Grecia al voto: la grande scommessa di Alexis Tsipras

Qualcosa si muove nel vecchio continente. Il 25 gennaio si terranno nuove elezioni politiche in Grecia.

Infatti, quando il 29 dicembre scorso il terzo tentativo del parlamento di eleggere il Presidente della Repubblica si è risolto con un’altra fumata nera, è scattato il meccanismo descritto dall’Art. 32 della Costituzione ellenica che in questa circostanza impone lo scioglimento delle camere e le elezioni anticipate.

A queste elezioni, la penisola ellenica arriva dopo anni terribili, segnati dalle misure economiche “lacrime e sangue” imposte dalla Troika in seguito alla crisi economica, e attuate dal governo di larghe intese presieduto da Antonis Samaras.

La Grecia è imprigionata nel “grande freddo” dell’austerità: le misure per ripianare il debito pubblico hanno portato progressivamente alla cancellazione di diritti e tutele fondamentali, condannando il paese alla barbarie. Gli indicatori socio-economici greci infatti, per effetto del cosiddetto “salvataggio” della Troika, sono più vicini a quelli di un paese in via di sviluppo che a quelli di un paese occidentale: a causa dei tagli alla sanità ci sono oggi, negli ospedali greci, In media solo 4,8 posti letto disponibili ogni 1000 abitanti, un quarto della popolazione è senza lavoro, i salari e le pensioni sono stati ridotti del 40% negli ultimi 4 anni e addirittura si calcola che circa 400.000 bambini soffrano di malnutrizione.

Da tempo il forte disagio sociale cresciuto nel paese ha spinto l’elettorato greco verso quei partiti che, su posizioni diverse, contrastano i diktat di Bruxelles e le misure di austerità. In particolar modo, negli anni è cresciuto sempre di più il consenso di Syriza, partito della sinistra radicale guidato da Alexis Tsipras, già candidato premier alle elezioni politiche del 2012 e candidato alla presidenza della Commissione Europea per la Sinistra Europea alle elezioni del 2014. Secondo i sondaggi, oggi Syriza è il primo partito in Grecia, e molto probabilmente si avvia a vincere le prossime elezioni, con la promessa di porre fine alle politiche di tagli indiscriminati alla spesa pubblica e di rinegoziare il debito pubblico con i creditori internazionali. “Io non sottoscriverò al buio alcun patto con la Troika – ha spiegato Tsipras – porremo le nostre condizioni a UE, BCE e FMI e se non si raggiungerà un’intesa vareremo il nostro piano economico”.

L’eventuale vittoria elettorale del partito di Tsipras rappresenterebbe dunque una grande novità per gli equilibri politici del vecchio continente: infatti per la prima volta un paese dell’eurozona potrebbe essere governato da un partito che non appartiene alle due grandi famiglie politiche che oggi guidano l’Europa, ovvero i popolari e i socialisti. Sono stati infatti proprio i governi a guida popolare o socialista (o a guida congiunta, come in Italia i governi “di larghe intese” guidati da Letta e da Renzi) ad attuare nei diversi stati le politiche di austerità imposte da Bruxelles e dai diktat del cancelliere tedesco Angela Merkel, agendo in tal senso più da “proconsoli” della BCE che come esecutivi di uno stato sovrano.

L’avanzata di Syriza fa tremare le cancellerie europee ed i mercati finanziari, e da più parti si cerca di dipingere la sinistra di Tsipras come un altro pericoloso movimento euroscettico (facendo passare il messaggio che la vittoria della sinistra porterà all’uscita della Grecia dall’euro e al disastro economico).

Ma, come lo stesso Tsipras ha ribadito a più riprese nei giorni scorsi, Atene rimarrà in ogni caso nell’eurozona, e se Syriza vincerà le elezioni chiederà assieme alle altre formazioni della sinistra europea (gli spagnoli di Podemos in primis) di convocare una “Conferenza sul debito” per condonare parte della esposizione dei paesi a rischio. Un po’ come è stato fatto nel 1952 per consentire alla Germania di rialzarsi dalle macerie lasciate dalla guerra.

