Veduta tra Vallato e Rocca Colonnalta (San Ginesio MC)

Ràdeche – puntata 08: Un pomeriggio a Vallato di San Ginesio

Sentiero nella macchia sopra Vallato (San Ginesio MC)
Sentiero nella macchia sopra Vallato (San Ginesio MC)

di Carlo Natali.

Nel volume “Sai che gli alberi parlano? La saggezza degli indiani d’America” (Il Punto d’Incontro, 2002, traduzione di Clara Lasagni), preziosa raccolta di testi degli Indiani d’America a cura di Käthe Recheis e Georg Bydlinski, c’è una meravigliosa poesia del capo Tatanga Mani (1871-1967), meglio conosciuto come Walking Buffalo, della Nazione Stoney-Nakoda (una tribù di derivazione Sioux affine agli Assiniboine) dove si dice chiaramente che, se li sai ascoltare, gli alberi parlano e che lui stesso ha imparato molto da loro -sul tempo, sugli animali, sul Grande Spirito- ma gli uomini bianchi non hanno mai pensato che valga la pena ascoltarli.
Non tutti, mi sentirei di aggiungere.

Cambio di scena.
Giuseppe Compagnucci (1906-1988) era originario della contrada Vallato di San Ginesio (MC).
Era quella una zona anticamente attraversata da canali artificiali e mulini, ed è interessante notare il fenomeno di mutamento semantico per metonimia che caratterizza questo toponimo: dove nel latino classico vallatum indica qualcosa che è stato cinto di mura o palizzate a scopo difensivo, lo stesso termine nel medioevo passa ad indicare anche il fossato prospiciente le opere di difesa, fino ad arrivare all’attuale vallàtu che in tutte le Marche significa univocamente canale artificiale.
Quasi al confine con l’odierno territorio di Sarnano, Vallato è uno dei tanti borghi che costellano un territorio dalla storia travagliata, posto lungo una direttrice antichissima dove per secoli sono passati eserciti e morbi.
Siamo in area di “mènza montagna”, come diciamo noi della piana, dove inizia l’orografia sibillinica, tormentata da valli e pendii che come pieghe conservano i pezzi di storia che ci sono rimasti impigliati dentro, come ad esempio a Monastero, poco ad Ovest di Vallato. Qui, notava Febo Allevi non molti anni fa, è dove il fiume Fiastrone veniva abitualmente chiamato dai suoi abitanti col nome di Flòssene. Un relitto lessicale antichissimo che rimanda al Fiastrone/Flossorium dell’anno mille e non può non far pensare agli idronimi Flos e Flusor, termini dalle radici abbondantemente pre-latine, sempre legati a corsi d’acqua, sui quali gli studiosi da secoli s’accapigliano per chiarire se debbano riferirsi al Fiastra, al Chienti o addirittura al Potenza e all’Asola.
Chissà, magari è proprio perché quell’antica parola, vagante per secoli sulla bocca, nelle valli e sulle carte della nostra terra, potrebbe essere un lacerto del termine col quale i Piceni indicavano i fiumi.

Il paesaggio agricolo dell’area dove sorge il piccolo borgo di Vallato attualmente è composto da pochi campi e molta superficie boschiva in mezzo alla quale, salendo verso occidente, c’è il Santuario di San Liberato, dedicato all’eremita francescano Liberato da Loro, vissuto del Duecento, il cui culto ebbe massimo fulgore nel XVII secolo. Su di un picco a Nord-Ovest si può inoltre vedere ciò che rimane della particolarissima architettura dell’antica rocca di Colonnalta, edificata dai Brunforte nel XIII secolo.
Quando Giuseppe era ragazzo, il paesaggio era radicalmente diverso: molte delle alture coperte dalla macchia erano prati dove gli abitanti della zona mandavano le loro allegre torme di figli a pascolare le greggi di pecore, sopra al Santuario.
In quei tempi quella era zona di pastorizia, ma c’era anche un piccolo numero di coltivatori. A differenza di quanto accadeva più a valle, dove invece vigeva il sistema della mezzadria, questi erano quasi tutti proprietari del proprio fondo. Erano chiamati curtinà’, ossia cortinari, dal tardo latino “cortina” o “curtina”, piccola corte (“cors”, area agricola cinta da muri).
Dagli anni cinquanta in poi, lo spopolamento graduale dell’area e l’abbandono della pratica della pastorizia hanno fatto riacquistare al bosco il terreno perduto.
Insomma, quello di Vallato è un borgo la cui storia ricalca quella di tante altre frazioni dell’interno del Maceratese, una volta brulicanti di vita e oggi quasi disabitate.

