La Guerra Fredda alla scacchiera. Fischer vs Spasskij

di Roberto Aureli

“La scacchiera è il mondo, i pezzi sono i fenomeni dell’universo. Le regole del gioco sono quelle che noi chiamiamo le leggi della natura. L’altro giocatore è nascosto a noi; sappiamo che il suo gioco è sempre corretto e paziente. Ma sappiamo anche, a spese nostre, che egli non perdona mai uno sbaglio né fa mai la più piccola concessione alla ignoranza.”
(Thomas Huxley)

Dono degli dei, creati un giorno fuori da tempo, in cui si sentivano particolarmente creativi e in collera con l’uomo;  gli scacchi sono un linguaggio universale in grado di agglomerare persone di persone con culture e metodi politici diversi.
“Tu giochi alla guerra, io gioco a scacchi”, così il Gran Maestro polacco Reshevsky liquidò il comandante tedesco che durante l’occupazione della Grande Guerra pretese un incontro, perdendo;  ma gli scacchi rappresentano di per sé una guerra, due eserciti, due blocchi allo stesso tempo assediati e assedianti. La finale del campionato del mondo disputa a Reykjavik, tra luglio e settembre del 1972, giocata all’apice della Guerra Fredda diventò la metafora perfetta di quell’epoca, la traslazione della cortina di ferro sulle sessantaquattro caselle. L’ormai cresciuto bambino prodigio Bobby Fischer contro il campione sovietico Spasskij, la ventennale egemonia russa sul mondo scacchistico veniva concepita a livello ideologico come la superiorità intellettuale del comunismo sul sistema capitalista, ma il ‘Memoriale segreto del presidente del Comitato degli Sport per l’Urss S.Pavlon alla Commissione Centrale del Pcus’, metteva già in luce i timori della scuola scacchistica sovietica, provocati dai successi di Fischer.
Analizzando le due figure, si comprende come sarebbe impossibile trovare due maestri più dissimili di Spasskij e Fischer : diverse culture, diverso ambiente sociale, diverso stile di vita; in comune avevano solamente un’inesauribile passione per il gioco.
Fischer per tutta la sua vita tentò di rifugiarsi nel regno scacchistico per isolarsi dalla Storia, desiderava una casa a forma di torre e divenire uno degli eroi passati ( come ad esempio il sadico della scacchiera, Alechin ) che riuscirono a basare la loro esistenza unicamente sulla loro attività da scacchisti; la sua concezione del ruolo che gli fu imposto traspare dalla risposta data alla giornalista americana su come si sentisse a rappresentare l’ Occidente : “Io rappresento solamente me stesso medesimo”.
I primi giorni di Luglio furono segnati dall’incertezza della partecipazione del Gran Maestro americano, non si presentò alla cerimonia d’apertura ( per la Federazione fu impossibile soddisfare molte sue richieste, come ad il divieto di riprendere l’evento ) e secondo la leggenda fu necessaria la chiamata dal consigliere di Nixon, Henry Kissinger, che lo persuase iniziando la conversazione con la celebre frase“ Qui è il peggiore giocatore al mondo che vuole parlare con il migliore “.
Per essere il peggior giocatore della storia, mosse ottimamente i suoi mezzi, sicuramente non spinto unicamente dalla passione per le sessantaquattro caselle ma conscio del ruolo ideologico che significava l’eventuale vittoria del campione americano.
Analizzando il comportamento di Fischer, pieno di contraddizioni e farcito di argomenti all’apparenza banali, attraverso la concezione di Lasker secondo cui il 30 % della preparazione ad una partita riguarda lo studio della psicologia dell’avversario, si può ipotizzare una strategia per mettere in tensione Spasskij e “svuotarlo psicologicamente”.

“L’obiettivo è spezzare la mente degli avversari, voglio vederli contorcersi”. Dopo aver perso la prima partita a causa di un errore infantile, il suo alfiere rimase intrappolato a causa della presa del pedone di torre, Fischer riprese le sue obiezioni : l’aria, il brusio del pubblico, le telecamere, richiese che il match fosse spostato in una sala più piccola e isolata. Vedendosi respinta la sua richiesta, non si presentò alla seconda partita. Spasskij sfidando per l’ennesima volta l’intelligencija e le autorità sovietiche (come la volta che, giovanissimo, chiese pubblicamente al membro del partito che lo accompagnava in giro per il mondo se il compagno Lenin fosse veramente morto di sifilide) con un gesto di grande sportività accettò le richieste di Fischer, andando contro la possibile vittoria per abbandono.
Il diverso approccio al gioco rifletteva una diversità caratteriale, Spasskij non era ossessionato dagli scacchi infatti Karpov ricorda come i giorni di preparazione al campionato furono tutto che all’insegna degli scacchi. Tra le sue passioni si ricordano l’amore per le arti, la letteratura e lo sport e il suo rifiuto di interpretare il ruolo propagandista da portabandiera del comunismo.

Il gioco dei re arrivò in Europa intorno all’ottavo secolo dopo Cristo, ma fu solo con il ritorno di Lenin dall’esilio svizzero (appassionato giocatore come Marx, la cui moglie tentava di impedirgli di giocare nel pomeriggio, temendo che una possibile sconfitta avrebbe monopolizzato la sera ) e la nascita dell’Unione Sovietica che gli scacchi conobbero la massima espansione. Gioco privo di connotazioni di classe e di “fortuna individuale”, era perfettamente ortodosso secondo il materialismo storico; fu grazie a Nikolai Krylenko, celebre per lo slogan “Diamo gli scacchi ai lavoratori”, che il movimento scacchistico russo arrivò in breve a contare milioni di partecipanti, divenendo una passione di massa.
L’egemonia russa non tardò ad imporsi, già dalla storica partita giocata nel 1945 via radio, in cui gli americani avevano sopravalutato le capacità dei loro maestri, ma si incrinò dalla terza partita del campionato giocato a Reykjavik. Nella stanzetta angusta, pretesa da Fischer e accetta da Spasskij, il campione americano diede il meglio delle sue capacità, arrivando alla sesta con Spasskij ormai distrutto psicologicamente che finì per unirsi agli applausi del pubblico; prima dell’ottava partita l’entourage sovietico chiese al campione di reclamare la patta per abbandono, ma il giocatore, assumendosi un grande rischio, rifiutò.
Il risultato finale fu 12,5 a 8,5. Tutto il mondo vide Fischer battere Spasskij e gli scacchi divennero – per un breve periodo – un fenomeno di massa tra gli americani, comprendendo che una delle poche indiscusse supremazie sovietiche non era più tale .

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