Unimc: che fine ha fatto la Musica? – L’onesta proposta del professor Marcello La Matina – parte 2

[ Qui la prima parte ]

Ci parli adesso del progetto che sta portando avanti in collaborazione con i suoi colleghi…
E’ un progetto attualmente in fase di valutazione, che prevede la costituzione di una Laurea Magistrale che comprenda la musica, il teatro, le arti come insegnamenti non secondari. Quando l’abbiamo elaborata ci siamo proposti come obiettivo anche quello di organizzare la didattica in un modo discontinuo rispetto alla didattica triennale. Molto spesso il guaio delle lauree specialistiche è che vengano riproposti gli stessi insegnamenti della triennale con nomi diversi o addirittura gli stessi professori; ma è stato spesso lamentato come di fatto lo studente si ritrovi a studiare sempre un piccolo numero di cose e spesso entro una sola prospettiva metodologica (o ideologica, che è peggio).

Vorrei parlare soprattutto dei principi attorno ai quali intende ruotare la nostra proposta di Laurea da istituire: per prima cosa, il sistema didattico da noi proposto è di tipo comunitario e ci proponiamo quindi che che sia esso stesso espressione di vita comunitaria. Si tratta di far vivere attorno alla lezione universitaria delle piccole comunità transitorie che si adattano alle università in cui si formano, ma anche agli interessi mutevoli delle persone che vivono tali ambienti universitari. Esse si presenterebbero come delle piccole comunità parzialmente (o totalmente) disinteressate alla valutazione individualistica, all’esame o alla fiscalizzazione della propria presenza all’università.
Nel complesso, ritengo che noi tutti: studenti, personale amministrativo e docenti, dovremmo riuscire a soddisfare questo bisogno di creare più comunità universitarie forti, anche per garantire il necessario rinnovamento e il ricambio fra studiosi di differenti generazioni. Nel nostro caso, abbiamo quindi bisogno che anche la filosofia torni ad essere soprattutto un’esperienza comunitaria, nella quale anziani e giovani, maestri e allievi competano lealmente e cooperino senza invidie di “scuole”.

Il progetto è già stato proposto?
Sì, al momento ci hanno detto che il progetto è buono, ma più in generale stiamo aspettando di sapere cosa il Ministero dell’Università vorrà fare più in generale del nostro polo umanistico. Sono dell’opinione che un’idea come la nostra può avere dei risvolti positivi anche al livello pratico.
Come Le stavo dicendo, anni fa eravamo quasi riusciti nel nostro intento di attivare una laurea magistrale di questo tipo. Avevamo presentato un manifesto degli studi e il progetto era stato accolto e approvato dal Ministero. Purtroppo il Corso, che si chiamava “Discipline della Performance”, venne chiuso da lì a poco…

Parlava di una forma di insegnamento e apprendimento “comunitari”. Avete già testato questo tipo di forma didattica?
Io e altri colleghi abbiamo cercato di condurre degli esperimenti: ad esempio dei seminari liberi nei quali gli studenti, a turno, svolgevano il ruolo di interlocutori, proponendo argomenti e discutendo capitoli di libri. Ho notato con grande piacere che gli studenti hanno risposto molto positivamente a questo tipo di stimolo. L’idea di organizzare in questo modo i seminari mi era venuta ripensando soprattutto a un certo aspetto degli scritti antichi. Perché un dialogo platonico non può essere letto come si legge il copione di una commedia? Lo si leggeva ad alta voce nell’Antichità. Platone scrisse i propri Dialoghi come se fossero dei resoconti di conversazioni; e questo vale per molti altri filosofi dell’Antichità. Perché si dovrebbe leggere soltanto monologicamente ciò che è stato invece scritto dialogicamente? La lettura – va ricordato – è inizialmente un atto con funzione liturgica: appartiene alla vita comunitaria, non a quella dei privati. “Lettore” nell’Antichità arcaico-classica era chi distribuiva il testo fra i presenti, non colui che privatamente lo riceveva. Ma queste cose molti non le studiano più…

