Gioventù di piombo: una fotografia maceratese delle BR

Anche questa settimana, ViaLibera dà il benvenuto ad altro validissimo collaboratore che ha deciso di incrociare la sua strada con la nostra, Fabio Pasqualin e che da oggi arricchirà ulteriormente il nostro magazine… benvenuto!

Perché negli anni settanta centinaia di ragazzi scelsero la lotta armata? Quale è stata l’immagine che volevano trasmettere all’esterno? Quali nemici credevano di combattere? Quale è stato il loro rapporto con la violenza e la morte? Queste sono le domande a cui cerca di rispondere Omar Colombo, neolaureato in Storia all’Università di Macerata.  Infatti, Gioventù di piombo, la sua prima monografia, analizza il fenomeno terroristico dell’Italia degli anni ’70, attraverso l’immagine che i militanti delle Brigate Rosse, la più nota formazione armata della sinistra rivoluzionaria italiana, volevano dare di sé. Ne abbiamo fatto due chiacchiere con l’autore, reduce dalla presentazione del proprio lavoro al Salone del libro di Torino.

Omar da dove nasce l’idea per questo lavoro? Perché hai deciso di analizzare i movimenti terroristici degli anni settanta?

Questa ricerca nasce dagli affascinanti corsi universitari del prof. Angelo Ventrone, dell’Università di Macerata. Ventrone mi ha guidato alla scoperta degli anni Settanta, attraverso i testi di Calvino, Marcuse, Fanon, Packard e di molti altri filosofi e pensatori, che, per i ragazzi di quegli anni, si rivelarono di fondamentale importanza. L’idea di studiare l’autorappresentazione persegue un obiettivo ben preciso: ricostruire un contesto storico in cui i protagonisti di quegli anni possano riconoscersi. Alla base vi è quindi un rifiuto nei confronti degli approcci dietrologici e complottisti, sempre più utilizzati, invece, da giornalisti, ex magistrati e parlamentari, che studiano il fenomeno del terrorismo italiano.

Nel tuo libro sottolinei come la prima immagine delle BR fosse diversa agli occhi dell’opinione pubblica rispetto a quella di terroristi sanguinari che abbiamo ora, vuoi spiegare come è avvenuto questo passaggio?

Devo dire che la divisione in due fasi della storia delle BR “storiche”, vale a dire quelle che hanno operato dal 1970 al 1978, è molto dibattuta. Tuttavia, analizzando i documenti e le azioni, sono convinto che a partire dall’estate del ’74 vi sia un salto di qualità notevole. I brigatisti rivendicano per la prima volta un omicidio e, a partire da allora, iniziano a perdere di vista quelle masse proletarie che dicevano di rappresentare. I brigatisti nascono all’interno della realtà operaia, ma finiscono per staccarsi dalla stessa, colpendo degli obiettivi troppo distanti dalla classe operaia e organizzando delle azioni efferate che difficilmente gli operai avrebbero potuto comprendere. Nella sterzata militarista, a mio modo di vedere, ha giocato un ruolo importante lo sfaldamento del nucleo storico delle Brigate Rosse. Scegliendo di vivere in clandestinità e di praticare un livello di violenza sempre più elevato, i brigatisti hanno acquisito dei tratti marcatamente elitari, illudendosi che le masse proletarie li avrebbero seguiti.

Infatti metti in luce come, prima della lotta armata e la clandestinità, le BR operassero nelle grandi fabbriche del nord Italia a contatto con gli operai, vantando una discreta popolarità in questi ambienti. Vuoi spiegare qual è stato l’atteggiamento delle prime BR e se questo ha contribuito a far loro guadagnare la fiducia di diversi giovani militanti?

Sì, le Brigate Rosse nascono come “gruppo aperto” e, per lo meno inizialmente, operarono all’interno delle fabbriche. I brigatisti iniziarono così a colpire degli obiettivi che erano riconosciuti dalla stessa classe operaia. Una delle figure che emerge dai documenti della cosiddetta “prima fase” è quella del brigatista come moderno Robin Hood, intenzionato a muoversi su un piano non soltanto militare, ma anche politico. Credo che questa immagine, così come altre delineate nel libro, abbia esercitato un certo fascino sui ragazzi di quegli anni.

Gran parte del saggio è incentrato sulla rappresentazione che le BR davano di loro stessi, ma come venivano rappresentate invece le loro  vittime?

La rappresentazione del nemico nella mentalità brigatista è un aspetto che viene analizzato sia nella prima fase, che nella seconda, dopo il 1974. Quello che è emerso è una vera e propria brutalizzazione della vittima, che, nei documenti brigatisti, perde le sue qualità umane, per diventare un semplice bersaglio, un simbolo da colpire, un ingranaggio da spezzare.

Leggendo il libro ho notato come l’ideologo delle BR, Renato Curcio, sia stato arrestato relativamente presto, durante una fase in cui l’organizzazione godeva di una certa popolarità grazie alla linea data dallo stesso Curcio al gruppo. Al contrario Moretti, il sostenitore dell’ala militarista, quindi personaggio più pericoloso per la sicurezza del Paese, viene arrestato solo nel 1981. E’ solo un caso secondo te?

Fa sicuramente parte di quei misteri, di quei lati oscuri, che caratterizzano la storia degli anni Settanta in Italia. Per rispondere alla domanda, bisognerebbe scadere nel complottismo e questo andrebbe sicuramente a cozzare con il tipo di studio che ho proposto. Una cosa però ci tengo a dirla. L’errore che si deve evitare è quello di pensare che siano esistite due Brigate Rosse, quelle “buone” di Curcio e quelle “cattive” di Moretti. Non dobbiamo infatti dimenticarci che molti dei militanti finiti in carcere nel ’74 sosterranno poi il Partito Guerriglia di Senzani, che si macchiò di crimini efferati, come l’omicidio di Roberto Peci; mentre altri militanti, tra cui lo stesso Moretti, proponevano la cosiddetta ritirata strategica. E’ altrettanto vero, però, che nel 1974 Curcio e Moretti si attestavano su posizioni diverse e quando Moretti assunse maggiore potere, le BR iniziarono a compiere rilevanti salti di qualità, soprattutto nelle loro azioni.

Per concludere hai già in mente quali saranno le tue prossime ricerche?

Al momento non ho ancora iniziato una nuova ricerca, ma in futuro Continuerò certamente a studiare gli anni Settanta. Vorrei concludere ringraziando l’Associazione di Storia Contemporanea, in particolar modo il suo Presidente, prof. Marco Severini, per avermi dato l’opportunità di pubblicare questa prima monografia.

 

 

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