Non uscire dall’euro, ma restare nell’eurozona per cambiare le cose in Grecia e fuori dalla Grecia. E’ evidente come in gioco non ci sia solo il colore di un esecutivo, ma molto di più: c’è in gioco la scommessa di costruire un’Altra Europa. 

D’altro canto, in questi giorni la BCE e il governo tedesco hanno moltiplicato i contatti con Syriza, nel tentativo di monitorare la situazione greca e avviare un dialogo con quello che potrebbe essere il nuovo partito di maggioranza. Qualcuno potrebbe interpretare queste dinamiche come il tentativo di condizionare la linea di Syriza, finalizzato a far si che la politica dell’eventuale nuovo governo greco non si trasformi in una minaccia per lo status quo.

Syriza ha mantenuto negli anni un profilo alternativo,intransigente nella difesa di quella civiltà europea del lavoro che l’austerity ha tentato di distruggere, in Grecia come in altri paesi dell’Europa mediterranea. Il partito della sinistra plurale greca ha costruito il suo consenso ascoltando e sostenendo le istanze provenienti dai ceti popolari stremati dalla crisi e dai tagli imposti da Bruxelles. Dalle proteste contro i tagli alla sanità e alla pubblica amministrazione, agli scioperi dei lavoratori di quasi tutte le categorie, fino alle lotte degli studenti saliti sulle barricate per difendere le loro università, Syriza ha interpretato la resistenza del popolo greco contro questa Europa. Ma Syriza non è solo l’esempio di una “sinistra che fa la sinistra”. Il modello della sinistra di Tsipras potrebbe rappresentare una via d’uscita credibile da quell’era glaciale in cui si ritrova l’eurozona per effetto delle politiche di austerità.

Da una parte abbiamo infatti l’ideologia del rigore, imposta a tutta Europa nell’interesse della Germania e dei paesi del nord, dall’altra c’è la “marea nera” dei movimenti sovranisti, spesso di estrazione xenofoba e populista, che prospetta l’uscita dall’Euro ed un impossibile ripiegamento nei confini nazionali. Fuori da questa asfittica dialettica tra “pro-euro” e “anti-euro”, c’è dunque una “terza via”, quella di Tsipras e della Sinistra Europea: una prospettiva riformatrice che rischia però di scontrarsi con i monolitici e a-democratici equilibri della “costruzione” europea attuale, una prospettiva che sarà sempre insidiata dal rischio di cedere a tutti quei compromessi al ribasso che hanno già seppellito le ambizioni di cambiare le cose che erano proprie di alcuni partiti socialisti, ma una prospettiva che, per adesso, sembra incarnare l’unico cambiamento possibile per l’Europa. Ciò nella consapevolezza che la partita della sinistra non può essere giocata sul piano di un nostalgico ritorno dentro i confini nazionali, nell’utopia regressiva che la restituzione di sovranità agli stati nazionali sia sinonimo di un minore condizionamento da parte dei poteri forti dell’economia mondiale: la strada per riaprire la partita europea a sinistra è invece il rafforzamento dell’unione politica, portando a termine la costruzione dell’edificio europeo con l’inclusione dei cittadini, ridando voce ai parlamenti nazionali, limitando i poteri di veto delle banche e delle strutture finanziarie, e soprattutto rafforzando il peso dell’europarlamento nell’architettura costituzionale dell’UE.

Su Tsipras e su Syriza pesa dunque una grande responsabilità.

Che questa Terza Via “alla greca” sia destinata a risolversi in un ennesimo fallimento e a cadere nel dimenticatoio come altre “terze vie” che la sinistra europea ha conosciuto (penso a quella blairiana) ? Il futuro prossimo ci darà la risposta, e da questa risposta dipenderanno il futuro dell’Europa e della democrazia in Europa: o l’Europa infatti sarà in grado di “osare più democrazia”, per citare un celebre discorso di Willy Brandt, o il percorso europeo sarà destinato inevitabilmente a naufragare.

Roberto Nappi

 

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