Veduta tra Vallato e Rocca Colonnalta (San Ginesio MC)
Veduta tra Vallato e Rocca Colonnalta (San Ginesio MC)

Giuseppe Compagnucci di professione faceva il boscaiolo, o meglio lu macchjarólu, come dicono lassù. A quell’epoca li macchjaróli di Sarnano, Gualdo e San Ginesio erano molto famosi per la loro bravura.
Lavorava nei boschi della sua zona, ma spesso da giovane andò anche nella Maremma laziale e nell’Agro Pontino, il cui entroterra era in passato ricco di alberi.
E me ne vòjo ji’ su la Maremma / per fa’ contenta la regàzza mia, / per compagnia me porterò ‘na stella: / quella me ‘nsegnarà la pròpia via”, recita uno degli stornelli della tradizione.
Giuseppe è stato uno degli ultimi ad aver vissuto uno dei più antichi eventi sociali dell’Italia centrale: il fenomeno di emigrazione stagionale di salariati agricoli dalle Marche e dagli Abruzzi al Lazio.
Questo, testimoniato fin dalla seconda metà del Cinquecento, perdurò ininterrotto fino agli anni Settanta dell’Ottocento. In seguito andò gradatamente scemando fino a scomparire del tutto nel periodo tra le due guerre mondiali, travolto dal “secolo della grande migrazione”, il grande esodo verso le Americhe che nelle nostre campagne veniva chiamato “lu passàgghju”, dal quale tanti dei nostri connazionali non tornarono più.

Andare nell’Agro Romano, all’epoca di Giuseppe, era già relativamente facile.
C’era, come per chi l’aveva preceduto, un caporà’ per ogni zona, che organizzava gruppi di una ventina di persone e a capo di ognuno metteva un capuralìttu. Poi c’era chi, con la cacciatóra (carro agricolo, più semplice dell’elaborato viròcciu), faceva il giro delle frazioni e caricava li macchjaróli fino a San Ginesio.
Da lì si prendeva la corriera per Tolentino, la cui stazione è stata fino alla seconda guerra mondiale una delle più importanti della zona, e il viaggio proseguiva in treno.
Quelli prima di lui invece andavano a piedi e spesso chi poteva si portava dietro la pistola per difendersi dai briganti. Il loro tragitto passava per Fiastra, Appennino e Visso e da lì raggiungeva Cerreto e poi Spoleto, da dove proseguiva per Terni e Narni, Otricoli, Rignano, arrivando alla capitale.
Per ciò che riguarda il viaggio per Roma non sono stati tramandati, relativamente alle nostre aree, canti particolari. L’osimano Antonio Gianandrea (1842-1898), uno dei primi folcloristi marchigiani, raccolse invece -se pur incompleto- il canto “La strada di Roma”, che illustra l’itinerario che dalla capitale passa a Spoleto, va a Fabriano e raggiunge Senigallia. Egli ricorda inoltre che la strada per la capitale è chiamata dal popolo “Via Lattea”. Chissà, forse a causa della politica ultradecennale dello Stato Pontificio a favore della trasformazione dell’Agro romano in pascolo.
Il bagaglio da portare sulla strada per Roma era essenziale: l’accetta da tàju, quella per squatrà’ e l’ombréllu legati assieme, la smallétta con qualche indumento e lenzuola di prima necessità e infine, chiuso bene a chiave, lu comò. Era questo una cassetta contenente gli oggetti personali che sarebbero serviti nella lunga permanenza fuori di casa.
Arrivati a Roma, i caporali destinavano le squadre nelle varie aree dell’entroterra laziale, avendo cura di mandare prima qualche accetta a costruire le capanne, che sarebbero state l’alloggio delle squadre per tutta la stagione.
I lavoranti erano divisi in accette, gente oramai esperta nell’arte del taglio del bosco, e garzù’, addetti ai lavori più umili.

