Unimc: che fine ha fatto la Musica? – L’onesta proposta del professor Marcello La Matina – parte 1

Attraverso questa conversazione con il professor Marcello La Matina, si vuole esaltare l’importanza delle Arti nell’Università di Macerata, spesso materie sminuite nel sistema universitario odierno. Si parlerà dell’immenso valore culturale della città di Macerata e di come la vocazione fortemente artistica che la caratterizza debba potersi esprimere al livello concreto anche all’interno della nostra Università. Infine verrà descritta la neonata proposta del professor La Matina, docente di Forme simboliche presso la facoltà di Filosofia dell’ Unimc, di creare un Corso di Laurea Magistrale che concretizzi questa necessità di reinserire le Arti – quali la Musica – tra le materie di punta del nostro Ateneo..

Salve Professore. So che l’Università di Macerata aveva già avuto tra le proprie facoltà un vero e proprio indirizzo di studi nel settore della musica e dello spettacolo. Cosa è successo da allora?

Salve. Il Corso di cui parla nacque in un periodo molto particolare. Infatti, tra il 1990 e il 2000 l’Università di Macerata ha conosciuto un grande aumento del numero dei Corsi di facoltà e anche dei cosiddetti corsi Interfacoltà. Il corso in questione all’epoca ebbe particolare successo ed era chiamato “Mestieri della musica e dello spettacolo“. Aveva sede a Osimo ma dipendeva amministrativamente dal Corso di Scienze della Comunicazione e dal Corso di Lettere. Dopo qualche anno “Mestieri” venne chiuso, in quanto l’allora ministro Gelmini aveva posto dei requisiti vincolanti circa il numero di docenti necessari a tenere attivo un Corso (scelta fatta, a nostro avviso, per motivi esclusivamente formali). Nonostante tutto, il Corso ebbe a suo tempo un grandissimo successo sia come formula educativa sia come numero di studenti che venivano attratti da questa proposta.

Ora tutti rimpiangiamo questo Corso e riteniamo che la vocazione delle Marche, e soprattutto della nostra Università come Polo Umanistico di eccellenza, debba fare i conti con quel passato e con il futuro che voi giovani annunciate. Si tratta di dare un senso ampio al motto scelto dal Rettore, prof. Lacché: “UniMc,l’Umanesimo che innova“.

Cosa significa per lei essere umanisti oggi?

Anzitutto, diciamo dell’Umanesimo. Essere umanisti significa lasciarci trasportare ancora una volta da una passione per l’umano, inteso come ciò che è riluttante a lasciarsi ingabbiare nell’ambito delle scienze “dure”. Essere umanisti significa lasciare che il Soggetto delle scienze umane non diventi solo l’Oggetto delle scienze umane. Dall’altra parte, il sintagma “che innovasuggerisce soprattutto di guardare a ciò che può costituire un “updating” positivo dell’umanesimo così come lo conosciamo. Il desiderio di attenerci al nostro motto può portarci a ritenere che un Umanesimo che innova è un Umanesimo che studia le tecnologie di trasmissione e di elaborazione dell’informazione e che non rinuncia: (a) da una parte, ad usufruire dei mezzi tradizionali (quali il manoscritto, il libro a stampa, etc.), ma (b) dall’altra, non utilizza le nuove tecnologie mediali come puri strumenti neutri rispetto alla caratterizzazione di un eventuale Umanesimo.

Si pensi a come si stanno muovendo, ad esempio, le Digital Humanities in questo periodo e a come riescono a dare un servizio così importante, offrendo una disponibilità immediata di manoscritti. Qui la rete contribuisce alla loro catalogazione e alla digitalizzazione. Tutto ciò cambia sia l’oggetto di studio sia il soggetto che studia. L’umanesimo consiste in questo andirivieni virtuoso che colloca il Soggetto e l’Oggetto delle scienze umane in una cornice filosofica.

Quale sarebbe il ruolo di Macerata in un contesto più ampio, ad esempio al livello europeo?

Macerata, che si trova sulla sponda dell’Adriatico, è da sempre luogo di attraversamenti e di contatti mercantili e culturali con la vicina Europa dell’Est. Vedo Macerata come un ponte fra la parte più orientale dellOccidente e la parte più occidentale dellOriente. Macerata è il partner d’elezione per diffondere una visione umanistica che aggreghi le civiltà del vicino e dell’estremo Oriente in un dialogo con la vecchia Europa latino-germanica. Si pensi che ciò accadeva già dalla fine del Cinquecento e dal periodo in cui il gesuita Matteo Ricci si mosse da Macerata per andare alla scoperta dell’Impero del Gran Khan.

Ora vorrei concentrare l’attenzione su un tema che sappiamo le sta molto a cuore: la musica. Secondo lei, perché trova così tanta difficoltà a imporsi all’interno del sistema universitario?

