Quale Europa?

L’Europa è ad un bivio.

La giornata del 5 luglio, con tutta probabilità, sarà ricordata nei libri di storia. Le settimane che stiamo vivendo potrebbero essere cruciali per il futuro del Vecchio Continente.

Le ragazze ed i ragazzi della mia generazione sono cresciuti avendo nell’Europa un riferimento quasi scontato. Siamo la generazione Erasmus, la prima che, grazie a questo progetto, ha potuto compiere una parte del percorso di studio all’estero. Molti di noi, probabilmente, si sentono cittadini europei, prima ancora che italiani, francesi, tedeschi o grechi.

Oggi, tuttavia, la narrazione dell’Europa unita è in crisi, piegata da una crisi economica alla quale la politica non ha saputo (o voluto) trovare le contromisure adeguate.

Se si provasse a fare un giro per un mercato cittadino, chiedendo quali parole si assocerebbero al termine “Europa”, le risposte andrebbero da “crisi” ad “austerità, passando per “pareggio di bilancio” fino ad arrivare a “Merkel” e “troika” (Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione Europea), per chiudere con un “no Euro”. Sono risposte lontane anni luce dal sogno europeo di Altiero Spinelli.

La politica ha accettato il pensiero unico dell’austerità, voluta dai popolari ed accettata acriticamente dai socialisti (o, almeno, da una larghissima parte). Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la crisi non è stata affatto superata, ed in molti paesi stanno acquistando sempre più consenso forze politiche che si battono, più o meno apertamente, per la fine dell’Europa.

L’Europa, dunque, deve cambiare per non morire. Oggi, la spinta più forte in questa direzione arriva dalla Grecia. Syriza aveva già vinto le elezioni dello scorso gennaio con un programma radicalmente alternativo al memorandum imposto dalla troika. Il referendum dello scorso 5 luglio ha ribadito il “no” del popolo greco all’austerità: la Grecia – per bocca di Alexis Tsipras – è stanca di essere la cavia di un esperimento che non ha assolutamente fornito gli esiti che il popolo greco si sarebbe atteso.

La Grecia – e questo è un aspetto da tenere bene a mente, per non fare la fine di un Beppe Grillo, di un Matteo Salvini, o di una Giorgia Meloni qualunque – si è opposta all’Europa dell’austerità e dell’alta finanza.

L’”oxi” del referendum del 5 luglio è, in realtà, un bel “nei” ad un’Europa solidale, ad un’Europa che metta al primo posto della sua agenda le persone ed i loro diritti inalienabili. È il grido di speranza di chi, nonostante tutto, continua a credere che un’altra Europa sia davvero possibile.

Tuttavia, è innegabile che l’esito delle trattative che Tsipras ha condotto con l’Eurogruppo abbia lasciato un po’ di amaro in bocca. Era lecito attendersi qualcosa di diverso? Probabilmente sì, ma la Grecia si è trovata a combattere, da sola, una battaglia enorme, ampiamente al di sopra delle sue forze e delle sue possibilità.

Insomma: la partita che sta giocando Alexis Tsipras è delicatissima, e rappresenta uno snodo cruciale per il futuro dell’Europa. Che, a mio avviso, continuerà a vivere solo se il vento greco inizierà a soffiare anche negli altri paesi dell’unione.

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