Ràdeche – puntata 09: Intervista con Rosauro Scarafoni, apicoltore

di Carlo Natali.

Nell’epistolario di Napoleone Bonaparte c’è una lettera che egli scrisse dal suo quartier generale a Macerata al Direttorio datata 15 febbraio 1797, quattro giorni prima del famoso trattato di Tolentino. Nella missiva, dove si preannunciano le condizioni che verranno imposte a papa Pio VI di lì a poco, tra aggiornamenti militari e politici che poco o nulla concedono ad altro c’è un breve passaggio che recita testualmente: “La province de Macerata, connue plus communément sous le nom de Marche d’Ancône, est une des plus belles, et sans contredit la plus riche des États du Pape”.
Restando, per così dire, sempre in ambito di militari che si soffermano ad ammirare il paesaggio, in un trattato datato 1859 intitolato “Studi topografici e strategici su l’Italia”, opera dei patrioti risorgimentali Luigi e Carlo Mezzacapo, a un certo punto ho trovato una passaggio molto interessante: “La valle del Chienti […] è da annoverare tra le più fertili d’Italia”.
Queste ed altre parole mi sono tornate in mente quando, qualche mese addietro, sono andato a Casette Verdini di Pollenza, al mercato di Campagna Amica, che è una iniziativa interessante di alcuni agricoltori della nostra zona.
Qui ho incontrato con il signor Rosauro Scarafoni, apicoltore di Macerata, persona solida e gentile, col quale mi sono fermato a chiacchierare un po’.


D.:
Signor Rosauro, cos’è questo posto e di cosa si tratta?
R.: Questo è un punto vendita, qui siamo una decina di produttori di pasta, olio, vino cotto, pane, frutta e verdura, legumi, carne ed insaccati, formaggi, marmellate, vino di visciole e miele.

D.: Tutti del territorio?
R.: Sì. Tutti i produttori vengono da Macerata, Camerino, Cingoli, Civitanova Marche, Loro Piceno, Pievetorina e Ortezzano di Fermo, grossomodo un’area compresa tra la vallata del Potenza e quella dell’Aso.

D.: Come è nato questo progetto?
R.: Il progetto nasce dalla Fondazione Campagna Amica.
Campagna Amica è una iniziativa che esiste dal 2008, promossa da Coldiretti, con lo spirito di realizzare nel territorio attività ed iniziative che esprimano con pienezza e dignità il valore dell’agricoltura italiana, della qualità dei consumi e degli stili di vita, attraverso la vendita diretta, l’ecosostenibilità e il turismo. Tra i suoi obiettivi c’è anche l’organizzazione e la promozione dei punti di eccellenza della filiera agricola italiana dal produttore al consumatore, a chilometro zero.
Da un po’ di tempo noi di Coldiretti dell’area maceratese teniamo, due domeniche al mese, un mercato a Civitanova Marche: ora abbiamo avuto l’idea di espanderlo, per fare in modo che sia aperto per tutta la settimana e poter avere la possibilità di proporre ai consumatori del territorio i prodotti del proprio territorio. Ecco come nasce questo punto vendita.
Questo luogo nasce come una scommessa, è ancora piccolo, ha cinque mesi [N.d.R.: l’intervista è stata raccolta nel novembre scorso].
Arriveranno in futuro altri produttori e l’idea è quella di far crescere questo nostro piccolo bambino come i suoi fratelli di Pesaro, Fermo ed Ascoli Piceno.
Quando parliamo di proporre ai consumatori del territorio i prodotti del proprio territorio, intendiamo un discorso ben preciso. Gli ortaggi, per fare un esempio e per esser chiari, sono ortaggi freschi e -cosa fondamentale- di stagione: qui non troverà mai le ciliegie a dicembre e a gennaio, che costano uno sproposito proprio perché prodotte in altri paesi e conservati dall’industria in ambienti controllati artificialmente. Per fare un altro esempio di quanto qui conti la produzione che segue il ritmo naturale delle stagioni, io -che faccio l’apicoltore- quando ho finito il prodotto, l’ho finito e basta, perché la raccolta del miele è determinata dalle stagioni. Lo stesso si può dire delle marmellate e di altri prodotti.
Noi, qui, come produttori ci mettiamo la faccia, come volgarmente si usa dire. Questo non è un prodotto anonimo che viene da un fornitore sconosciuto che passa attraverso una filiera lunghissima, altrettanto anonima: siamo noi in prima persona che lavoriamo e ci impegniamo nella nostra attività.
Un qualsiasi grande supermercato, al di là della varietà e quantità di offerta spropositata che ha, è un qualcosa di spersonalizzante: qui invece siamo noi in prima persona a vendere il nostro prodotto, senza intermediari, parlando della cultura dell’alimentazione con le persone, raccontando com’è fatto il prodotto, come viene lavorato, consigliando come è meglio usarlo, scambiandoci idee.
Questa, ne siamo convinti, è la direzione da prendere, quella verso la quale stiamo gradatamente crescendo e recuperando consapevolezza, come agricoltori, produttori e consumatori.

