Cartoline di comunità: il popolo degli Elfi

Di Roberto Aureli.

[…] è un mondo pieno di nomadi col sacco sulle spalle, Vagabondi del Dharma che si rifiutano di aderire alle generali richieste ch’essi consumino prodotti e perciò siano costretti a lavorare per ottenere il privilegio di consumare tutte quelle schifezze che tanto nemmeno volevano veramente, come frigoriferi, apparecchi televisivi, macchine, almeno macchine nuove ultimo modello, certe brillantine per capelli e deodoranti e generale robaccia che una settimana dopo si finisce col vedere nell’immondezza, tutti prigionieri di un sistema di lavori, produci, consuma, lavora, produci, consuma, ho negli occhi la visione di un’immensa rivoluzione di zaini migliaia o addirittura milioni di giovani americani che vanno in giro con uno zaino, che salgono sulle montagne per pregare, fanno ridere i bambini e rendono allegri i vecchi, fanno felici le ragazze e ancor più felici le vecchie, tutti Pazzi Zen che vanno in giro scrivendo poesie che per puro caso spuntano nella loro testa senza una ragione al mondo e inoltre essendo gentili nonché con certi strani imprevedibili gesti continuano a elargire visioni di libertà eterna a ognuno e a tutte le creature viventi […] “ (Kerouac,I Vagabondi del Dharma)

 

Queste parole scritte da Jack Kerouac testimoniano come il movimento sessantottino affondi le sue radici nella cultura beat, caratterizzata da un’identità esistenzialista, individualista, velata da una spiritualità sostanzialmente nuova per la realtà occidentale. Dalla “povertà monacale” di Allen Ginsberg, all’estremismo di William Burroughs, gli scrittori beat possono essere rappresentati come “ un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo”.

Da queste istanze libertarie, utopiche, sarebbe germogliato il movimento comunitario degli anni Sessanta con il fine di sfuggire alla società dei consumi. Cresceva, in altre parole, la domanda di autodeterminazione, di ritorno ad una vita semplice, libera e naturale, di una conoscenza fuori dagli schemi istituzionali; l’origine dell’esperimento comunitario de “Il popolo degli Elfi”,va contestualizzata tramite queste istanze portate avanti dalla rivoluzione sessantottina.
La comunità nasce nell’estate dell’Ottanta per volontà di un piccolo gruppo di persone affascinate dai luoghi incontaminati dell’Appennino Tosco – Emiliano e unite nell’idea di adottare uno stile di vita comunitario e rurale al fine di creare un’alternativa al sociale, e ha continuato ad evolversi fino ai giorni nostri.

 

L’intento dei comunardi non era solamente la mera contestazione dello stato vigente delle cose, ma la creazione di un’organizzazione di convivenza basato su legami di solidarietà, sulla reciproca comprensione e di conseguenza su ideali di fratellanza, solidarietà e cooperazione tra i membri, concetti chiave presenti fin dai primi esperimenti di organizzazioni comunitarie ottocentesche.

Il primo villaggio venne chiamato “Gran Burrone”, situato sul versante ovest della catena montuosa a pochi chilometri da Sambuca Pistoiese; nell’agosto 2013 soggiornai presso questo piccolo borgo per alcuni giorni.

Negli ultimi anni sono aumentate, nella comunità di Sambuca Pistoiese non solo persone disposte ad adottare lo stile di vita della comunità, ma anche i curiosi e gli ” antropologi improvvisati ” attratti dalla possibilità di indagare sia sulle dinamiche interne che hanno portato l’esperimento ad una buona longevità sia sui rapporti con le istituzioni.

L’intento comune delle persone che furono spinte a insediarsi in ruderi abbandonati con il fine di restaurarli come loro dimore , termine da intendersi sia nel significato domestico delle sue funzioni primarie (mangiare e dormire) sia nel valore simbolico di rifugio dal mondo esterno, era quello di adottare uno stile di vita legato alla tradizione contadina riletto in una chiave comunitaria ed ecologica.

 

“[..] lo stile di vita degli elfi è simile, sotto molti punti di vista, a quello dei contadini del secolo scorso. Gli elfi vivono in case prive di corrente elettrica e dunque di ogni comfort della vita urbana, riscaldate a legna e illuminate dalla luce fioca delle candele. Vicini ai contadini d’un tempo per gli aspetti della cultura materiale, gli elfi si distinguono per l’organizzazione sociale sostituendo “la tribù” alla famiglia estesa, la convivialità alla cultura della rinuncia e del sacrificio, il cosmopolitismo e l’apertura al nuovo, al localismo e al timore per l’innovazione propri della civiltà contadina. Vivono in una condizione di frugalità volontaria, di “povertà ragionata”, esprimendo in questo modo, nei minuti comportamenti quotidiani, un’etica di responsabilità nei confronti della natura.
(Mario Cardano, Lo specchio, la rosa e il loto) “

 

Una delle caratteristiche che contraddistinguono il modello di comunità secondo l’antropologo Robert Redfield è l’autosufficienza, cosa che i comunardi tentano di raggiungere mediante l’impegno nel settore primario: gran parte delle attività quotidiane sono investite nella coltivazione della terra e nell’artigianato; attività come la pizzeria ambulante ( sempre presente nei più grandi raduni italiani ed europei) o la vendita di prodotti artigianali in vari mercatini permette di alimentare una cassa comune, usata per l’acquisto di beni che non possono essere prodotti in ambito comunitario.

