli Kennedy e del pastore di Memphis rappresentarono dei traumi per la vita civile americana che ancora non sono del tutto superati, segnando la drammaticità di un momento storico di transizione, a tratti violenta, nella quale pulsioni progressiste e libertarie si scontrarono con le forze ed i meccanismi, anche reazionari, della conservazione. Nell’anniversario del primo di quegli assassinii, proprio mentre un altro ciclo progressista (quello obamiano), iniziato all’insegna della “audacia della speranza”, sembra esaurito (alla luce dei risultati, catastrofici per i democratici, delle recenti “midterms elections”), è quantomai opportuno interrogarsi sul lascito di JFK, sulla sua figura e sul significato profondo della sua stagione.

La figura di JFK, complici in tal senso anche le drammatiche e terribili circostanze della sua morte, è avvolta nel mito. Il mito del Presidente giovane, bello, dinamico, il mito del Presidente dalle infinite avventure sentimentali e del Presidente ucciso da un complotto dalle trame ancora oggi inestricabili. Ma il mito è , di per se, una semplificazione, e l’immagine stereotipata di Jonh Kennedy di cui spesso si alimentano le cronache e la storiografia è forse il fattore che più ostacola una riflessione critica sulla figura di JFK. Inoltre esprimere un giudizio politico sul mandato presidenziale di Kennedy risulta difficile anche in lume della breve durata di quest’ultimo: un’esperienza di governo durata infatti appena mille giorni. Le conseguenze di molte scelte di Kennedy, infatti, si mostrarono pienamente solo dopo la sua morte (come l’escalation militare in Vietnam che seguì al massiccio aumento della presenza americana in Indocina, voluta proprio da JFK), così come i risultati di tante delle sfide da egli ingaggiate  arrivarono molto dopo i fatti di Dallas, si pensi all’approdo sulla luna.

La figura di JFK, al di là di quel “velo di maya” fatto di mitologia e agiografia, è una figura complessa, a tratti contraddittoria. Spregiudicato ed al tempo stesso idealista, JFK non era un “radical”, eppure nel corso del suo breve mandato seppe condurre la società americana, senza strappi, verso una “nuova frontiera”: prese l’America conformista dell’era Eisenhower e ispirò in essa il sogno del cambiamento, un‘idea di progresso. Dall’estensione dei diritti civili e dalla lotta alla povertà, Kennedy capì che l’unico modo per far sopravvivere il sogno americano era includere in esso nuove fasce di popolazione che prima ne erano escluse, provando a costruire quella “Big Society” in cui non vi fossero cittadini di serie A e di serie B.

Non fu certo un “rivoluzionario”, fu semplicemente un politico che seppe, anche astutamente, farsi interprete del suo tempo, sintonizzandosi con le pulsioni profonde che si agitavano nella società americana. Una società che stava cambiando, dove cresceva l’avversione per odiosi privilegi ed antiche ingiustizie, una nazione che, imprigionata dalla contrapposizione costante e totale con l’URSS e schiacciata dall’incubo di un olocausto nucleare, voleva tornare a sperare, superando una dimensione di costante angoscia e paura del futuro.

Molte delle decisioni di Kennedy furono anche il frutto di calcoli politici, più che di scelte di principio. Jonh Kennedy era il rampollo di una delle famiglie più ricche d’America, cresciuto in un contesto privilegiato ma al tempo stesso intriso d’ambizione e spirito di competizione, secondo quella che era la filosofia di vita di Joseph Kennedy, padre di Jonh e spregiudicato uomo d’affari di origini irlandesi. Ma nonostante ciò fu il Presidente che si scontrò a viso aperto (arrivando a definirli pubblicamente “dei figli di puttana”) con i magnati della lobby dell’acciaio quando questi decisero di alzare arbitrariamente il prezzo della materia prima, mettendoli sotto processo per ribadire il primato della politica e del bene comune sugli interessi del mercato. Kennedy fu il primo Presidente americano a delineare chiaramente una strategia di convivenza pacifica con l’URSS e con il mondo comunista, ma al tempo stesso fu il Presidente che autorizzò l’operazione della “Baia dei Porci” volta a sovvertire il governo cubano di Fidel Castro. Avviò il dialogo con i russi per dar vita ad una prima strategia di disarmo nucleare, allontanando la minaccia di una guerra atomica, ma al tempo stesso incrementò notevolmente le spese militari per le armi convenzionali.

Al netto delle contraddizioni e degli errori commessi, Jonh Fitzgerald Kennedy fu comunque l’interprete di una nuova america, più inclusiva e più giusta, che non morì con gli spari di Dallas: poco dopo la sua morte fu approvato il Civil Right Act, e prima della fine degli anni sessanta un americano mise piede sulla luna, come vaticinato da JFK nel 1961. Ma dopo quegli spari si aprì una stagione drammatica per gli Stati Uniti, fatta di disillusione, smarrimento e paura.

Forse il significato della stagione di JFK si può comprendere prendendo spunto dall’opera di un altro grande protagonista di quella america della nuova frontiera. Nel pieno dell’era kennedyana, Bob Dylan cantava che i tempi stavano cambiando e che fuori “la battaglia infuriava”, e appunto nel testo di “The times they are a-changing” invitava “senatori, membri del congresso” a “dare importanza alla chiamata”: la chiamata di quel futuro che, per citare Rilke, entra in noi molto prima che accada. Ecco, forse Jonh Fitzgerald Kennedy fu il Presidente che provò a dare una risposta a quella chiamata.

 

 

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