D.: Come ha visto mutare il rapporto col territorio durante questa esperienza?
R.: All’inizio vedevamo il progetto come qualcosa di squisitamente commerciale, ma gradatamente ci siamo resi conto che quello che volevamo davvero era trasmettere la cultura del nostro fare al territorio in cui viviamo.
È chiaro che le cose non possono cambiare in quattro e quattr’otto: tutto ciò ha bisogno di tempo, l’idea di riappropriarci di ciò che ci appartiene sta maturando ma deve svilupparsi ancora.
Tanti, andando al supermercato, facevano e fanno ancora così: prendono il prodotto che serve loro senza stare a guardare l’etichetta, e della produzione locale va a finire che ne prendono poco o niente, dato che queste grandi strutture fanno parte di reti di distribuzione nazionali -quando non addirittura internazionali- che per la produzione locale hanno poco interesse.
Questo, a lungo andare, ha fatto perdere la coscienza di quello che il territorio produce, della sua ricchezza.
Faccio un esempio: a Pievetorina c’è Angeli, una azienda di cereali e formaggi, che produce anche zafferano. Di solito, nella nostra immaginazione, quando diciamo zafferano pensiamo a L’Aquila, al piano di Navelli, mentre invece questa è una coltivazione che fin da epoca remota è stata effettuata anche nei nostri territori, da Pievetorina ad Amandola, dove veniva coltivato per arrotondare gli introiti del contadino che guadagnava assai poco.
Poi c’è la polenta, che oggi facciamo con diversi tipi di granturco, mentre la vera polenta si faceva con il granturco a otto file, nostrano, una eccellenza: nel nostro mercato viene prodotto dall’azienda Bernabei di Loro Piceno.
Le faccio ancora un altro esempio: l’azienda Muccichini sta ad Ortezzano di Fermo e produce marmellate esclusivamente con la propria frutta, a parte un paio di eccezioni come l’arancio. Questa non è zona da coltivazione d’aranci, per cui loro li prendono da colleghi di altre regioni attraverso Campagna Amica, che offre la possibilità di collegamento tra produttori che aderiscono a questa iniziativa al fine di creare una catena di prodotti che non passano attraverso filiere lunghissime, ma da chi li ha prodotti passano direttamente a noi e al consumatore.
I produttori che lei può incontrare qui amano il loro lavoro, perché questo lavoro non si può fare senza amarlo. Se non ami la natura, non puoi farlo. È molto più facile andare in fabbrica, quella fabbrica che ha spopolato le nostre campagne a partire dagli anni sessanta. È facile perché là c’è chi ti guida. Qui, nella campagna, devi guidarti da solo. Pianti l’insalata, semini il grano e devi comunque stare lì, a seguire ciò che hai fatto nascere, come un bambino che pian piano cresce e diventa grande, seguendo i ritmi che la natura da sempre ha imposto. E come un padre teme per il bambino, anche nel nostro mondo il timore dell’incerto è forte. Ad esempio questa è stata una annata molto difficile per il fieno, il grano, il mais, le olive, il miele, gli ortaggi e la verdura.

D.: Come vede il rapporto tra i giovani e l’agricoltura?
R.: Una cosa che, a mio parere personale, è fondamentale -e lo è anche nel mio mondo- è la curiosità e l’entusiasmo.
Sperimentare, provare e riprovare, mettersi in discussione sono cose fondamentali. Nel momento in cui si manca di questo, si cede. È qui il futuro dell’agricoltura.
Il riavvicinarsi alla terra da parte dei giovani è importante: quando non ci saremo più noi, chi ci andrà? La gente ha bisogno di mangiare tutti i giorni, da qui non si sfugge.
Alcuni giovani sono intimoriti da questo lavoro, dai ritmi diversi da quelli del classico calendario, ritmi dettati dalle stagioni, dove quando c’è da lavorare non esistono domeniche, e di questo mi dispiaccio tantissimo.
La riscoperta della terra, le dicevo prima, passa attraverso la consapevolezza, che non si ottiene senza curiosità, entusiasmo e duro lavoro.
Questi ragazzi, sì, ce ne sono che stanno pian piano ritornando alla terra; ci son delle idee fantastiche, e sono tutte di giovani, che stanno inventando o reinventando novità di continuo, scrupolosi e rispettosi della terra che hanno sotto i piedi.

