“Erasmus Traineeship: come (non) gestire una situazione di crisi a Londra”

di Silvia Serafini

La lunga intervista che segue è la testimonianza di una studentessa di mediazione linguistica dell’università di Macerata la quale, dopo aver vissuto una a dir poco spiacevole esperienza nell’ambito dell’Erasmus+ Traineeship a Londra, ha deciso di condividere con i nostri lettori la sua (dis)avventura.

Quando sei venuta a conoscenza del bando Erasmus Placement? L’università ti è stata vicina nell’iter burocratico? Quando sei partita?
Sono venuta a conoscenza di questa iniziativa in ambito accademico e, chiacchierando con i miei colleghi universitari, ho deciso di partecipare al bando per l’anno accademico 2014/2015. La domanda la feci a dicembre, ma venni ripescata solo nel mese di maggio per svolgere il tirocinio entro settembre. Perciò sono dovuta partire subito, accettando una borsa di due mesi anziché di tre. L’università mi è stata vicino relativamente poco: la sede l’ho dovuta cercare da sola – online – mandando un sacco di curriculum e lettere di presentazione a numerose agenzie fino a quando non ho trovato quella disposta ad ospitarmi. Sono partita a metà luglio e il mio tirocinio Erasmus (il programma era l’Erasmus Traineeship) è finito il 30 settembre. Poi ho deciso di prolungare la mia permanenza, rimanendo per altri due mesi. Avevo trovato lavoro come cameriera e, poiché mi piaceva la città, volevo passarci più tempo, poiché due mesi sono relativamente pochi. Sono rientrata in Italia all’incirca verso fine novembre.

Dove hai svolto il tuo tirocinio? Quali erano le tue mansioni?
Ho svolto il mio stage in una scuola privata che impartiva lezioni di spagnolo e italiano ad un pubblico anglofono. Era una scuola che lavorava poche ore al giorno, all’incirca tre, per quattro/cinque giorni alla settimana. Il direttore, durante il colloquio, mi aveva spiegato che io avrei preso parte a questo stage partecipando attivamente alle lezioni che lui dava ai suoi studenti, sfruttando il fatto che io fossi di madrelingua italiana. Tuttavia, una volta firmate le carte – bisogna avere il Learning Agreement, che è un contratto che viene stipulato tra tre attori (lo studente, l’università e la sede ospitante) – mi sono accorta che il direttore non vi aveva inserito le mansioni che aveva menzionato – cioè insegnare – ma aveva scritto piuttosto che io dovessi stare alla reception, occuparmi della parte amministrativa, gestire i social network, scrivere dei testi in inglese che sarebbero poi stati pubblicati sul suo sito e cose varie.

Com’è andata una volta arrivata nella scuola? In cosa è consistito, alla fine, il tuo lavoro?
Una volta arrivata lì, il direttore è stato gentilissimo: mi ha spiegato tutto quello che dovevo fare e si è complimentato anche del fatto che io imparassi in fretta – anche se non c’era niente di difficile in quello che facevo. Mi ha dovuto spiegare tutto in un giorno dato che a partire dall’indomani si sarebbe preso un mese di ferie per tornare in Italia (il direttore è un italiano all’estero, n.d.r.). Quindi io ho lavorato, durante il tirocinio in questa scuola, come receptionist, senza avere effettivamente nessun tutor che mi seguisse, correggendomi e vedendo come lavoravo. Sono stata completamente sola e non ho sfruttato neanche quest’occasione per parlare inglese poiché i miei discorsi in lingua si limitavano soltanto a delle small talk di breve durata finalizzate a salutare i clienti della scuola e indirizzarli alla classe dove si svolgeva la lezione. Il direttore mi ha chiesto di scrivere dei testi in inglese sul mio territorio di origine, quindi sulla zona di Ascoli Piceno e sulla regione Marche in generale, parlando anche delle tipicità culinarie, delle città più belle delle Marche, eccetera.
Questi testi, una volta redatti, non mi sono mai stati corretti, quindi sono consistiti in un lavoro che io facevo senza ricevere un feedback, fine a sé stesso. Ho avuto la sensazione che lui mi tenesse lì solo per non pagare una vera e propria receptionist, sfruttando il fatto dello stage e della borsa Erasmus.

