“Io sto con la sposa”: antiche ingiustizie e nuove speranze.

Continua il tour cinematografico di “Io sto con la sposa”, film-documentario sul viaggio e sui sogni di cinque immigrati, siriani e palestinesi, verso Stoccolma. Dopo aver riempito le sale del Multiplex di Piediripa, il “corteo nuziale” di attori/non-attori si sposta a Monte Urano, dove stasera al cinema Arlecchino terrà incollati gli occhi del pubblico grazie all’iniziativa del Tief – Terraimpegnoefuturo .

Il film ha consentito al grande pubblico di fare la conoscenza con cinque migranti che, fino a pochi mesi fa, rischiavano la morte annegando nel Mediterraneo. Qualcuno l’ha definita una favola moderna, qualcun altro un documentario poetico, ma la realtà è che si tratta di una rappresentazione scomoda. Scomoda perché lascia allo spettatore  un senso di malinconia e disagio, di consapevolezza della profonda ingiustizia insita nella condizione degli migranti in fuga dalla guerra che, se riescono a sopravvivere al viaggio ed approdano in Italia, si trovano a fronteggiare diffidenza e burocrazia.

Per chi non lo sapesse, il film nasce da un’idea pazzesca di tre amici: un giornalista italiano e due poeti palestinesi si incontrano alla stazione di Milano per un caffè; sentendoli parlare in arabo, si avvicina loro un ragazzo palestinese, chiedendo da quale binario parta il treno per la Svezia. In realtà, non esiste alcun treno per la Svezia e Abdallah capisce di far parte delle schiera di migranti che, tra mille peripezie, sperano di lasciare l’Italia per raggiungere altri paesi considerati più “avanzati”. Da quell’incontro, nasce l’idea del viaggio: un finto corteo nuziale, formato da italiani, palestinesi e siriani, per aiutare cinque persone ad attraversare, in soli quattro giorni, Italia, Francia, Lussemburgo, Germania e Danimarca, destinazione Svezia (clicca qui per maggiori informazioni).

La Svezia, infatti, è una delle mete più ambite, ma forse non tutti sanno che le norme europee impongono ai Paesi di ingresso di occuparsi delle pratiche per la concessione dell’asilo. Sicché, se sbarchi in Italia, sei costretto a rimanere in Italia e ad essere espulso da qualsiasi altro paese europeo ti rechi in seguito. Il metodo per registrare i migranti appena arrivati è quello delle impronte digitali: molti, sapendo che in tal modo vengono “schedati” e, dunque, vincolati al suolo italiano, tentano di sottrarsi alla procedura, ma non sempre i funzionari adottano modi gentili e compassionevoli per chi si rifiuta. Tra i fatti scioccanti che i protagonisti dell’avventura raccontano durante il viaggio, spiccano proprio quelli riguardanti la c.d. “accoglienza” in Italia: Alaa Al-Din, palestinese in viaggio con il figlio adolescente, racconta di manganellate sulle mani per costringere i sopravvissuti (tali sono coloro che riescono a raggiungere la costa) a rendere le impronte. 

I racconti, il senso di comunità e la forza della loro identità, tessono la vera trama del film. Il viaggio, di per sè, fila liscio e senza intoppi; la telecamera, però, documenta passo dopo passo le emozioni, le paure e le speranze dei cinque, nonché i racconti del loro trascorso nei campi profughi, sotto le bombe o in mezzo al Mediterraneo, lottando per la propria vita. Guardando e sentendo dai diretti interessati come la vita reale dei Palestinesi e dei Siriani sia persino peggiore di quella che possiamo immaginare, non si può fare a meno di prendere atto della nostra ignoranza e, poi, lasciare anche spazio ad un lato senso di vergogna. Come quando Khaled, uno degli organizzatori, il primo giorno di viaggio viene a conoscenza di aver finalmente acquisito la cittadinanza italiana: “non sono mai stato cittadino di alcuno Stato”, dice, e si commuove. Piange di gioia perché è diventato un cittadino italiano e sa di far parte ora, di un sistema di protezione  che i palestinesi non hanno.

La fine del film lascia, letteralmente, gli spettatori ammutoliti  e l’uscita dalla sala avviene in maniera calma e silenziosa, quasi in un’atmosfera sacrale. Tasmin, l’attivista siriana che nel film si improvvisa sposa per aiutare il gruppo, prende la parola nella sala del Multiplex silenziosa e ribadisce quello che nel film emerge con forza: se il cielo è di tutti, non dovrebbero esistere i confini tra Stati e ciascuno dovrebbe potersi muovere nel mondo senza difficoltà.

 

 

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