D.: Sì. A proposito di reintroduzioni di antiche colture ho visto che in certe zone tra Umbria e Marche stanno reintroducendo il moco, e molto stanno crescendo i produttori di cicerchia.
R.: Il moco, la cicerchia, i fagioli piccoli di una volta, troppe cose dovremmo citare!
Noi abbiamo perso tanta di quella varietà di prodotti che non è possibile immaginare, ma non per volontà nostra. È perché la società ci ha portato all’industrializzazione di ogni cosa -inevitabile e giusto, se si pensa all’incremento della popolazione- e quindi le cose che non producevano abbastanza reddito sono state deliberatamente abbandonate, impoverendo paurosamente la tipica biodiversità mediterranea.
Un fatto eclatante è il vino cotto. È una tradizione di questa nostra parte delle Marche che si perde nella notte dei tempi e che nasce da una esigenza pratica; i contadini, anticamente, facevano il vino con gli scarti dell’uva, dato che il meglio andava al padrone del terreno, e così svilupparono questa tecnica che passa attraverso una lunga cottura. Man mano è diventata una vera e propria cultura e si è sempre più affinata, tanto più che il cuocere il mosto era necessità primaria per la conservazione del vino.
Il vino cotto ci ha messo decenni a essere riconosciuto come specialità e non mistificazione: perché? Perché è sempre stata una storia piccola che, come le dicevo prima, non rende, e che quindi sarebbe affossata nell’oblio, se non fosse stato per quelli che ostinatamente, a casa propria, hanno mantenuto viva questa cultura. La grande multinazionale non può mettersi a fare il vino cotto: per trarne profitto dovrebbe produrne cinquantamila quintali: e chi glie lo dà? La Cina?

D.: Lei, personalmente, come lo vede il futuro?
R.: Io sono abbastanza ottimista. Ma dovremmo smettere di piangerci addosso, perché quello è veramente micidiale. Ne ho viste parecchie nella vita, ho vissuto l’esperienza del sessantotto e ricordo bene che in quegli anni ci rimboccavamo le maniche. Certo che c’è un certo lassismo, in gran parte dovuto ai politici.
Ma continuo a vedere la bottiglia mezza piena, magari di vino cotto, rimanendo in ambito marchigiano. I vecchi avevano questo proverbio: bisogna spulà’ quànno tira lu véntu, ossia bisogna setacciare il grano quando tira vento, perché così la pula, tutto quel materiale finissimo che altrimenti andrebbe ovunque, verrà portata via meglio. Ecco, io credo che adesso è il momento per spulà’.
Penso che dovremmo cominciare di nuovo a pensare all’Italia e a noi stessi, tornare a pensare che siamo capaci. Non voglio essere retorico, ma siamo andati a milioni di chilometri nello spazio con la sonda Rosetta, che ha più del trenta per cento di tecnologia italiana.
Un po’ d’orgoglio ci vuole: bando all’indifferenza e all’individualismo.
È vero, viviamo un momento storico di disagio economico, ma è vero anche che molti danno una mano affinché questo disagio non passi, gran parte del mondo della politica e dell’informazione per primi. Mio nonno, che ha vissuto quasi cent’anni, diceva sempre che il cavallo ha la frusta che si merita.

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Carlo Natali

About Carlo Natali

Mi chiamo Carlo Natali e faccio parte del laboratorio di musica e poesia l'Orastrana, attivo nell'area del maceratese sin dal 1993. Nell'Orastrana, insieme a Mauro Rocchi, Claudio Rocchi e Thomas Graber, realizzo readings musicali dove uniamo la ricerca sui testi della tradizione della Marca centrale a un contesto musicale contemporaneo. Collaboro con lo storico gruppo delle tradizioni popolari maceratesi Pitrió' mmia, del quale gestisco insieme a mia moglie Katuscia la pagina web e coi quali portiamo avanti il progetto "Cóse de 'na 'òta" (cose di una volta, in dialetto maceratese), una serie di video-dialoghi su tradizioni e storie nella campagna maceratese che potete trovare interamente in rete, Faccio anche ricerca nel territorio, a modo mio e in maniera del tutto indipendente.