A quale periodo si potrebbe far risalire questa, come Lei dice, “deliturgizzazione” della parola?
Questo fenomeno è stato il risultato della graduale imposizione del formato universitario dell’Occidente latino-germanico, formatosi a partire dalla volgarizzazione della Scolastica e poi sotto l’influenza del modello di università tedesca. Un modello che ha i suoi meriti ma che oggi appare tristemente in declino. Oggi le università tedesche sono molto simili a quelle britanniche, mentre noi abbiamo cristallizzato il modello di von Humboldt.. Da quel momento, attraverso la progressiva riduzione del senso e del formato della disputatio (disputatio che ancora nell’università medievale era caratterizzata da un regime orale), iniziò a predominare l’enunciato sull’enunciazione.
Nei convegni di filosofia moderni non avviene quasi nulla. Anzi, spesso tutto è preparato perchè non accada nulla di imprevisto. Gli interventi e i talks congressuali sono perlopiù concordati, o, come si dice nel linguaggio calcistico,“telefonati”.
A mio avviso, una filosofia che ambisca ad essere una critica del sapere dominante in quanto sapere egemone, deve anche accettare che il sistema (e quindi anche l’Accademia) possa attaccarla duramente. Se la filosofia “piace alla gente che piace”, allora c’è qualcosa che non va. Nella filosofia, ovvio. Occorre reintrodurre gli aspetti competitivi presenti nel concetto di disputatio.

Riguardo gli esami universitari, cambierebbe qualcosa?
Questo è un terreno minato, perché l’esame è per tradizione il luogo dove il sapere si veste di potere. Dico la mia opinione, senza la pretesa di avere soluzioni o chiavi che aprano tutte le porte. Io credo che gli esami universitari di tipo umanistico dovrebbero essere fatti in maniera tale da portare lo studente a non preoccuparsi unicamente del voto, bensì soprattutto della propria capacità di insegnare all’altro. Diceva Aristotele “la prova che noi sappiamo qualcosa, è che la sappiamo insegnare”. Ecco, lo studente è il “giovane collega”, colui al quale dovrebbe essere richiesto di argomentare un tema davanti ai suoi stessi colleghi, piuttosto che ripetere parole spesso imparate senza che abbiano acquisito alcun rilievo nella forma di vita che tale studente pratica.

Questo corso: perché proprio a Macerata?
Macerata è una città a vocazione musicale, artistica e poetica. Si pensi al concorso Musicultura, che è ancora uno dei pochi luoghi rimasti presso cui la lingua italiana è ancora una lingua letteraria. Noi come Università scriviamo ormai quasi sempre in inglese ed è quindi per questo Musicultura è così importante per noi: perchè riesce a ricordarci che siamo parlanti italiani, eredi di una tradizione letteraria che altri popoli invidiano. L’italiano è, dopo il greco e il latino, la terza lingua colta d’Europa.
Inoltre abbiamo una cattedra leopardiana, che ci dà il compito di riqualificare e far conoscere al mondo la figura di Leopardi. Il mondo purtroppo lo sta dimenticando.
Poi c’è lo Sferisterio Opera festival che ripropone i linguaggi dello spettacolo lirico e che per questo dovrebbe spingerci idealmente a interrogarci sul senso dell’esperienza vocale o del canto in un mondo fatto di replicanti. Che senso ha il canto artistico? Cosa ci dice della voce umana il canto?
Non dimentichiamoci inoltre della nostra Accademia delle belle arti, una delle più rinomate in Italia e con degli ottimi docenti. Abbiamo non so quanti (c’è chi dice 61, chi 90, chi oltre 100) teatri d’Opera piccoli e grandi, sparsi tra i piccoli comuni delle Marche.
Insomma, vogliamo giocare obliterando tutta questa ricchezza? Vogliamo adeguarci a un “modello bocconiano” mentre siamo in realtà la patria del canto, della poesia e del teatro? Se le Marche hanno questa vocazione perché andare a cercare di somigliare a qualcosa che non ci rappresenta? Quindi non cerchiamo di fare i “piccoli bocconiani”, ma cerchiamo di fare ciò che qui sappiamo far bene e che il mondo ci invidia.

Professore, potremo trovarla ospite a qualche evento questi giorni?
Il 12 e 13 Novembre Macerata ospiterà un workshop su musiche e filosofia al quale sono stato invitato. L’ospite d’onore sarà Giovanni Piana, il maggiore tra i filosofi della musica viventi. Nel corso di questi giorni metteremo in discussione il profilo e anche l’avvenire della filosofia della musica e della filosofia che guarda a se stessa in modo musicale. Riteniamo che vi siano anche nel panorama internazionale una serie di voci che sono meritevoli di essere ascoltate. La filosofia ha tra le sue radici e i suoi motivi fondatori l’esperienza musicale, mitica e teatrale. L’esperienza teatrale e musicale fu fondamentale per la costituzione del pensiero dei greci e ancora oggi rappresenta una chiave per riaprire quelle serrature che nella mente umana non riusciamo più ad aprire con i consueti strumenti delle regole, della legalità, della funzionalità o della produttività.

[ Qui la descrizione del seminario : Seminario “Voce e suono nel teatro greco” ]

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