La rivisitazione, tramite modifiche pratico – teoriche, della realtà contadina del Novecento è uno dei fattori che ha permesso la creazione di uno stile di vita alternativo, ispirato ad una vita frugale e basata su legami di solidarietà.

Non è presente nessuna struttura politica caratterizzata da gerarchie: ogni individuo può esprimere la propria opinione attraverso un sistema di democrazia diretta denominato “ cerchio della parola “, regolatore delle decisioni finali che emergono con la maggioranza legata al prevalere di una particolare idea; è da precisare che un sistema del genere impiegato in una comunità con un alto numero di individui porta ad uno stallo delle decisione e conferisce potere a determinati membri riconosciuti per la loro autorità.

 

L’ambiente idilliaco non rese più facili le prime occupazioni, i primi tentativi furono infatti segnati da atti di repressione delle forze dell’ordine, che spinsero i comunardi a tutelarsi sul piano giuridico tramite contratti di affitto o di comodato d’uso. Al giorno d’oggi, la valle conta circa duecento abitanti ( tra adulti e bambini ) costituenti una comunità legalizzata distinta in quattro associazioni, suddivise per aree territoriali, ciascuna affittuaria del demanio e responsabile di gestire i rapporti con le varie istituzioni.


“ Gli altri tentativi da parte del comune e della comunità montana di integrare in un progetto produttivo ed istituzionale la comunità, sono stati sempre respinti dagli Elfi, che tenevano in grande considerazione la propria autonomia ed autosufficienza. Per interloquire con le istituzioni, non come singoli ma come aggregazione, gli Elfi hanno creato due associazioni: “Il Popolo Elfico della Valle dei Burroni”, associazione di tipo non riconosciuta, retta da un comitato di gestione, e “Il Popolo della Madre Terra”, associazione di utilità sociale senza scopo di lucro. “( Mario Cecchi, Intervista contenuta nel numero 35 di “Lato Selvatico”, a cura di Giuseppe Moretti)

 

La storia di questa comune può essere divisa in due età principali contraddistinte dal passaggio dalla “communitas naturale e esistenziale” alla “communitas normativa”.

Le prime fasi della vita comunitaria furono caratterizzate da una semplice e ingenua disorganizzazione, le attività basilari della vita in campagna era governate dall’istinto rispettando la regola del “ fai ciò che vuoi”; la mentalità aperta e solidale incrementava il parassitismo di un certo numero di ospiti che ha portato, svariate volte, a momenti di crisi all’interno della comunità stessa. In questo periodo, la mancanza di acqua potabile, di elettricità, nonché l’assenza di qualsiasi oggetto tecnologico rendeva estrema la distanza dalla società dominante, ma rendeva anche complicata la vita quotidiana. In questa fase iniziale della comune, l’elemento ecologico veniva vissuto attraverso una sacralità pagana affievolitasi nel corso degli anni.

Lo spartiacque tra prima e seconda età della comune è segnato dalla nascita dei primi infanti, principale motivo di svolta verso una strutturazione implicita della comunità; un’organizzazione della vita quotidiana priva di leggi formali ma governata norme di convivenza volte a sostituire la disorganizzazione iniziale. Si è cominciato a regolare il flusso degli ospiti accettando chiunque, ma fissando un periodo di prova per individuare le persone realmente in grado di partecipare a lungo termine all’esperimento comunitario.

L’arrivo dei bambini ha prodotto anche la ricerca di un focolare domestico, sia per intimità biologica e sentimentale -carattere fondante dei nuclei familiari- sia per motivi di spazio; questo ha portato al loro allontanamento dai casolari comunitari e la ristrutturazione di numerose case sparse, ospitanti una o due famiglie. E’ da notare come queste case, avendo sempre in mente le necessità dei bambini, sono state rese più accoglienti e funzionali: vetri alla finestre, oggetti per l’uso quotidiano, un artigianale sistema idraulico e illuminazione nelle aree comuni. Tutte queste innovazioni sono state guidate dal rispetto ambientale ed ecologico: il sistema idraulico sfrutta sia acqua piovana, raccolta in cisterne e usata per lavare stoviglie, vestiti e persone, sia quella derivante dalla sorgente montana usata per bere e cucinare.

L’istruzione dei numerosi bambini avviene tramite una scuola autogestita che si avvale della collaborazione di due insegnati esterne alla comunità, si tratta di un collaborazione con l’istituto scolastico di Sambuca Pistoiese: metà tempo in autogestione e metà nella scuola pubblica, una scelta volta a favorire anche la socializzazione dei bambini che abitano nella comunità con i coetanei esterni al villaggio. Inoltre è stato avviato anche un progetto per la ricostruzione di una struttura destinata ad ospitare una futura scuola (la destinazione ufficiale è un centro culturale polivalente) che verrà riconosciuta come scuola sussidiaria dal Comune e dalla Direzione Didattica di competenza.

La corrente elettrica deriva da pannelli solari e viene investita per illuminare le aree comuni e per permettere l’utilizzo normali di gadget tecnologici, come cellulari e pc, ormai non più visti come freddi simboli della società meccanizzata da cui si tentava di sfuggire, ma strumenti che simboleggiano la “communitas normativa”, che ha dato vita all’organizzazione economica, politica, sociale e culturale che continua a svilupparsi in questa comunità.

 

L’esistenza di una comunità come quella “elfica”, a prescindere da giudizi negativi / positivi, rappresenta sicuramente una alterità da studiare nel panorama degli esperimenti comunitari italiani.

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