Dentro lo “sciame digitale” – Piccole osservazioni sulla comunicazione digitale

E’ molto facile cadere nel banale quando si cerca di fare delle osservazioni circa le grandi falle che oggi affliggono la comunicazione digitale. Ancora più facile sarebbe per noi, ad esempio, criticare a spada tratta la superficialità con cui spesso gli utenti esprimono le proprie opinioni in rete. Byung-Chul Han, filosofo coreano, nel suo ultimo saggio “Nello sciame” è riuscito con grande intelligenza ad analizzare i diversi fenomeni che accadono nel vasto mondo digitale. Per iniziare la discussione, Han ci parla delle “shitstorms” (letteralmente “tempeste di merda”), “ fenomeno in rete (soprattutto nei blog e sui social network) di discussione e critica massiva attorno a questioni di dominio pubblico, con l’uso di un linguaggio fortemente connotato in senso negativo e talvolta violento”.

Penso sarà capitato a chiunque di imbattersi (su un blog o più probabilmente leggendo certi commenti su Facebook) in scene di pubblica umiliazione e derisione di massa ai danni di singoli individui. Questa è la shitstorm. Ma chi prende parte alle shitstorms? Alla base di questo fenomeno troviamo uno “sciame” di individui anonimi, che, a detta di Han, non possono rappresentare un vero “gruppo” di persone come noi lo intendiamo. Lo sciame di individui che popola il mondo digitale non si identifica assolutamente con la società, non è la “voce del popolo”come saremmo portati a credere, ma si presenta come una massa superficiale e distratta. Lo psicologo Gustave Le Bon aveva definito l’epoca moderna come l’ “età delle folle” , descrivendo la folla come un raggruppamento dotato di uno spirito, di un’anima. Lo sciame digitale, al contrario, non è altro che un “assembramento casuale di uomini” che non è in grado e non può in ogni modo sviluppare un Noi. Così, lo sciame crea solo frastuono: non si esprime attraverso una sola voce, ed è di conseguenza confusionario e spesso superficiale.

Dice lo scrittore americano Donald Miller: “Nell’era dell’informazione, l’ignoranza è una scelta”.
Da cosa dovremmo far derivare la superficialità con cui gran parte degli individui si esprimono nel web? Il fatto è che stiamo assistendo ogni giorno a una dilagante mancanza di volontà di informazione. Sembra che nei social media odierni viga un eterno presente e che quindi tutte le azioni “che richiedono tempo”, come ad esempio anche il solo assumersi la responsabilità delle proprie parole, vengano totalmente annientate. Mentre una volta, per esprimere un proprio disappunto in merito a una questione, magari letta su un giornale o ascoltata in televisione o radio, c’era la necessità di prendersi un impegno scrivendo una lettera, a mano o a macchina, per far conoscere la propria opinione, ora tutto è reso possibile in modo molto più istantaneo e disimpegnato attraverso la comunicazione digitale. Il medium digitale viene definito da Han il “medium dell’eccitazione”: grazie ad esso l’utente è in grado di manifestare uno stato di eccitazione sì istantaneo, ma spesso privo di un reale approfondimento alla base. Dietro a questa situazione, notiamo tra l’altro che anche “i media”, oggi più che mai, “promuovono l’assenza d’impegni, la vaghezza e la provvisorietà”.
Han approfondisce la questione alla radice e pone questo fenomeno come una conseguenza dell’ IFS (Information Fatigue Syndrome) ovvero la Sindrome dell’affaticamento informativo: una patologia psichica causata da un eccesso di informazioni. Di fronte all’enorme vastità di informazioni che l’Universo digitale offre, l’utente medio si trova destabilizzato e rinuncia progressivamente a ricercare le informazioni “giuste”. Che dire, paradossalmente un “meno” nell’informazione spesso produce un “più”. Oggi siamo tutti vittime dell’IFS e in questo caos mediatico troviamo sempre più difficile distinguere l’essenziale da ciò che non lo è. La conseguenza più evidente di questo fenomeno è che il soggetto afflitto dall’IFS è portato a voler nascondere la propria inadeguatezza ad ogni costo, attraverso una manifestazione del proprio pensiero che ha del narcisismo e dell’ autoreferenzialità.

Per concludere, vorrei tornare velocemente alla questione iniziale. Quello che lo sciame digitale, e che quindi noi tutti dovremmo capire è che le violente ondate di indignazione che sempre più spesso animano il web (che si concretizzano ad esempio nelle shitstorms), non riescono mai veramente a creare un vero e proprio discorso e che in definitiva non risultano per nulla proficue, in quanto del tutto “incontrollabili, imprevedibili, instabili, effimere e amorfe”.

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