Maria Giuseppina Muzzarelli - Nelle mani delle donne (Laterza, 2013)

Ràdeche – puntata 07: Diego Poli e “Nelle mani delle donne” di Maria Giuseppina Muzzarelli

di Carlo Natali.

Maria Giuseppina Muzzarelli - Nelle mani delle donne (Laterza, 2013)Oggi parliamo di un libro che non è propriamente legato al mondo della nostra Marca, ma che è essenziale per comprendere e contestualizzare molte delle meccaniche del nostro passato.
Si tratta di “Nelle mani delle donne” (Laterza, 2013), della medievista Maria Giuseppina Muzzarelli.
Il volume -scrive l’autrice nella prefazione- vuole “raccontare, soprattutto a quante giovani donne impegnate in diversi ambiti lavorativi amano cucinare e lo fanno con maestria, mangiano di gusto e non si pongono, progettando una maternità, il problema dell’allattamento, come sono andate le cose fino a non molto tempo fa.
Questo perché sappiano preservare quello che è stato faticosamente conquistato, anche se non sempre ne sono consapevoli, e recuperare quello che, più a loro che alle donne della mia generazione, pare di aver perduto. Soprattutto perché abbiano materia su cui riflettere a proposito di quanto è naturale e quanto invece socialmente costruito (dagli uomini ma anche dalle donne), ora perpetuando limitazioni e tenendo in vita pregiudizi e luoghi comuni duri a morire, ora introducendo opportunità prima assenti”.

Il libro parte dal latte materno, emblema primordiale “della cura materna e più in generale del ruolo femminile” sul quale l’uomo è intervenuto da secoli introducendo quella che era l’istituzione del baliatico, ossia il delegare ad altra donna, scelta con cura per vigoria e “natura savia”, l’allattamento dei neonati, e passa attraverso i tre verbi sostanziali dell’universo femminile del passato remoto e recente: nutrire, guarire e avvelenare.
Attraverso un viaggio disincantato e lucido incontriamo moltissime figure interessanti, tra le quali mi piace ricordarne due, molto simili tra loro ma legate da destini ben diversi.
Una è Ildegarda di Bingen, santa aristocratica, visionaria, esorcista e teologa, che nella Germania del XII secolo scrive il “Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum” (“Libro delle creature”, edizione a cura di Antonella Campanini per Carocci editore, 2011), dove enumera tutte le conoscenze in suo possesso a proposito del mondo vegetale, animale e minerale e da qui sviscera le sostanze e i principi per nutrirsi e curarsi.
Donna pragmatica e dal carattere forte, Ildegarda tratta in prima persona e alla pari con nobili e principi e non ha timore di strapazzare l’imperatore nella questione degli antipapi. È inoltre aperta fautrice dell’abbandono della vita claustrale a favore della predicazione nelle piazze.
L’altra la incontriamo trecento anni dopo a Todi ed è Matteuccia di Francesco di Ripabianca, conosciutissima nella sua città e ben oltre, assai esperta nell’utilizzo delle erbe, dalla quale per curarsi viene gente anche da molto lontano. È assai stimata anche da personaggi fuor dall’ordinario come Andrea Fortebracci, meglio conosciuto come Braccio da Montone, uno tra i più famosi condottieri di ventura di quel secolo, ben noto nella nostra Marca per aver assediato e devastato l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, raso a zero il castello di Villamagna e scorrazzato a lungo per le nostre terre.
Dagli atti del processo a Matteuccia possiamo conoscere molto del suo sapere, sospeso tra una acuta, precisa conoscenza delle piante e rimedi più o meno bizzarri le cui origini si perdono all’alba dei tempi, tra gli echi lontani del Liber Medicinalis di Quinto Sereno Ammonico e di Dioscoride, e non possiamo non notare che convergono assai con quanto raccolto dalla santa visionaria di Bingen.
Con la differenza che la clientela femminile di Matteuccia finisce per chiederle spesso rimedi d’amore per i suoi uomini disattenti o farfalloni, cosa che la fa finire sul rogo nel 1428, poco dopo il passaggio in città di Bernardino da Siena, proprio perché quelle pratiche per aiutare i mariti poco affezionati al talamo proprio non vanno giù agli ecclesiastici, che da secoli le avevano espressamente proibite nei loro decreti dove tutto ruotava attorno alle decisioni dell’uomo e figuratevi se si poteva dire che era colpa sua.

Diego Poli a Petriolo con Carlo NataliDurante una conferenza di presentazione di questo gran bel libro, qualche mese fa, ho incontrato a Petriolo il professor Diego Poli, professore di glottologia e linguistica all’Università di Macerata.
La conferenza, discretamente affollata nonostante il maltempo tremendo di quei giorni, faceva parte di un ciclo di incontri molto interessanti a cura della Condotta Slow Food di Corridonia.

