SPORT E STUDIO INCONCILIABILI IN ITALIA – Perché la cultura dello sport non riesce ad entrarci in testa

L’8 giugno 2015 l’Università di Foggia riconosce, per prima in Italia, la doppia carriera di coloro che hanno un percorso universitario e che sono atleti di buono o ottimo livello; viene istituzionalizzata quindi per la prima volta la figura dello studente – atleta. In questo modo l’università garantisce gli esiti agonistici più importanti con borse di studio, premi, sessioni d’appello straordinarie, recupero concordato delle frequenza, esonero dal pagamento di tasse universitarie e ulteriori benefici decisi poi in sede di laurea. L’iniziativa è stata presentata al CONI di Foggia, seguendo le linee guida dell’Unione Europea a riguardo (di E.A.S. ovvero European athlete as student), che si muovono in direzione del riconoscimento ufficiale della doppia carriera. Un’esperienza simile e meno recente si annovera a Trento che nel 2011 lanciò il progetto TOP-sport, incaricato di offrire aiuti e una didattica flessibile a coloro che vogliono concludere il percorso universitario senza per questo sacrificare lo sport. Queste pochissime esperienze appena elencate mi sembrano un ottimo punto di partenza per cercare di comprendere lo sport, i suoi valori, ma soprattutto l’importanza del suo riconoscimento, non solo in ambito sportivo, ma anche in ambiti dove si svolgono allenamenti di altro genere. Si tratta di un andamento generale a livello nazionale che si trova in netto ritardo rispetto ad altri paesi (modello mondiale gli Stati Uniti, e in Europa paesi come Spagna, Germania ed Inghilterra), che non solo garantiscono un percorso di studi adeguato a conciliare lo studio e l’attività fisica di alto livello, ma creano così incentivi a promuovere lo sport stesso, aumentando di anno in anno le fila degli sportivi professionisti. Chi fa sport deve essere riconosciuto come colui che ha un valore aggiunto, e non ritrovarsi penalizzato da una burocrazia universitaria fissa, che ritengo debba riuscire a creare invece la mobilità necessaria specifica per questo genere di studenti; non si tratta quindi di una corsia preferenziale per accedere alla laurea, ma del riconoscimento di un’attività che viene svolta in più alle attività universitarie. Riconoscere quindi che non si tratta di mero esercizio fisico, come  spesso si etichetta in Italia, ma di sudore e sacrificio per arrivare al risultato sperato. Le esperienze di Foggia e Trento si muovono sul filo conduttore dell’individuazione e sviluppo delle strategie atte a permettere ad un atleta di combinare nel migliore dei modi la ricerca della performance sportiva con quella della formazione scolastica ed universitaria.

Il difficile sistema italiano sportivo, che parte fin dalle scuole superiori e conferma la sua visione disinteressata all’università, conduce nella maggior parte dei casi a lasciare completamente l’attività fisica: trovandoci in un momento storico in cui c’è visibile difficoltà a trovare uno sbocco lavorativo degno di se stessi, lo studente sceglierà il percorso di vita in relazione anche al sostentamento futuro; essendo, quello dello sportivo, un mestiere che richiede molti anni e tempo per arrivare e soprattutto per mantenere delle prestazioni fisiche appaganti, è normale che si registri una rinuncia per rincorrere un sogno che forse non si avvererà mai, ovvero quello di vivere della propria passione sportiva. Ancora più difficile se in questa situazione ci si ritrova da soli, senza il supporto e gli incentivi adeguati da parte di enti che dovrebbero collaborare per la formazione dello sportivo – studente. Inoltre bisogna specificare che il lavoro dello sportivo di buon livello ha una durata molto breve rispetto ad altri generi di lavori e non sempre i gruppi sportivi o i club garantiscono un futuro dopo il periodo di attività agonistica. Per questo l’atleta dovrà pensare al suo futuro immediato, nel momento in cui prenderà coscienza della fine della sua attività sportiva. Garantire un futuro ad un ragazzo che ha svolto più occupazioni contemporaneamente e di buon livello mi sembra almeno una minima gratificazione per il doppio sacrificio ed impegno svolti nel corso degli anni. Questa triste realtà non viene compresa ma anzi del tutto ignorata a volte e non sottoposta alle attenzioni necessarie.

Macerata avrebbe tutte le carte in regola per cercare di fare prima di altri, in Italia, questo passo di evoluzione e modernizzazione in senso sportivo; ha le capacità di tecnici e strutture, se non ancora del tutto adeguate, che potrebbero permettere la formazione e l’individuazione di un’eventuale carriera sportiva ventura. I galà dello sport degli ultimi anni, tenutisi a Macerata, dimostrano che di sportivi di alto livello nella città e in provincia ce ne sono molti ( Simone Ruffini, reduce dall’oro mondiale di nuoto,gli atleti della squadra di ginnastica artistica della palestra Virtus, la tennista Camilla Giorgi, nel softball Elisa Grifagno, giocatrice in serie A, e Laura Partenio, pallavolista di serie A); è inoltre evidente la presenza di una cultura dello sport nella città data la formazione e l’accoglienza calorosa da parte dei cittadini di Overtime festival, primo ed unico festival in Italia a parlare di sport, etica e cultura sportiva che è arrivato quest’anno alla sua 5a edizione.

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