A proposito di borsa Erasmus, come te la sei cavata economicamente? Londra è una città molto costosa…
Da una parte è andata bene: questo stage, non occupandomi intere giornate, mi ha permesso di svolgere un altro lavoro. Ovviamente la borsa di studio, specialmente in Inghilterra, non basta: stiamo parlando di un importo di 960 € per due mesi, che equivale a circa 700 sterline. Soltanto di affitto – per una piccolissima camera doppia in una casa situata lontano dal centro in cui vivevano altre undici persone – pagavo 400 sterline al mese. In un certo senso, dunque, sono stata costretta a trovarmi qualcos’altro da fare e perciò è stata una fortuna che questa scuola lavorasse solo poche ore al giorno. All’inizio ero contenta di avere tanto tempo libero ma, d’altro canto, mi è dispiaciuto di non poter sfruttare le mie conoscenze in ambito accademico relative alla traduzione. Ma ormai ero partita e il mio desiderio era solo quello di portare a termine lo stage.

Come si è conclusa la prestazione lavorativa? Ci sono stati altri problemi?
Sì, ci sono stati dei problemi, anche molto gravi. Una mattina, esattamente una domenica, ad una settimana dalla fine dello stage… stiamo parlando del 21 settembre, quindi mancavano nove giorni. Era un giorno molto importante per quella scuola perché cominciavano dei corsi, quindi ci sarebbero stati dei nuovi studenti e per questo era molto importante dare un’immagine positiva: i clienti avrebbero deciso se iscriversi per il resto della stagione per seguire questi corsi di italiano e spagnolo. Tuttavia quel giorno, il direttore della scuola, nonché insegnante, un italiano all’estero di origine calabrese, mi aveva affidato le chiavi del portone della scuola e insegnato a disattivare l’allarme. Questo perché lui, quel giorno, aveva un altro lavoro da fare: doveva impartire una lezione privata per cui sarebbe stato, ovviamente, pagato.
Per questo aveva affidato a me questo compito nonostante non rientrasse nelle mie mansioni, dato che io ero una semplice tirocinante. Quel giorno mi sarei dovuta presentare alle nove e mezza – il giorno prima, sabato sera, sono rimasta a casa, sapendo che l’indomani mi sarei dovuta alzare presto… ma purtroppo è capitato che non mi suonasse la sveglia! Mi sono svegliata con la sua telefonata, alle dieci e mezza, in cui lui mi insultava in toni molto pesanti, dicendo parole che mi ricordo e non mi scorderò mai, parole che mi hanno fatto stare malissimo: dopo quella telefonata ho passato i dieci giorni più brutti e bui della mia vita.

Ha detto, testualmente: “dove cazzo stai? Perché non sei qui? Io ti distruggo! Ti rovino la vita!” – il tutto in modo molto concitato – “adesso vieni subito qui e mi porti 500 sterline perché i ragazzi che dovevano fare questa lezione non l’hanno fatta, quindi io li devo rimborsare in qualche modo, ed è colpa tua!”.