Vallato (San Ginesio MC)
Vallato (San Ginesio MC)

Giuseppe era, in un certo senso, più fortunato di tanti altri emigranti stagionali che, come lui, dalla Marca scendevano verso il Lazio: di sicuro andava a lavorare in aree relativamente più salubri di quelle che toccavano ai carbonai addetti alla preparazione della calce e ai guitti, i contadini addetti alla mietitura, che operavano in luoghi dove era facilissimo ammalarsi di malaria, la temibile “febbre maremmana”, specialmente se non c’era la possibilità economica di bere il vino.
Parliamo del vino con noci, miele o papavero -che, come la medicina tradizionale dell’epoca aveva intuito, un poco attenuava gli effetti del morbo- oppure del vino con la corteccia di china -il vino chinato conosciuto dalla medicina fin dal secolo XVII- per chi aveva la fortuna di incappare in un medico vero e proprio.
Di tutto ciò rimane testimonianza nello stornello tradizionale, ancora diffuso tra i cantori marchigiani più anziani, che recita: “Non me guardate se sò’ malridotto: / sò’ stato a la Maremma a lavorare: / l’àgghjio magnato de lo pane asciutto, / l’acqua del fontanó’ m’ha fatto male”.
Le accette, la domenica, quando potevano si radevano e si mettevano i vestiti buoni per andare in città. Era l’occasione per prendersi un giorno di libertà ma, spesso, di andare all’Ospedale Fatebenefratelli a fare scorta di “Vermolina” da poter portare a casa. Questa era una medicina portentosa per combattere i parassiti intestinali, li vérmi in dialetto, che in quell’epoca erano una diffusa patologia, dovuta alla misera dieta, che faceva soffrire moltissimo i bambini.

Non tutti i nostri vecchi partivano assoldati da una struttura di caporalato, che ovviamente era gestita dai grandi proprietari terrieri del Lazio. Altri, ed erano tanti, si organizzavano per conto proprio.
A Roma questi andavano a Campo de’ Fiori o a Piazza Farnese, ma in special modo a Piazza Montanara, a fianco dell’antico teatro di Marcello, scomparsa negli anni trenta nell’ambito della grande, discutibile rivoluzione urbanistica che coinvolse la città in quell’epoca.
Là si radunavano assieme a tanti altri come loro, la domenica mattina, nella speranza di essere presi a giornata da mercanti di campagna o da padroni di vigne e terreni. Bisognava arrivare molto presto, e se ci si attardava tra le botteghe e gli ambulanti, magari per comprare l’ambita pipa de còccio o per ascoltare cantastorie o burattinari, poteva finire che si perdeva l’occasione di lavoro, tanta era la povera gente che là s’ammassava per cercarne.

