L’ istituto Confucio vi augura tempi interessanti! La cultura del soft power.

di Roberto Aureli

Dal 2004 il governo cinese ha inaugurato un nuovo istituto Confucio (IC) ogni sei giorni : 476 filiali in 123 paesi a cui si vanno a sommare 707 classi Confucio dedicate agli studenti delle scuole primarie e secondarie.
Questo ritmo di crescita esponenziale riflette le parole di Xi Jinping, che in occasione della sua investitura a Segretario generale del Partito Comunista Cinese (PCC), ha dichiarato «La Cina deve migliorare la propria conoscenza del mondo, così come il mondo deve migliorare la sua conoscenza della Cina». Questa necessità di ripulire l’immagine della Cina nel mondo è uno dei leitmotiv del governo cinese negli ultimi anni e gli IC sono lo strumento ideale per raggiungere questo scopo.

Nati con lo scopo ufficiale di diffondere la cultura e la lingua cinese nel mondo, gli IC sono finanziati e presieduti dallo Hanban, un epifenomeno governativo guidato da rappresentanti di ministri e commissioni ministeriali e retto da Xu Lin, viceministro dell’Educazione del PCC e membro del Consiglio di Stato; non si tratta quindi di un centro di cultura indipendente ma di una emanazione del governo cinese.
Ogni succursale firma un accordo di cofinanziamento con un ateneo e in molti casi il PCC arriva a spendere quasi un quarto di milione per ogni istituto, solo nel 2013 il governo cinese ha assegnato agli IC 278 milioni di euro.
La parte cinese, oltre a coprire la metà dei costi di gestione e manutenzione degli IC, finanzia docenti cinesi che insegnino la lingua agli studenti ,corsi di calligrafia, arti marziali ed eventi pubblici finalizzati a presentare un’immagine”pulita” della Cina . 

I piccoli e medi atenei, attratti da queste possibilità finanziarie, tramite questo “patto con il diavolo” hanno favorito al loro interno l’accettazione di standard culturali codificati, un atteggiamento di sudditanza psicologica e una tendenza all’autocensura.
Questi finanziamenti esorbitanti fanno riflettere sopratutto se paragonati all’investimento interno per l’istruzione: nelle campagne cinesi solo il 40 per cento dei giovani riesce a frequentare le scuole superiori e il tasso di abbandono durante le scuole medie raggiunge il 25 per cento.

La mancanza di autonomia politica e le restrizioni imposte su temi delicati configurano gli IC come avamposti, guidati dall’ideologia del PCC, all’interno delle università dediti al soft power; questa presa di coscienza ha portato alla richiesta della Canadian Association of University Teachers e dell’American Association of University Professors di allontanare gli IC dagli ambienti universitari in nome della libertà accademica.

Questi istituti cooptano l’opinione pubblica persuadendo a dimenticare che la Repubblica Popolare Cinese è una dittatura monopartitica che non rispetta i diritti umani al fine di far reinterpretare l’immagine della Cina come una nazione dedita alla ricerca di “una società armonica” (concetto che ha sostituito qualsiasi riferimento al comunismo nella propaganda statale), rispettosa dei principi della buona governance e capace di sviluppare una libera economia di mercato.
Per comprendere la situazione in Cina, tenendo presente che i media di informazione cinesi sono solamente l’applausometro della classe dominante, dobbiamo ricorrere alla regola fondamentale dell’ermeneutica stalinista : il modo più efficace di scoprire i problemi in una dittatura è cercare eccessi compensatori nella propaganda di Stato, l’armonia celebrata nasconde l’antagonismo cinese e il voler divenire una potenza egemone a livello mondiale.

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