D.: Professore, perché oggi, in questo scorcio di secolo di grandi cambiamenti, è importante questo libro?
R.: Perché descrive ciò che siamo stati e che quasi sicuramente non saremo più.
Il momento che stiamo vivendo è un momento di forte transizione, nel senso che si avverte attorno a noi una necessità di cambiamenti dovuti a uno sviluppo tecnologico, a una massificazione e a una globalizzazione che mai s’eran visti in passato.
Tutto questo, assieme ad altre cose che non ho ricordato, fa sì che un luogo fondamentale come la cucina della famiglia tradizionale, cucina in cui la donna era l’angelo custode -“l’angelo del focolare”, come si diceva una volta- verrà stravolta.
Esisteranno quindi altre modalità che sostituiranno la cucina, anche se ovviamente il termine cucina si continuerà ad usare, ed alcune di esse sono già identificabili, ma non tutte.
Questo libro descrive molto bene ciò che è stato fino a ieri e, in piccola parte, ancora oggi.

D.: Quindi conoscere il passato per conoscere il futuro, come si suol dire.
R.: Piuttosto conoscere il passato per rendersi conto che il futuro sarà diverso.

D.: Poco fa lei parlava di baliatico e a me è venuta in mente quest’immagine di “baliatico gastronomico”, per indicare oggi, nell’epoca della iper-specializzazione, il demandare a qualcun altro l’arte di conoscere ciò che mangiamo, che è quel che serve per vivere: un vero e proprio paradosso. Da una decina d’anni addirittura è di moda tra gli architetti statunitensi progettare abitazioni senza cucina.
A suo parere, dove stiamo andando?
R.: Guardi, non è un caso che il baliatico di una volta era femminile -per ovvie ragioni, perché di latte si trattava- mentre invece il baliatico di oggi è quasi esclusivamente maschile. Anche questo indica lo stravolgimento dello stesso termine baliatico.
Dove stiamo andando? Bisognerebbe avere una sfera di cristallo per rispondere. Noi non possiamo sapere dove stiamo andando, così come i nostri politici non possono sapere cosa succederà tra un anno.
Quello che noi chiederemmo ai tecnici della politica, della cultura, dell’economia, della cucina o quant’altro è di identificare i problemi: questo bisogna fare. Identificare i problemi e capire qual è l’interrelazione tra un problema ed un altro. Non è roba da poco, ma bisogna capire che questo è ciò che a noi spetta.
Poi dove andremo, se avremo successo o no, sta nella mente degli dei e non nella nostra.

D.: L’associazione di cui faccio parte, L’Orastrana, sta facendo delle piccole ricerche tramite gli anziani del luogo, qui a Petriolo, anche attraverso lo storico gruppo di tradizioni popolari Pitrio’ mmia, dove dialogando abbiamo trovato parecchi substrati di conoscenza di medicina antica (qui e, in misura maggiore, nella puntata ancora da pubblicare, N.d.R.) nella cultura delle guaritrici e dei guaritori popolari della zona, in dialetto ‘stròlleche e ‘stròllechi, a cui gli strati più bassi del popolo si rivolgevano fino a una cinquantina d’anni fa perché non potevano -e a volte non volevano- permettersi di andare dal dottore.
Secondo lei, attraverso quali percorsi queste nozioni molto antiche -che a volte hanno anche duemila anni, dato che personalmente ho trovato correlazioni con Dioscoride o Galeno- hanno attraversato i secoli per arrivare fino a noi?
R.: Lei dice una cosa molto importante e che potrei riassumere scientificamente in questi termini: esiste una scienza e la scienza è diversa da epoca ad epoca.
La scienza di oggi afferma che la scienza del passato era in gran parte errata: ritenere che la Terra fosse quadrata oggi è considerato errato, ma questo non ha impedito tutta una serie di scoperte anche se i presupposti potevano essere errati.
La matematica greca non conosceva lo zero, lo zero l’abbiamo conosciuto dall’India, ma questo non significa che la matematica greca fosse errata: non era completa, non era adatta forse a un sistema binaristico, d’accordo, ma non era in sé errata
Detto questo come premessa, le scienze riposano sempre su un sostrato che è l’insieme delle etnoscienze, ovverosia le scienze che gli uomini di pensiero -anche se non erano ufficialmente scienziati, medici o filosofi- hanno elaborato sulla base della propria esperienza.
La medicina è proprio una di queste.
Sulla base dell’esperienza, gli uomini – non tutti, ma quelli che erano abituati a pensare – hanno capito che certe sostanze facevano bene e altre invece facevano male. L’aspirina è elementare, perché è basata su una lavorazione particolare della corteccia dell’albero, corteccia da sempre usata dalle medicine popolari, in quanto etnomedicina.
Oggi noi l’aspirina la compriamo in farmacia ed è considerata scienza. Se l’aspirina fosse stata semplicemente la frantumazione della corteccia dell’albero, noi la chiameremmo medicina popolare.

D.: Come il vino chinato.
R.: Esattamente.
Molto spesso il confine è labile, talvolta evidentissimo.
L’agopuntura cinese è una medicina popolare che i cinesi hanno assunto come medicina colta, scientifica, tant’è che adesso anche da noi in parte viene accettata.
Quindi non c’è da meravigliarsi che dei saperi popolari – di questa come di altre regioni del mondo – siano rimasti, e non c’è da meravigliarsi che quei guaritori di una volta molto spesso guarivano. Questo perché effettivamente nei rimedi ai quali loro pensavano c’era rispondenza in natura. Potevano guarire, esattamente come la medicina di oggi guarisce e, ahimé, talvolta non guarisce. Chiaro è che all’epoca l’incidenza di non guarigione era maggiore, ma per ragioni ovvie: l’empirismo.

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