I frutti e le radici della mala pianta del razzismo

Il razzismo, come ben si sa, è una mala pianta che spesso offre frutti evidenti e ben visibili, ma ha radici estremamente profonde e invisibili. Come ricorderete, il presidente Tavecchio questa estate si era esibito in una uscita estremamente infelice riguardo la condizione con cui i giocatori extracomunitari vengono accolti nella nostra lega. In Italia, infatti, succede che chi “mangiava le banane” fino a pochi mesi fa, oggi si ritrovi titolare in seria A. Un mal celato razzismo, insomma, talmente evidente da provocare una grossa ondata di indignazione non solo online; la stessa FIFA aprì una procedura disciplinare sospendendolo per 6 mesi.

In questi giorni ha fatto capolino un’altra dichiarazione “shock” – come spesso si usa dire – pronunciata da Arrigo Sacchi alle premiazioni del torneo di Viareggio: «non sono certo razzista e la mia storia di allenatore lo dimostra, a partire da Rijkaard ma… ci sono troppi giocatori di colore, anche nelle squadre Primavera […] l’Italia non ha dignità, non ha orgoglio: non è possibile vedere squadre con 15 stranieri».

Una dichiarazione quanto meno curiosa visto che, secondo i dati forniti dalla Gazzetta.it, su 1.154 tesserati nei tre gironi del torneo di Viareggio, i neri africani in campo sono 54. Ovvero il 4,67 per cento delle rose delle 42 formazioni; un dato inferiore al numero di giocatori africani impegnati in questa stagione in A. Una affermazione, quindi, basata esclusivamente su un pregiudizio personale che esprime un razzismo, magari inconsapevole, ma ben presente.

Lo testimonia, a mio avviso, la presenza della locuzione non sono razzista ma…, tipico di un razzismo che non vuole vedersi (e accettarsi) come tale e che vorrebbe basare il suo giudizio non sui propri pregiudizi ma su dati oggettivi ed indubitabili, che dovrebbero sottrarlo, poi, ad ogni possibile accusa. Ovviamente, ad un orecchio ben allenato, la locuzione non sono razzista ma è la spia più significativa di un razzismo nascosto, implicito nei meccanismi stessi con cui si giudica e categorizza la realtà, e proprio per questo pericoloso.

Al netto di ciò, però la cosa che più mi ha incuriosito in questo evento è stata la reazione alle parole dell’ex ct, cioè la mancanza di una generale ondata di indignazione così come successo con le parole di Tavecchio. Vorrei indagare, brevemente, le cause di ciò.

Alcune cause sono contingenti: le parole di Tavecchio arrivarono in estate, dove ci sono poche notizie e quello che succede è estremamente ingigantito, in aggiunta al fatto che già solo la fisiognomica di Tavecchio si presta a sberleffi, soprattutto in rete.

Altre cause, invece, sono molto più profonde. Una frase come “mangiare le banane” rivolto ad un nero è ormai scorretto per chiunque, in nome del politamente corretto: c’è rimasto solo Tavecchio ad utilizzarlo. Le parole di Sacchi, invece, incarnano in fondo in fondo quel razzismo inconsapevole e strisciante che è molto facile incontrare nella mentalità italiana, quel razzismo che vorrebbe nascondersi dietro il dito di un dato ritenuto oggettivo, che giudica solo ciò che vede. Oltre alla diversa caratura del personaggio, insomma, accusare Sacchi sarebbe un po’ accusare se stessi.

Che fare, dunque? Sicuramente denunciare quell’inganno del non sono razzista ma che ci impedisce di fare i conti con i nostri pregiudizi, sia come persone che come comunità. Un passo necessario per estirpare una mala pianta che se è vero che non produce più quei grandi frutti vistosi come in passato, affonda ormai le radici così in profondità da far paura.

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