Street art: da atto vandalico ad espressione artistica (quasi) riconosciuta – Seconda parte

Dopo l’excursus storico della settimana passata, a mio modesto parere necessario, si andrà ora a ripercorrere la storia degli ultimi trenta/quarant’anni e si parlerà delle più contemporanee espressioni della pittura parietale con le sue originali forme di comunicazione, ritornando così al tema di partenza. Infatti, decorazioni murali continuarono ad esistere anche dopo il secondo dopoguerra, animate da contenuti politici e di protesta, ma anche con fini puramente estetici e ornamentali; forme d’arte che si manifestarono in luoghi pubblici, spesso illegalmente, e con le tecniche più disparate,spray, sticker art, stencil, proiezioni video, sculture ecc.

Un fenomeno estremamente attuale e controverso fu appunto il graffitismo che sorse spontaneamente, a partire dagli anni Settanta, nei quartieri disagiati di grandi metropoli come New York, dove i giovani usciti dai ghetti lasciarono le loro firme pseudonime, spesso abbinate ai numeri delle loro strade. Nacque così la tag, un marchio che invase la metropolitana e percorse l’intera città. Le bande dei quartieri rivaleggiavano tra loro, la polizia le represse e le voci di alcuni intellettuali si schierano dalla parte dei writers. Le tags presto assunsero dimensioni monumentali (trasformandosi in graph) prendendo a modello le fonti iconografiche più popolari, dalle immagini dei fumetti a quelle della pubblicità. Inizialmente circoscritto a vagoni del treno, stazioni della metro, muri abbandonati, pareti di palazzi fatiscenti, il fenomeno oggi invade indistintamente le strade delle città, senza distinguere tra supporti di pregio e non, oscillando dagli incerti e ripetuti grafismi di sapore vandalico, al vero prodotto d’arte legato a istanze di comunicazione sociale.  Il murale tradizionale, come opera d’arte pubblica eseguita su commissione, non di rado alternativa proprio al graffitismo senza controllo, è però oggi ancora vitale, come dimostrano alcune commissioni municipali.

                         

I due rappresentanti più noti della scena artistica americana degli anni Ottanta sono stati Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, nomi che sono entrati ufficialmente a far parte dei manuali di storia dell’arte. Il primo, dopo il periodo iniziale nei sobborghi di Manhattan e l’incontro con Warhol, abbandonò il muro per la tela, diventando “una star del mondo dell’arte”, entrando nel mercato artistico con quotazioni da capogiro; il secondo, abbandonò i sotterranei della metropolitana per trasferirsi nel circuito espositivo, divenendo un vero e proprio fenomeno commerciale inserendosi nel redditizio giro dei gadgets. A partire dai primi anni Ottanta, anche in Italia iniziò a diffondersi questo movimento, ma soprattutto si fecero strada i primi studi grazie a Francesca Alinovi, giovane ricercatrice e pioniera del genere,scomparsa prematuramente. Attualmente, numerosi sono gli italiani tra gli street artists più conosciuti sulla scena internazionale, i nomi più noti sono Blu e Ericailcane (che spesso si trovano a collaborare): Blu è stato consacrato  dal “The Guardian ” uno dei migliori dieci street artists del mondo per i suoi soggetti carichi di forte critica sociale secondo un’ottica antimilitaristica e anticapitalistica; Ericailcane è famoso per i suoi murales di grandiose dimensioni di tono drammatico, a tratti inquietante, dove più che l’uomo sono rappresentati animali o ibridazioni fra i due generi. L’artista che maggiormente fa parlare di sé a livello mondiale è l’inglese Bansky, merito anche di un’accorta operazione di marketing (se così possiamo definirla) che lascia la sua figura avvolta nel mistero, facendolo diventare un’entità mitica. I suoi stencil (tecnica che prevede l’uso di mascherine sagomate per replicare con velocità le immagini) sono carichi di forte realismo e significato politico-sociale antiautoritario e, nella maggior parte dei casi, sono in relazione con l’ambiente circostante: famosi i suoi murales sul muro che separa Israele dalla Palestina a simboleggiare l’idea dell’evasione. Bansky è, per il momento, l’unico street artist del quale è stata venduta una sua opera all’asta (Sotheby’s, 2008) per 1,2 milioni di euro. Altri suoi lavori e quelli dei suoi colleghi continuano ad essere venduti all’asta, ma per molto meno: probabilmente, nonostante sia molto mutata la percezione da parte dell’arte ufficiale, ancora non è del tutto superato il clima di snobismo verso questi graffitari. Allo stesso tempo, si potrebbe anche obiettare che l’ingresso nei circuiti d’arte riconosciuti porterebbe l’artista, indipendente da tutto e da tutti, a scendere a compromessi, snaturando l’origine stessa di questa forma d’arte spontanea, immediata e impulsiva per definizione.

I nomi di tutti gli street artists, nazionali ed internazionali, sono quasi impossibili da elencare e ce ne sono davvero molti che meriterebbero di essere trattati; tutti, però, hanno un sito personale dove riportano foto e commenti delle loro opere, così, per chi ne fosse interessato, è possibile tenersi aggiornato sui loro interventi in giro per il mondo.

              

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