A titolo di curiosità voglio qui ricordare che fino all’inizio del novecento è documentata la presenza a Roma -prima a Piazza Montanara e Campo de’ Fiori e in seguito a Piazzetta Tor de’ Specchi- di scrivani pubblici, esclusivamente marchigiani e umbri.
Questi, in quell’epoca di analfabetismo dilagante, leggevano e scrivevano lettere per i poveri contadini ed era molto diffusa l’abitudine di comporle in forma poetica, utilizzando le stesse popolari quartine di endecasillabi degli stornelli.
Qualcuna di queste lettere è stata raccolta dal folclorista fermano Luigi Mannocchi (1855-1936) e personalmente credo che frammenti di queste, una volta giunte a destinazione, siano stati cantati per poi, nel tempo, diffondersi di bocca in bocca, confluendo nell’enorme corpus di stornelli della tradizione popolare marchigiana: “Bellina mia, ‘na lettera te scrivo, / dal gran dolore me trema la mano. / Te fo sapé’ che malamènde vivo / trovandome da te molto lontano.”
Sul rapporto tra la poesia e il popolo marchigiano, in specie di coloro che vivevano tra i monti, molto ancora sarebbe da aggiungere, ma mi riservo di farlo in futuro.
Per tornare a noi, ulteriori dettagli sull’ambiente e la vita de li macchjaróli potrete leggerli nella ricerca fatta dalla Scuola Media Leopardi di Sarnano durante l’anno scolastico 1984-85, pubblicata nella collana “I quaderni di Identità sibillina” col titolo “C’era una volta li macchiaróli”, che è scaricabile gratuitamente da qui.

Panorama a Nord-Est da Rocca Colonnalta (San Ginesio MC)
Panorama a Nord-Est da Rocca Colonnalta (San Ginesio MC)

Ma torniamo a Vallato.
Là Giuseppe ebbe figli e nipoti ed è alle nipoti che qualche volta narrava, un po’ per meravigliarle e un po’ per insegnare loro la Natura, le storie che aveva vissuto e ascoltato in gioventù.
La sua nipote più giovane, Claudia Amici, ricorda che già da piccolina il nonno la portava a spasso pé’ la màcchja e le insegnava i versi degli animali.
Quando dall’intrico degli alberi si sentivano rumori indecifrabili, nonno Giuseppe le diceva che quegli scricchiolii, tonfi e schiocchi provengono dagli alberi: è una cosa che succede specialmente durante lo svernamento, sono gli alberi che parlano tra loro. Lo sapevano tutti, era nozione condivisa: che nó’ lo sai? L’alberi parla!
Questo sapevano gli Indiani Stoney-Nakoda e gli abitanti di Vallato di San Ginesio, così come tutti coloro che vivevano ai piedi del nostro Appennino.
A questo punto sarebbe facile assecondare le mode e buttarla sullo spirituale, tirando in ballo le forze invisibili della natura, il misticismo e altre sciocchezze metafisiche che sono andate via via proliferando da quando l’uomo moderno è tornato a cercare le radici, misurando le cose senza avere il metro e spesso prendendo le allegorie degli antichi per realtà.
Sì, è vero che la scienza sta facendo passi da gigante nello studio dei vegetali. Oggi sappiamo che negli apici radicali ci sono cellule che si comportano in modo molto simile ai tessuti neurali animali e c’è addirittura una nuova disciplina, la neurobiologia vegetale, che si occupa di questo.
Ma i suoni degli alberi che parlano alla Nazione Indiana e agli abitanti dell’Appennino sono solo i rumori prodotti da un organismo vivente che cresce e che assesta le sue fibre dopo la stagione invernale; suoni dai quali, fin da epoche remotissime, chi ci ha preceduto ha tratto figure retoriche, simboli e metafore che sono insegnamenti per le generazioni future a trattare la Natura per quello che è: un essere vivente con il quale si convive e che ci permette di vivere, che va trattata con rispetto.
Una nozione sicuramente più antica e lungimirante di quella che la nostra civiltà sembra aver assorbito dallo scontro travolgente con una cultura venuta dall’Oriente dove, diversamente, il rapporto con la Natura circostante è ben chiaro proprio nelle prime righe dei suoi Libri, dove il Dio creatore invita l’uomo a riempire la terra, soggiogarla e dominare ogni cosa che lì vive sopra (Genesi 1, 28).

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