Io non sapevo cosa fare, sono andata nel panico, perché questo significava anche che mi avrebbe mandato via dalla scuola e, cacciandomi dal tirocinio, non avrei avuto il certificato finale di cui avevo bisogno per l’università. Senza certificato finale avrei dovuto restituire tutta la borsa di studio dell’Unione Europea, quindi, non solo 500 sterline a lui, ma anche 960 euro all’università.
Come hai affrontato questa situazione? Hai ceduto alle pressioni del direttore? Hai contattato l’università?
Ero nel panico, non volevo avvisare l’università, stupidamente. Non sapevo cosa fare. Sono dunque andata lì, in quella scuola, sono andata da lui dicendogli che 500 sterline non le avevo, ne avevo esattamente 220. Lui mi ha detto che non gli importava e che gli avrei dovuto dare tutto quello che avevo e io – stupidamente e in preda al panico – l’ho fatto: gli ho dato tutti i miei soldi! Sono stata per dieci giorni senza neanche una sterlina: entravo in metro accodandomi alle altre persone ai tornelli e, per fortuna, avendo iniziato a lavorare come cameriera, per mangiare mi arrangiavo al lavoro. Quando sparecchiavo chiedevo ai lavapiatti di mettermi da parte gli avanzi di cibo.

In Italia, nessuno sapeva niente. I miei genitori erano ignari di tutto, io stavo temporeggiando perché il patto era che io avrei dovuto dare al direttore anche le restanti 280 sterline, per saldare il conto. Quindi, dopo essere rimasti d’accordo così, io torno a casa, delirando e non sapendo cosa fare. Ho taciuto tutto fino alla fine del tirocinio. Arriva il 30 settembre, io consegno a Paolo, il direttore, i documenti da firmare che avrei poi dovuto far avere all’università una settimana dopo – ci sono anche dei tempi da rispettare con l’Erasmus.
Nel momento in cui me li deve restituire, dopo avergli scritto per sollecitarlo, mi risponde, su Facebook (questa conversazione è avvenuta tramite Facebook) ricattandomi: mi ha detto che finché non gli avessi portato il resto dei soldi, lui non mi avrebbe dato il certificato. In quel momento – distrutta dalla situazione, in cui non avevo più niente da perdere – me ne sono uscita con una parola a suo dire fuori luogo, gli ho infatti detto: “Ah, Paolo! Non sapevo fossi uno strozzino!”. Da quel momento lui si è fissato col fatto che io gli avessi mancato di rispetto, per continuare a ricattarmi e minacciando di contattare l’università. Io ho pensato che allora sarebbe stato meglio se fossi stata io per prima ad avvertire l’università. Quindi mi ero salvata questa conversazione per averla come prova di estorsione e ricatto – perché qui stiamo parlando di estorsione di denaro e di ricatto.
Come ha reagito l’ufficio Erasmus quando hai raccontato l’accaduto?
Quando ho chiamato l’università, colei che si occupa dei tirocini, L.C., non credeva alle mie parole: mi ha detto di aver già parlato con il mio direttore che le aveva riferito che io arrivavo tardi tutti i giorni – cosa non vera – e ha aggiunto che lei si poteva fidare solo di quello che diceva lui perché lei non era presente per controllarmi. Io le ho detto che lui stava mentendo, allegando anche la conversazione in cui venivo ricattata e, nonostante questo, non sono stata creduta. Ormai senza speranze, mi sono decisa a chiamare i miei genitori in Italia – i quali avevano già capito che c’era qualcosa che non andava – e sono stati loro a darmi la forza per “combatterlo”. Quindi mi sono inventata una marea di cavolate sul fatto che avessi avvocati e amici di famiglia a Londra, che fossi in possesso di prove schiaccianti dell’estorsione e del ricatto e che, se lui non mi avesse ridato i soldi e i documenti, io l’avrei denunciato – dato che avevo tutte le carte in regola per farlo. Dopo avergli detto questo, mi ha chiamato, trattenendomi un’ora al telefono, per farsi scusare del fatto che io l’avessi chiamato “strozzino”.
Si è attaccato al nulla, arrampicandosi sugli specchi, continuando a farmi apparire come la colpevole assoluta di tutta questa situazione quando, ripeto, io ero solo una tirocinante. Il caso – la sfiga – ha voluto che l’insegnante che sarebbe dovuta stare lì per tenere la lezione si era dimenticata le chiavi della scuola, nonostante fosse tenuta ad averle e portarle. Il patto era che lui sarebbe dovuto essere presente e l’insegnante avrebbe dovuto avere le chiavi. Ma con chi se la prendono? Con il tirocinante, il capro espiatorio! Io dicevo anche a Paolo che, se mi avesse voluto cacciare dal tirocinio, perché non gli andava bene come lavoravo, avrebbe dovuto farlo subito, invece di tenermi altri nove giorni per avere manodopera gratuita, per poi sbattermi in faccia il certificato con l’insufficienza che fa risultare lo stage nullo.
Stavo proprio vivendo una situazione di panico, ormai mi ero arresa… avevo capito che non avrei potuto fare niente perché l’università non mi era stata d’aiuto e lui non sembrava tornare sui propri passi. Allora ho pensato: “posso stare male per dei soldi? No, a prescindere da quanti siano”.

