Creare una città “che condivide” – Macerata sharing city

di Marta Palazzini

Il contributo al PIL  della sharing economy ha un valore che varia tra lo 0,25% e l’1%; non abbiamo (ancora) a che fare con numeri rilevanti, ma questo dato ci fa riflettere su come questa nuova, ma ormai molto nota, teoria economica sia in costante crescita ed evoluzione. Si tratta solamente di una stima (in parte non veritiera poiché la mancata regolamentazione  porta senz’altro ad esiti inaspettati e quindi non controllati) che non rispecchia in realtà la gran discussione che questa produce nel nostro paese e nel mondo. Inoltre secondo le stime della società di consulenza di PricewaterhouseCoopers(PwC) il giro di fatturato della sharing economy è destinato a crescere fino a 335 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni.

Il concetto di sharing economy (economia della condivisione) si basa essenzialmente su tre principi: accesso alle risorse condivise, decentramento delle risorse distribuite attraverso i sistemi peer to peer (persona a persona), fiducia e creazione di relazioni; tutto questo grazie all’aiuto delle migliori tecnologie oggi disponibili e in parte accessibili alla maggioranza della popolazione. Questa innovativa economia durante gli ultimi anni ha acceso un gran dibattito: innanzitutto perché sembra aver sbaragliato la concorrenza, il già noto Airbnb nel 2014 ha superato le grandi catene come Hilton, Marmont, InterContinental, raggiungendo il milione di unità; a New York  Airbnb rappresenta il 17,2% di tutta l’offerta ricettiva, a Parigi l’11,9%, a Londra il 10,4%. Per non parlare di Uber che attraverso i suoi “passaggi” ha scatenato la rabbia di tanti tassisti, fino ad esser dichiarato il 9 luglio 2015 illegale anche nel nostro paese (dopo la Germania). In Spagna alcuni recenti dati dimostrano che Blablacar ha vinto contro i servizi pubblici; questo ha un bacino di oltre 20 milioni di utenti in 19 paesi. L’altro grande motivo del dibattito è la ridefinizione dei confini del lavoro all’interno di questo nuovo ambito del tutto privo di regolamentazione: chi lavora? Chi fornisce il servizio? Il lavoratore è indipendente o ha un contratto di lavoro? E la regolamentazione del licenziamento? Domande queste del tutto legittime e su cui è fondamentale riflettere per poter realizzare una vera opportunità lavorativa reale e sicura, ma queste non potranno di certo eliminare tutto quel che di buono e innovativo c’è di questa economia, dove il profitto ha un ruolo secondario, e che sembra non conoscere crisi in un periodo buio invece per altre.

Ciò che oggi sembra solo un’economia della globalizzazione, in realtà può essere riutilizzata come modello economico anche a livello cittadino e locale, per rendere quindi la città una città che condivide, o sharing city. Il primo passo è il riconoscimento dell’economia della condivisione, finché non si riconoscerà non potrà mai essere utilizzata né regolarizzata questa via; bisogna poi effettuare un’attenta regolamentazione per uno sharing sicuro e per tutti. La città che condivide oltre a sviluppare i classici campi già noti a livello nazionale ed internazionale (trasporti, cibo, alloggio), deve attivare delle particolari clausole specifiche per la città: promuovere la pubblicità dello sharing con il potenziamento degli open data e open services; mettere a sistema e mappare tutte le esperienze locali per un maggiore controllo; il comune della città potrebbe diventare egli stesso un early adopter dei servizi; valorizzare i beni comuni per favorire la messa a disposizione di spazi altrimenti inutilizzati; attivare una piattaforma di crowdfunding civico (finanziamento collettivo) per sostenere particolari attività che i cittadini sentono necessarie; pubblicizzare l’idea del lavoro condiviso come in fablab o coworking.
Passare quindi da un’idea generale di possesso a quella di accesso, perché una città che condivide non solo attrae ma è anche più accogliente, ospitale ed inclusiva per tutti i cittadini.


 

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