Jihad 2.0

di Roberto Aureli

“Là dove si entra in contatto con il popolo, non vi sarà traccia di ideologia. E con la stessa certezza affermiamo che là dove c’è la massa, vi deve essere un’ideologia. La massa ne ha bisogno e tanto più la tecnica si avvicina alla perfezione, tanto più diventa necessaria. Lo è già, perché la macchina e l’organizzazione non bastano, in quanto non rafforzano l’uomo, non gli danno il conforto di cui ha costantemente bisogno.”(Friedrich Junger)

Per la prima volta dalla fine della Grande Guerra un gruppo armato sta ridisegnando i confini del Medio Oriente tracciati dalla Francia e dall’Inghilterra tramite l’Accordo di Sykes-Picot formulato nel 1916. Al giorno d’oggi la bandiera dello Stato Islamico sventola su di un territorio più vasto del Regno Unito: dalla sponda mediterranea della Siria fino al cuore dell’Iraq.
Molti osservatori internazionali hanno sottovalutato questa organizzazione inquadrandola come un gruppo anacronistico simile al regime talebano. Questo paragone, oltre ad essere un errore di sottovalutazione, è fuorviante : mentre il mondo talebano era limitato alle scuole coraniche e alle parole del Profeta, il terreno dello Stato Islamico è stato composto dalla globalizzazione e dalla tecnologia moderna.
Il Califfato sta conducendo una guerra di conquista sfruttando sia tattiche terroristiche sia i più moderni mezzi di comunicazione e di propaganda, una guerra combattuta sotto la bandiera ideologica della jihad.
Se la sola superiorità militare non è sufficiente a garantire la vittoria, come dimostrano le sconfitte americane dal Vietnam alle Guerre del Golfo, la chiave del successo militare deve essere ricercata altrove; entrambe le fazioni giustificano le loro azioni appellandosi ad una causa superiore, da un lato troviamo l’ideologia occidentale della “diffusione della democrazia”, dall’altro lato la guerra santa di al-Baghdadi.

“Quelli che possono immigrare nello Stato Islamico devono farlo, perché l’immigrazione nella casa dell’Islam è un dovere”

(al-Baghdadi, discorso ai fedeli nella moschea di Mosul)

La jihad è il prodotto dell’elaborazione da parte degli ulema (studiosi religiosi islamici) degli insegnamenti del Corano e di quelli del Profeta. Esistono due tipi di jihad: la grande jihad, di natura spirituale e riguarda la lotta contro le tentazioni quotidiane e la piccola jihad, ovvero la lotta fisica contro il nemico.
I teologi dell’Islam imperiale elaborarono la nozione di piccola jihad come uno strumento di protezione della comunità dei credenti, arrivando ad applicare un’ulteriore distinzione : la difensiva e l’offensiva. La prima è l’obbligo per tutti i musulmani di imbracciare le armi contro il nemico per tutelare la comunità, mentre la jihad offensiva può essere lanciata solo dal califfo con l’obiettivo di diffondere l’Islam.

Con il declino dell’Islam imperiale, la piccola jihad fu riscritta per adeguarsi alla situazione del tempo, Saladino né ridefinì il concetto in risposta alla Prima Crociata; le radicali risorse spirituali dell’Islam animarono la campagna di riconquista, cancellando i confini tra jihad difensiva e offensiva.
All’inizio del Ventesimo secolo, la jihad di Saladino divenne la base dell’ideologia promotrice dell’anticolonialismo. Durante il dominio britannico in Egitto, Hassan al Banna, fondatore della Fratellanza musulmana inquadrò la jihad come la battaglia per l’indipendenza della nazione; qualche decennio più tardi, Sayyed Qutb, intellettuale egiziano, traslò il significato in “rivoluzione”, ovvero il mezzo per un mutamento di regime.

Lo Stato Islamico sembra aver incorporato tutte e tre queste caratteristiche: contro-crociata, lotta anticoloniale e rivoluzione, dando alla piccola jihad un significato totalmente nuovo, ossia la costruzione di uno stato.
Tramite questo paravento ideologico al-Baghdadi, visto come legittimo successore del Profeta, rivendica il diritto di lanciare una guerra di conquista, di chiedere la partecipazione al conflitto di tutti i musulmani o la loro migrazione nel moderno Califfato.

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