Street art: da atto vandalico ad espressione artistica (quasi) riconosciuta

ViaLibera ospita un articolo in due puntate sulla street art, della nuova validissima collaboratrice Valentina Cecchetti, cui diamo il benvenuto su queste pagine. 

 

Sempre più frequentemente si sente parlare di graffiti, murales, tags, stencil o installazioni, tutte forme di espressione, più o meno, artistica che si possono riassumere col termine ormai inflazionato di “Street Art”: uno stile non ancora riconosciuto a pieno titolo e snobbato dai grandi critici d’arte; uno stile in continua evoluzione che si sta velocemente affermando sul mercato delle case d’asta e che sta raccogliendo il favore del pubblico, soprattutto quello dei non “addetti ai lavori”. Una forma artistica sempre ad un passo dall’illegalità, tanto che spesso i suoi protagonisti si celano dietro a pseudonimi e sono schedati dalle forze dell’ordine.

Il crescente interesse per questa forma artistica è nato anche grazie agli ultimi contest urbani organizzati per strappare dal degrado le periferie delle città; si tratta, quindi, di progetti  ideati per il recupero urbano, avendo come fine non solo quello di ornamento estetico, ma anche quello di portare l’arte nella vita quotidiana delle persone, di scendere finalmente dal cavalletto e farsi viva. L’ultimo degli interventi urbani più pubblicizzati dai media è stato il progetto “Big City Life”che ha trasformato la borgata romana di Tor Marancia in un museo  di arte contemporanea a cielo aperto, ma senza arrivare fino a Roma, possiamo trovare degli straordinari esempi di Arte Urbana anche nelle nostre città, solo per citarne alcuni: sul molo di Civitanova Marche, grazie al progetto “Vedo a colori”, in zona Fontescodella, sotto ai Giardini Diaz, a Macerata o ad Ancona, per merito del festival di avanguardia internazionale “POP UP! Arte Contemporanea nello Spazio Urbano”.

Ma cerchiamo di fare un po’ di ordine e chiarezza e proviamo, seppur brevemente, a tracciare un filo logico e cronologico sulla storia della pittura murale, che ci conduca dalla preistoria fino ai nostri giorni. L’origine della pittura murale si perde nella notte dei tempi, quando ancora non era stata inventata la scrittura e dipingere figure animali e scene di caccia veniva forse considerato un rito propiziatorio: le famose grotte spagnole di Altamira e quelle francesi di Lascaux sono l’esempio più noto di pitture rupestri risalenti al Paleolitico.

Saltando qualche millennio, senza soffermarci per ovvie ragioni sulle pitture murali delle civiltà egizia, assira, greca e romana (nonostante siano capitoli basilari nella storia dell’arte), arriviamo agli affreschi medievali che diventarono una sorta di Biblia pauperum. Infatti, proprio grazie a capolavori artistici, come ad esempio il ciclo di affreschi della Basilica d’Assisi, anche i più poveri ed analfabeti potevano venire a conoscenza della Buona Novella che indicava la via della salvezza.  Così, grande successo ebbe in questo periodo l’affresco, anche per mezzo del perfezionamento delle tecniche artiche; venivano, inoltre, utilizzati alcuni espedienti tecnici per accentuare l’effetto scenografico e tridimensionale (piccole lamine metalliche, vetri colorati, aureole dei santi aggettanti in stucco ecc.) che rimandano direttamente alla moderna Street Art.

Fin qui si è accennato brevemente alle sue origini storiche, ma per parlare di Street Art oggi bisogna conoscere e comprendere il muralismo internazionale del primo dopoguerra: di fondamentale importanza il muralismo messicano postrivoluzionario e quello italiano fascista; due paesi geograficamente e politicamente opposti, che condividevano «l’idea che l’opera d’arte murale dovesse essere vissuta dal popolo come patrimonio e valore collettivo, attuata pertanto con finalità educative quanto propagandistiche» (D. Dogheria).

All’inizio del Novecento il Messico si avviò verso una lenta evoluzione, destinata a trasformarlo da paese agricolo a moderno Stato industrializzato. Tra gli anni Dieci e Venti questo delicato processo venne accompagnato da continue sommosse, a capo delle quali personalità destinate a divenire leggendarie, come Pancho Villa e Emiliano Zapata, guidarono le ribellioni popolari. Nel Messico post-rivoluzionario si assistette all’ascesa della classe borghese, il cui governo fece propria la riscoperta delle tradizioni e della storia precolombiane portate alla ribalta dalle masse rivoluzionarie, facendone il nucleo fondamentale per la costruzione di un’identità nazionale messicana.

Il 1921 può essere considerato l’anno di nascita del movimento muralista (quando venne commissionata dal Ministro della Pubblica Istruzione la decorazione della Scuola Nazionale Preparatoria di città del Messico) e gli artisti protagonisti di questa stagione furono José Clemente Orozco, Diego Rivera (marito di Frida Kahlo) e David Alfaro Siqueiros;  tre personalità molto diverse tra loro per indole e carattere, che credevano però in quest’arte collettiva e riponevano la loro fiducia in un’arte che potesse essere goduta da larghi strati della società, che fosse posizionata in luoghi pubblici e costituisse contemporaneamente l’espressione della tradizione autoctona precolombiana e dell’esperienza rivoluzionaria messicana. Negli anni Trenta i tre artisti vennero chiamati negli Stati Uniti dove esportarono il fenomeno del muralismo.

Quasi contemporaneamente, dall’altra parte del mondo, anche in Italia il muralismo stava diventando un movimento importante. All’inizio degli anni Trenta il regime dittatoriale e totalitario di Mussolini si era ormai stabilizzato e l’attenzione del fascismo nei confronti delle arti rispose a una generale politica del consenso. Questo atteggiamento di non ingerenza, almeno apparente, permise a Mussolini di conquistare gli intellettuali.

A questo punto è d’obbligo introdurre la figura di Mario Sironi, artista proveniente dalle file di Novecento, un movimento in linea con la generale tendenza europea del ritorno all’ordine. Attraverso una rilettura dell’elaborazione artistica del passato, Sironi ripropose le antiche tecniche tradizionali come l’affresco e la pittura murale, proposte nell’ottica di trasformare la pratica artistica individuale e “borghese” in attività “politica”, nel senso ideologico ed etimologico del termine, pensata per la collettività, per i suoi ideali e i suoi valori; si impegnò proficuamente in progetti collegati all’architettura. In realtà l’Italia, da Giotto fino a Sironi, aveva goduto sempre di una forte tradizione della pittura murale monumentale e la pratica di decorare grandi ambienti a destinazione pubblica (teatri, municipi e sedi di rappresentanza) non era mai venuta meno, fino a tutto l’Ottocento e i primi anni del Novecento; soprattutto, con la nascita del nuovo Stato, a partire dal 1860,  l’Italia si trovava nella necessità di autocelebrarsi.

Nel 1933 si svolse a Milano la V Triennale e una sezione della mostra era curata da Sironi: si potrebbe affermare che la pittura murale si impose definitivamente da questo momento. All’evento fece seguito l’esplicito manifesto muralista, nel quale erano riportati tutti i caratteri del nuovo stile: destinazione collettiva e funzione educatrice dell’arte portatrice di valori, simboli e idee di carattere sociale, uno stile fascista che fosse contemporaneamente arcaico-classico e moderno, ecc.

Per il momento concediamoci una pausa e fermiamoci alle porte della Seconda Guerra Mondiale, nel prossimo articolo, invece, affronteremo il tema più contemporaneo e attuale della Street Art.

 

di Valentina Cecchetti

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