Come si è conclusa la vicenda? Qual è il bilancio che hai fatto di quest’esperienza?
Alla fine, fortunatamente, mi è arrivata la mail di L.C. in cui mi riferiva di aver parlato con il direttore e di averlo convinto a farsi ridare i documenti. Quindi, in ultimo, la pratica è andata a buon fine, però, a mio parere, l’università non mi ha assistito come avrebbe dovuto, non mi ha tutelato a pieno: avrebbe dovuto ascoltare la mia parola sin da subito – soprattutto dopo aver inviato una prova schiacciante (la conversazione su Facebook). È anche vero che questa situazione è stata la prima in tutta l’Unimc – in realtà mi auguro che nessuno abbia passato le mie stesse pene – ed era una cosa nuova anche per L.C., anche se secondo me avrebbe dovuto agire sin da subito, senza far passare una settimana. Io ho passato una settimana in attesa per causa sua, dopo aver già passato nove giorni nel panico per aver taciuto la situazione. Quando andavo al lavoro – facevo la cameriera in un’università privata – è capitato che scoppiassi a piangere: la manager è venuta subito a rimproverarmi perché non potevo tenere un comportamento del genere in un contesto “rispettabile” come quello, in cui erano presenti anche personalità di spicco dell’economia londinese. Io non potevo far vedere ai clienti che stessi male, anche perché sarebbe parso che fosse perché mi stessero trattando male lì, in quel contesto lavorativo.

La fine del tirocinio è stata una liberazione, ancora provo un sacco di rabbia quando ripenso al direttore. Ah, a dimostrazione del fatto che lui avesse torto c’è stata la sua presa di distanza nei miei confronti nei social network: mi ha bloccato su Facebook e mi ha cancellato dai social network dove ero registrata per la sua scuola. Inoltre, quando ho finito io il tirocinio, l’ha iniziato una mia amica, e il direttore cercava di mettere lei contro di me, raccontandogli la versione dei fatti dal suo punto di vista dicendogli cose assurde come, ad esempio, che mi drogassi, eccetera. La mia amica, conoscendomi, sapeva perfettamente com’era la situazione e che quello che stava affermando non corrispondeva alla verità e – anzi – era spaventata dal dover svolgere lo stage in quella sede.
Che consiglio ti senti di dare ad altri studenti che potrebbero trovarsi in situazioni simili?
Il mio consiglio è di chiamare subito l’università e di farsi valere: è inaccettabile che un tirocinante si sobbarchi delle responsabilità fuori dalla sua portata. I doveri del tirocinante sono quelli scritti sul contratto, niente più, niente meno. E, soprattutto, consiglio di non andare mai a lavorare dagli italiani, perché non sono seri. Questa cosa non è stata notata solo da me, ma anche da altri italiani che stavano lavorando a Londra. È una cosa brutta da dire, ma purtroppo la poca serietà è una cosa insita nel nostro DNA.

Al contrario, gli inglesi, sono serissimi: non avrebbero mai fatto una cosa del genere.

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