Le civiltà dei fiumi e la “trappola idraulica”: il caso della Cina

di Massimiliano Vino – Riflessi storici

Nei 4000 anni che intercorrono tra la comparsa dei primi Stati e l’inizio dell’era cristiana, quasi 4/5 della popolazione mondiale visse e morì sotto il dominio dei Romani, della dinastia cinese degli Han e degli imperi indiani dei Gupta.
Nel corso dei secoli ognuna di queste realtà sintetizzò adeguatamente tutti gli stimoli culturali, economici, sociali e politici delle rispettive aree di espansione. Possiamo confermare che questi domini si presentavano come degli “universi” a sé stanti, ognuno con le proprie particolarità. In quest’articolo prenderemo in esame l’ultimo “impero” di questo tipo ancora esistente: la Cina comunista.

Punto di partenza è un piccolo saggio dell’antropologo americano Marvin Harris (1927-2001), chiamato “La trappola idraulica” e consultabile nella raccolta di saggi “Cannibali e re”. Harris prende spunto dalla teoria dello storico delle istituzioni Karl Wittfogel, secondo il quale la nascita, lo sviluppo e poi il declino di una o più dinastie all’interno di regimi fortemente centralizzati e burocratizzati come la Cina, siano da ricollegare a dei cicli economici, in particolare alla gestione delle strutture idrauliche dell’impero:

Io sostengo che l’agricoltura idraulica pre-industriale condusse, periodicamente, alla formazione di burocrazie agromanageriali estremamente dispotiche, in quanto l’espansione e l’intensificazione dell’agricoltura idraulica dipendevano unicamente da imponenti progetti di costruzione che, in assenza di macchine, potevano essere realizzati solo da eserciti di lavoratori.

Un sistema di questo tipo comportava ovviamente l’arricchimento di una ristretta percentuale di funzionari e burocrati, a dispetto di una popolazione mantenuta appena al di sopra della soglia di sussistenza. Con il passare degli anni il livello di corruzione era destinato a crescere, al pari del malfunzionamento dei sistemi di irrigazione, di canalizzazione e di drenaggio delle acque.
Conseguenza più ovvia era l’aumento delle carestie e delle rivolte, tali per cui un governo centrale ormai totalmente subordinato ad una classe di burocrati inefficiente non era più in grado di rispondere in maniera adeguata.

In questo modo si innescava un processo di cambio di regime, il passaggio ad una nuova dinastia che si occupava essenzialmente di ottimizzare il regime idraulico dell’impero, avviando un nuovo ciclo.
Si tratta, alla lunga, di sistemi politici pressoché identici a sé stessi nel corso di tutta la loro storia.

Un accenno al funzionamento di queste strutture economiche lo si ritrova persino in Karl Marx, citato nel saggio di Harris, ed ignorato o mal interpretato, ad esempio, da Lenin e da Stalin. Marx parla di civiltà troppo arretrate ed estensioni territoriali troppo vaste per dar vita ad associazioni volontarie, tali da richiedere l’intervento dei poteri centrali dello Stato.

In questa ottica, secondo Harris, il comunismo di Stato o la “dittatura del proletariato” possono, in effetti, apparire come una nuova e più alta forma sviluppata di dispotismo manageriale fondata su una base industriale anziché agricola.

Il fatto di considerare la Cina l’ultimo impero, significa in un certo senso rispondere alla logica espressa da Marx, Wittfogel ed Harris.

In ultima analisi la rivoluzione comunista può essere vista non tanto come l’apertura effettiva verso un sostanziale ripristino della libertà, quanto piuttosto come l’ennesimo cambio dinastico nella millenaria storia cinese.

La Cina, più ancora della Russia (la quale meriterebbe un discorso a parte), per la straordinaria continuità delle proprie strutture agrarie e idrauliche, per la presenza quasi capillare ed imperitura di una burocrazia e per il succedersi continuo di regimi fortemente centralizzati (imperatori o segretari del Partito Comunista), appare agli occhi di Harris forse il caso più evidente per dare manforte alla proprie teorie. E allora, più che di Repubblica Popolare Cinese ha senso parlare di un Impero Popolare Cinese. 

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