Quale studioso di filosofia Le risponderò con questa osservazione. L’Occidente ha oggi un problema: esso ha costruito il proprio modello di razionalità centrandolo sul medium grafico/verbale, cioè sul controllo della parola attraverso la scrittura. Il culmine di tale razionalità,raggiunto attraverso lo sviluppo del pensiero filosofico, è stata l’invenzione del concetto. Si può rileggere un po’ tutta la storia della filosofia come un cammino che conduce a questo Zenit. I primi segnali sono visibili già a partire dalla speculazione greca. Ma tutti i filosofi dell’Antichità classica, prima del Cristianesimo,si posero l’obiettivo di ridurre la varietà dei fenomeni all’unità del concetto.

L’Occidente, servendosi unicamente di questo modello di razionalità “duro”, riesce a catalogare abbastanza bene il Mondo, ma può farlo riducendo le “cose che ci sono” a “cose” in senso distributivo. “Ci sono degli uomini” significa che “esiste qualche cosa x che è un uomo”. Se gli uomini sono due, pazienza: ognuno è ammesso come un oggetto individuale che individualmente soddisfa il predicato “uomo”. L’essere-insieme degli uomini in questa logica rimane impensato. Può essere costruito come un “fare collettivo” ma non come un “essere-collettivo”. Il secondo difetto è che questa ragione che distribuisce (x è un uomo, y è un uomo, etc.) non è finora sembrata in grado di spiegare la differenza assoluta che, per esempio, l’Arte introduce tra le persone e le cose. Nelle arti avviene qualcosa che non è un semplice fare, senza che sia anche un modo di esistere delle cose con le persone. L’arte modifica l’ontologia del mondo, perché crea e costruisce ordini e disordini prima impensati.

Per fortuna, la Sapienza dell’Occidente non è tutta all’interno del modello di razionalità forte, non è tutta dipendente da un’idea “distributiva” del concetto e della razionalità. E’ in alcuni ambiti, per esempio nelle scienze, che il concetto appare piuttosto come uno strumento adatto prevalentemente a separare singoli oggetti, per poterli raccogliere “sotto un unico concetto”. Ne consegue che un modello scientifico delle cose è un modello che spiega l’individualità delle cose, la loro essenza, piuttosto che quel modo dell’esistenza nel quale le cose trovano “il loro modo di darsi”.

Imponendosi questo modello, ne conseguirà che l’uomo sarà portato a pensare che la propria stessa razionalità si sia formata senza il contributo di nessun altro. A questo punto dovremmo chiederci se questo modello possa essere accettato per tutti i tipi di razionalità. Per esempio, sappiamo dai tipi di ricerche che vengono fatte nel campo musicale, che la musica non nasce in individui isolati, cioè non si sviluppa in quegli individui che vengono allevati come accade ai cosiddetti bambini-lupo (che vengono cioè abbandonati o tenuti in condizioni di isolamento). La ragione che presiede all’organizzazione del pensiero musicale ha quindi bisogno della relazionalità. Una relazionalità che non è certo etica, ma ontologica. Seguendo questo filo, mi sono chiesto se per caso ciò che il nostro modello di razionalità occidentale rifiuta non sia proprio questo: cioè il fatto di dover sostituire ad una ragione che è singolarista e distributiva, una ragione relazionale ma non eticista, in cui qualcosa è tale in quanto “connessa”, cioè “articolata” nel suo nel suo “modo di darsi originariamente in una sillaba” dell’esistente (sillaba è letteralmente la diade mamma-feto o mamma-figlio). Credo in un modello di razionalità in cui qualunque cosa è razionale solo se è relazionale in questo senso ontologico.

La musica è un potentissimo strumento di relazione ed è la chiave della razionalità – questo lo riconoscono le culture orientali ma non quelle occidentali, dove la musica ha difficoltà anche nei contesti universitari.

Come tutti i suoi studenti hanno avuto il piacere di notare, ma anche per chi lo conosce all’interno dell’Università, lei ha spesso proposto un modello di insegnamento molto originale, che l’ha sempre contraddistinto. Questa idea di “relazionalità” deduco che lei la amplierebbe anche più specificatamente al rapporto di reciproco scambio che ci dovrebbe essere tra professore e studente ma anche tra studente e studente.

Sì, sempre sulla scia di questo concetto io ritengo che alla base dell’apprendimento non ci debba essere una visione individualista, intimista. Ritengo che l’esperienza del campus potrebbe essere di gran lunga più gratificante e ci permetterebbe di entrare in un sistema di valutazione senza legalismi gratuiti, grazie al quale si potrà dare veramente dare valore agli studenti che sono al suo interno. E’ di estrema importanza per uno studente confrontarsi, soprattutto nell’ambito della filosofia, esprimendo la propria opinione e quindi di conseguenza “allenandosi”, rispondendo alle eventuali critiche mosse dai propri stessi “colleghi”.

Nella seconda parte dell’intervista si porrà l’attenzione sul progetto di facoltà magistrale che il Professor La Matina, in collaborazione con altri professori dell’ Unimc, ha presentato da alcuni anni e che attualmente si trova in fase di valutazione.

 

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